L’esodo

Oltre 120mila italiani sono fuggiti dal Paese lo scorso anno. Fuggono giovani senza speranze di trovare un lavoro che consenta loro di formarsi una famiglia. Fuggono gli anziani che, con le basse pensioni e le alte tassazioni, in Italia non riescono a sopravvivere. Fuggono i disoccupati di lungo periodo e chi non ne può più di precarietà. Fuggono i laureati che in Italia trovano lavori sottopagati e  senza alcuna attinenza con gli studi conclusi. Non siamo ancora ai livelli dell’esodo ottocentesco e di inizio Novecento, ma solo perché ci sono meno opportunità nei tradizionali Paesi di sbocco. Ma a fronte di questa situazione il governo italiano pensa solo all’ accoglienza di nuovi schiavi. Braccia al posto di cervelli. Una strategia demenziale o criminale. In ogni caso perdente.

Si abbassa progressivamente il livello della preparazione scolastica per andare incontro alle difficoltà degli allogeni e ci si disinteressa completamente delle necessità degli indigeni. Si costruisce un Paese di somari, in modo da bloccare la fuga all’estero perché gli altri Paesi non sapranno che farsene dei somari italiani. E le mance elettorali, con finte assunzioni e concorsi ridicoli, non cambiano la situazione anche se qualcuno invita a “cambiare la narrazione”, come se la realtà non fosse perfettamente percepita da chi non arriva alla fine del mese.

Per nascondere il disastro reale ci si inventa percorsi di formazione eterni in modo da rinviare sine die il momento del confronto con il mondo del lavoro che non c’è.

estratto da http://www.barbadillo.it/70185-il-caso-esodo-di-120mila-italiani-dal-paese-e-il-governo-pensa-ad-accogliere-immigrati/

Annunci

Il Bel Salame

Un mall della bellezza senza residenti, ma solo clienti. Clienti che sono sempre più poveri e in numero sempre più ridotto. Proprio perché viene meno quel tessuto diffuso di beni artistici e paesaggistici, per far posto a imitazioni delle città e dei loro palazzi, perfettamente sovrapponibili a Milano come a Dubai, in Sicilia come in Minnesota.

Il simplicissimus

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ci sono notizie che esplodono come bombette puzzolenti lanciate da bulletti dentro ai cinema di periferia. Poi sembrano scomparire, il lezzo si affievolisce, i giovinastri pare si producano in altri miasmi. Invece  bisogna stare attenti perché il pericolo di essere asfissiati non passa. Succede con certe provocazioni lanciate per tastare il terreno, con certi annunci governativi sotto forma di promesse che al contrario sono minacce. Succede anche con progetti infami che si compiono sotto traccia nel silenzio complice dell’informazione.

Capita così che non sappiamo più nulla di quel centro  agroalimentare promosso dalla regione Umbria, dal Ministero delle politiche agricole e dalla Nestlé, capofila nella raccolta fondi, ma perlopiù  finanziato con fondi della Protezione Civile  peri via della sua profittevole qualità sociale di “struttura temporanea e reversibile” (sic)  “organizzata in una logica di rinaturalizzazione del sito”  e che dovrà ospitare  attività commerciali e di ristorazione a Castelluccio…

View original post 724 altre parole

Sovranità popolare

Siamo alla grande scollatura fra politica e società? Siamo al capolavoro assoluto delle élites e del loro piano, quello che abbiano visto prodromicamente in atto dal 2011 in poi, fra governi tecnici e non eletti? Se sì, quanta colpa abbiamo noi e quanta i cosiddetti partiti di opposizione, di qualunque colore? Vi lascio con le parole di Ernst Junger tratte da il “Trattato del ribelle” e dedicate proprio al processo elettorale nell’età del Leviatano e della paura come costante, dove si pone l’interrogativo ontologico fra scheda elettorale e mero questionario: “L’essere umano è ridotto al punto che da lui si pretendono le pezze d’appoggio destinate a mandarlo in rovina. E oggi bastano delle inezie a decidere la sua rovina”. Rifletteteci.

Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli

https://www.rischiocalcolato.it/2017/10/la-catalogna-ci-insegnato-cosa-precisa-la-mitologica-piazza-non-conta-un-cazzo-niente.html

Il percorso sui “punti nascita”

