Politica è partecipazione

elezioni Bondeno
ripartizione elettorato a Bondeno

Sembra una cosa ovvia, invece è un difetto di lunga data che gli Italiani considerano la “res publica”  solo per quanto utile ai propri fini personali, sia per quanto riguarda gli eletti, sia per i loro elettori.

Non ci sarebbe niente di male se, pur perseguendo un qualche utile individuale, si rendesse anche un  servizio alla collettività, ma qui si cozza contro le leggi basilari della stupidità.

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Mazzini, la musica e la chitarra

Nell’ambito delle lezioni UTEF, segnaliamo:

Docente: Dott. Lorenzo Rubboli ( Musicologo e Chitarrista – Associazione Culturale Musicale Freondi Roma )
Nel 1836 Giuseppe Mazzini scrisse ad un amico: «lo potrei ben vivere tutta la mia vita chiuso in una camera,purché per altro avessi tutti i miei libri vicini; così senza libri, senza chitarra, senza cielo ; è troppo».La chitarra a molti potrà sembrare un “intruso”, un curioso elemento che ben poco può aver avuto a che fare con l’illustre patriota. È noto a pochi infatti che la musica e la chitarra segnarono fortemente le passioni di Mazzini durante tutta la sua vita. Attraverso la lettura di parti dei suoi scritti e l’ascolto di esempi musicali su strumenti originali dell’epoca.durante i due incontri si cercherà di tessere le fila di un percorso musicale che rispecchi le idee estetiche e i gusti musicali del patriota.
• Mazzini e la sua “Filosofia della musica”
Considerazioni sul saggio che Mazzini scrisse a Berna nel 1835 inti-tolato “Filosofia della musica” dove egli dimostra di avere, oltre ad una sincera passione per l’arte musicale, anche una precisa idea della natura e della funzione della musica, in rapporto anche al dibattito culturale del tempo.
•  Mazzini e la chitarra
Le testimonianze della passione del patriota per uno strumento che egli non solo era in grado di suonare con una certa abilità ma di cui era esperto conoscitore del repertorio coevo, di grande valore per la storia dello strumento.
Le lezioni si terranno giovedì 28 febbraio e 7 marzo 2013 dalle ore 15,30 alle 17,30 in Pinacoteca a Bondeno.

Colonizzazione della Dacia

Martedì 26 febbraio ore 11,30 – INVITO ALLA LETTURA

Livio Zerbini – GLI ITALICI NELLA DACIA ROMANA (Edizioni Rubbettino, 2012)
All’indomani della conquista della Dacia nel 106 d.C. l’imperatore Traiano nel pianificare le modalità di inclusione della nuova provincia nell’Impero e nel declinare le direttrici di sfruttamento delle risorse, si trovò di fronte a una realtà che non consentiva l’applicazione del tradizionale modello di colonizzazione e romanizzazione, in quanto le élite dirigenti della società dacica, essendosi opposte sino alle estreme conseguenze, erano state annientate. Nella colonizzazione e romanizzazione della Dacia, di notevole rilievo, come testimoniano le attestazioni epigrafiche, dovette essere l’apporto degli Italici che costituirono la maggioranza dei ceti superiori nelle città e incarnarono il modello culturale dominante.
“La ricerca di Livio Zerbini getta una nuova luce sui materiali epigrafici conosciuti della Dacia romana e propone il problema dell’individuazione di criteri oggettivi nell’indagine scientifica moderna.” (Radu Ardevan)
Livio Zerbini insegna Storia Romana all’Università di Ferrara dove è responsabile del Laboratorio sulle Antiche province Danubiane e sul Mar Nero. Ha pubblicato numerosi lavori sulla storia, sull’economia, sulla società e il popolamento nel mondo romano. Tra le opere più recenti citiamo “Storia romana. Dal 753 a.C. al 565 d.C”. ( 2011); “Pompei” ( 2012), “I Romani nella terra del Vello d’Oro. La Colchide e l’Iberia in età romana” (2012)

Elezioni a Bondeno

In foto riportiamo i risultati elettorali per il Senato relativi alle politiche 2013 a Bondeno (18 sezioni su 18) confrontati (per quanto possibile) con le precedenti del 2008.

Rimandando a prossimi articoli considerazioni ulteriori, si può vedere come Grillo si attesti al 18,64% e Monti al 7,05%.

elaborazione propria su dati prefetture

Elettori: 11.395 – Votanti: 9.246 ( 81,14 % )

Nel grafico sotto come sarebbe la situazione se si fosse votato col proporzionale (sistema precedente) e oggi col maggioritario (in rosso); per cui i margini per governare ci sono eccome, solo che bisogna saper fare questo mestiere.

legge truffa
Quadro nazionale

Vetrina letteraria

Lunedì 25 febbraio ore 17 – VETRINA LETTERARIA

Valentino Tartari – IO SONO CALIPSO (Este Edition, 2012)
Dialoga con L’Autore l’Editore Riccardo Roversi
La trama intessuta in queste pagine si inserisce a pieno diritto nella tradizione classicamente intesa, dotato come è l’Autore di un coraggio virile (“virtus”, non a caso, nel lessico dei nostri padri) che lo porta a sfidare, nel secondo millennio, una non breve processione di modelli, proponendo al nostro ascolto lo svolgimento del proprio itinerario teso alla ricerca di sé. Le pagine del diario immaginario composte dalla ninfa che nasconde si sviluppano sul piano del tempo dell’avventura snodandosi in sette episodi, aperti da un ‘Prologo’ e conclusi da un ‘Epilogo’, giusta la tipologia di una rappresentazione teatrale classica. L’intreccio delle allusioni ai testi di riferimento è sottile, mai pedante; né deve essere affatto motivo di stupore frettoloso quanto di meraviglia nutritiva ritrovare, per esempio, accanto a un frammento di Saffo la memoria dei Promessi Sposi, solo per citare un incrocio fra i più suggestivi: questo e altri, numerosi altri, si lasciano infine alla degustazione delle Lettrici e dei Lettori. (Claudio Cazzola)
Valentino Tartari vive a Ferrara. Suoi testi appaiono nei saggi “Le monete degli Imperatori. La monetazione romana d’età imperiale da Augusto ai Tetrarchi” (2009) e “Le Unità d’Italia. Primo e Secondo Risorgimento” (2012). Questa è la sua prima pubblicazione di narrativa.

Parigi in libertà


Oggi posso tranquillamente confessare che quella di lasciare alle future generazioni una testimonianza della Parigi  dell’epoca in cui ho tentato di vivere è stata l’ultima delle mie preoccupazioni. Se mi fossi sistematicamente imposto una missione del genere, avrei accumulato milioni di immagini, ma in cambio di chissà quante giornate senza piacere.
No: nella mia condotta non c’è mai stato nulla di premeditato. A mettermi in moto è sempre stata la luce del mattino, mai il ragionamento. D’altronde che c’era di ragionevole nell’essere innamorato di quello che vedevo?
Non mi sono mai posto la domanda e non me ne pento: chi blocca la suoneria della sveglia non può più conoscere l’ora.
Ho molto camminato per Parigi, prima sul pavè e poi sull’asfalto, solcando in lungo e in largo per mezzo secolo la città. Un esercizio che non richiede doti fisiche eccezionali. Se Dio vuole Parigi non è Los Angeles e qui la condizione di pedone non è un indizio di miseria. Le poche immagini che, nella corsa del tempo, continuano a restare a galla ammucchiandosi come tappi di sughero nel mulinello di un fiume, sono state scattate durante le ore rubate ai miei vari datori di lavoro.
Disobbedire mi sembra una funzione vitale e devo dire che non me ne sono mai privato. Quando il vecchio delinquente che è in me vede persone serie, quali i conservatori di musei e i bibliotecari, dare tanta importanza a quelle immagini spigolate in circostanze illegali, mi sento pervadere da un delizioso senso di gioia. E già che ci siamo, spendiamo una parola sui conservatori: sono tutti buoni o tutti cattivi. Se sono buoni, la loro ingenuità è una specie di invito alla soperchieria, il che spiega la presenza di tanti falsi nei musei.
Personalmente trovo più sportivo riservare questo trattamento ai cattivi.
Questi signori concentrano nella loro persona tutto l’orgoglio che in realtà spetterebbe di diritto agli autori delle opere d’arte, di cui essi non sono che i ricettatori: un fenomeno non certo elusivamente nazionale, ma riscontrabile anche all’estero. E poiché la verifica non vale lo spostamento, passiamo oltre.
Anche perché i lunghi viaggi mi hanno sempre turbato. Non posso sopportare gli sguardi sprezzanti degli indigeni. Mi vergogno. A Parigi l’indigeno sono io, fuso nella massa. Faccio parte della scenografia: francese medio, statura media, segni particolari: nessuno.
Ah, si! La macchina fotografica. Ma ce ne sono talmente tante, e poi io non me la porto con fare ostentato intorno al collo, come un’etichetta.
No: discreto, efficiente, mi confondo nel gregge dei pedoni.
Un giorno, tuttavia, mi sono voluto levare la voglia di vedere la città con gli occhi dei turisti organizzati. Per cui sono salito su uno di quei pullman che sembrano delle balene sonorizzate, deciso a lasciarmi rifilare la tintinnante paccottiglia riservata alla gente che ha fretta.
Nel veicolo ancora fermo sono stato informato che vivevo in una città pericolosa. «Signore e Signori, nel corso delle varie tappe, per motivi di sicurezza vi preghiamo di restare gli uni accanto agli altri. In caso contrario la Direzione declina ogni responsabilità».
Un avviso che, al momento opportuno, ha prodotto il risultato di confezionare tanti piccoli pacchetti tremolanti nella notte.
Ho quindi visto la ghigliottina in una cantina del Quartiere latino, gli apaches della Bastiglia, la gigolette dalla gonna a spacco arrampicata sulle ginocchia di un membro del consiglio presbiteriale di una cittadina dell’Ohio.
A Montmartre ho visto cadere a terra i reggiseni delle donne di Parigi e infine, dopo le ragazzone coperte di piume degli Champs Élysées, mi sono ritrovato sul marciapiede, completamente stordito dall’organizzazione di piaceri ai quali erano stati tolti quei preamboli che fanno perdere tanto tempo.
All’indomani di quella spedizione, ho scoperto il raro lusso dell’immobilità.
In una città in cui tutto è in movimento, non è semplice contrastare l’istinto gregario. Bisogna avere il coraggio di piazzarsi in un punto e di restarci immobili: e non per qualche minuto, ma per un’ora buona, magari anche due. Bisogna trasformarsi in una statua senza piedistallo, ed è buffo, in quei casi, vedere fino a  che punto si riesca ad attirare i naufraghi del movimento.
«Avrebbe mica un cavatappi?»
«Parla francese?»
«Ha visto per caso un cagnolino bianco con un guinzaglio rosso?»
Rispondo sempre con cortesia squisita, sebbene mi secchi essere disturbato: per vedere bene ci vuole un minimo di concentrazione.
Vedere, a volte, significa costruirsi, con i mezzi a disposizione, un teatrino e aspettare gli attori.
Aspettare chi?
Non lo so, però aspetto.
Io spero sempre, e quando uno ci crede con forza è difficile che qualcuno non finisca per arrivare.
Dopodiché la messa in scena viene improvvisata all’insegna della fugacità. Per essere leggibile, un’immagine deve assumere la forma di uno di quei segni utilizzati fin dalla notte dei tempi dai preti, e solo da poco dalla segnaletica stradale.
Può darsi che tutto questo vi sembri leggermente oscuro.
Si tratta di una deliberata manovra per dimostrarvi quanto possa essere delicata la pratica della fotografia.
E dopo questo delirio di confidenze, riprendiamo la nostra passeggiata.
Dunque: mi sforzo di variare i miei itinerari per non cadere nel confort dell’abitudine, che porta alla fiacca.
So per esperienza che dalle parti del faubourgs lo spettacolo è sempre generoso. Nelle scenografie che assistono alle sofferenze umane e che mi sembrano cariche di nobiltà, i gesti della vita vengono compiuti con semplicità e i voti di coloro che al mattino si alzano presto sono commoventi.
Ti fanno squagliare di tenerezza.
Viceversa, non provo quasi nessun piacere nel percorrere i quartieri che non hanno mai conosciuto le barricate.
Lì la vita è invisibile, come nascosta per i suoi traffici segreti.
Chiuso all’esterno, penso all’ingenua baronessa Haussmann che diceva con aria affettata: «Che strano! Ogni volta che mio marito compra un edificio, arrivano subito i demolitori!»
Anche oggi si demolisce molto.
Mi rifiuto di piangere sulle rovine.
La bellezza, per commuovere, dev’essere effimera.
Il certificato d’autenticità viene rilasciato dai bulldozer, punto e basta.
Ho visto sparire uno a uno i miei punti di riferimento personali: il lastrico a forma di cuore davanti all’Institut, il crocifisso davanti ai gasometri di rue de l’Évangile… Quello che mi da più fastidio, è la confisca delle mie oasi. I miei poli d’attrazione funzionano solo per me, sono riservati, per così dire, al mio uso personale.
Nel senso che, per esempio, in un certo posto mi è successo di imbattermi in una sagoma talmente equilibrata da assumere immediatamente un valore di totem abbagliante che, da allora, cerco di ritrovare; oppure che, in un altro posto, un amico mi ha fatto un segno con la mano, l’ultimo, prima di sparire dietro l’angolo. Come vedete, tutte cose per voi del tutto prive d’interesse.
Quindi la città mi sembra sempre più popolata da fantasmi.
«Ma che cosa dice? I fantasmi ci sono sempre stati! – Si, ma quelli degli altri mi lasciano indifferente».

Robert Doisneau, 23 ottobre 1984

LA MOSTRA

ROBERT DOISNEAU
Paris en liberté

Oltre 200 fotografie originali testimoniano il binomio inscindibile tra uno dei più grandi fotografi del Novecento e la città che ha amato e immortalato con il suo obiettivo.

Milano, Spazio Oberdan
Mercoledì 20 Febbraio 2013 – Domenica 5 Maggio 2013
La mostra è accompagnata dalla pubblicazione in edizione italiana del libro Robert Doisneau-Paris en liberté, edito da Fratelli Alinari. Fondazione per la Storia della Fotografia (2012, Firenze), 400 pagine; 560 foto b/n, formato 25 x 32 cm, rilegato in tela, prezzo in mostra 50,00 Euro.

Orari
martedì e giovedì h 10 – 22; mercoledì, venerdì, sabato, domenica h 10 – 19.30; lunedì chiuso

Biglietti
€ 9,00 intero
€ 7,50 ridotto, minori da 6 a 18 anni e maggiori di 65 anni, studenti fino a 25 anni, gruppi di almeno 15 persone, titolari di apposite convenzioni e coupon
€ 3,50 ridotto speciale scuole
Gratuito per minori di 6 anni, portatori di handicap e accompagnatori, giornalisti e guide turistiche, un accompagnatore per gruppo, due insegnanti accompagnatori per classe

Audioguida della mostra, gratuita per tutti i visitatori