La risposta del ministero giunge dopo un lungo percorso condotto dalla Regione e uno studio svolto dalla Commissione regionale tecnico consultiva sulla rete ‘Percorso nascita’ dell’Emilia-Romagna, che conta 26 punti nascita attivi sul territorio.
Lo scorso luglio, la stessa Commissione aveva presentato in una relazione i risultati di quell’analisi, concentrata in particolare sull’attività dei centri periferici ‘Spoke’, rispetto ai grandi ospedali delle città. L’indicazione della Commissione tecnica era di chiedere al ministero la deroga per i due punti nascita del cratere sismico di Cento e Mirandola, dove il volume di attività, negli anni precedenti al terremoto, era superiore ai 500 parti l’anno e dove non è ancora possibile valutarne stabilmente il trend perché le strutture non hanno ancora riacquistato la piena funzionalità. Stessa richiesta di deroga era stata proposta anche per l’ospedale di Scandiano – dove soltanto nell’ultimo anno e per la prima volta il numero di parti è stato di poco inferiore a 500 (490) – per il quale la Commissione prevedeva un periodo di “osservazione” in attesa di valutare l’evolversi dell’attività.
La stessa Commissione aveva invece evidenziato la necessità di sospendere il servizio nelle altre tre strutture (Pavullo nel Frignano, Borgo Val di Taro e Castelnovo ne’ Monti), perché non vi sono le condizioni di sicurezza sufficienti, visto il numero di parti largamente inferiore ai 500 l’anno.

La Giunta regionale, per evitare la sospensione delle attività di assistenza al parto in luoghi di particolare importanza per il territorio, aveva però deciso di chiedere la deroga al ministero della Salute, tramite la Commissione nascita nazionale, per tutti e sei i punti nascita, impegnandosi, qualora fosse stata concessa, a dotare le strutture del personale necessario a garantire gli standard di sicurezza richiesti.
Ieri, a conclusione della lunga vicenda, è giunta la risposta del ministero:

La risposta è arrivata da Roma nel pomeriggio di mercoledì 4 ottobre e configura un destino diverso per i 6 punti nascita dell’Emilia-Romagna dove si registrano meno di 500 parti l’anno. Il ministero della Salute concede la deroga, chiesta lo scorso luglio dalla Regione per evitare la sospensione dell’attività di assistenza al parto, solo per gli ospedali di Scandiano, nel reggiano, e per i due del cratere sismico: Mirandola, appunto, e Cento nel ferrarese.

La richiesta di deroga, invece, non viene concessa per le strutture di Castelnovo ne’ Monti, nel reggiano, Pavullo nel Frignano in provincia di Modena e Borgo Val di Taro, nel parmense. Di conseguenza, l’attività in questi ultimi punti nascita dovrà essere sospesa. Per il ministero, infatti, non ci sono le condizioni di sicurezza necessarie per tutelare mamme e neonati in una delle fasi più delicate della vita.

http://www.sulpanaro.net/2017/10/punti-nascita-ministero-della-salute-accoglie-la-richiesta-deroga-presentata-dalla-regione/

L’Europa delle regioni

Difficile, di fronte alla vicenda catalana, non vedere il risorgere di una potente tentazione delle classi dominanti. Quella di farla finita una volta per tutte con gli Stati nazionali, per procedere verso un super-Stato europeo fatto di una moltitudine di regioni prive di vera sovranità.
Chi non è troppo giovane si ricorderà quanto fosse in voga questa teoria nei primi anni novanta del secolo scorso. E si ricorderà anche chi e perché (la Lega Nord) se ne faceva paladina in Italia.
L’idea era fondamentalmente quella di dare attuazione all’egoismo sociale delle regioni più ricche del Paese, andando al contempo in pasto al dominio tedesco sull’Europa. E’ un’idea che si riproporrà nei due referendum del prossimo 22 ottobre in Veneto e Lombardia.
Ma c’è qualcosa di più, come confessò il candido Romano Prodi nel 2014. L’intervistatore gli chiede: «Lei crede che sia possibile un’Europa delle Regioni in un momento in cui la crisi economica, almeno in Italia, sembra gonfiare le vene di un nuovo centralismo statale?». Ecco la sua illuminante risposta: «Oggi c’è un’Europa degli Stati. Attenzione però: la contrapposizione vera non è tra Europa degli Stati e Europa delle Regioni, ma tra un’Europa guidata da un’autorità sovranazionale molto forte, cioè un’Europa federale, e un’Europa delle nazioni. Non vedo le Regioni in contrapposizione a un’Europa federale, due regioni non fanno uno Stato nuovo».

Leonardo Mazzei in https://mauropoggi.wordpress.com/2017/10/03/leonardo-mazzei-otto-punti-sul-referendum-catalano/

L’Italia dei furbi e dei fessi

Giuseppe Prezzolini, che  dei nostri mali nazionali se ne intendeva, non a caso, quasi un secolo fa (nel suo Codice della vita italiana) distingueva i cittadini italiani in due categorie: i fessi ed i furbi. Scrive Prezzolini: “Non c’ è una definizione di fesso. Però: se uno paga il biglietto intero in ferrovia; non entra gratis a teatro; non ha un commendatore zio, amico della moglie e potente sulla magistratura, nella pubblica istruzione, eccetera; non è massone o gesuita; dichiara all’agente delle imposte il suo vero reddito; mantiene la parola data anche a costo di perderci, eccetera, questi è un fesso”.
Facile – a questo punto – individuare chi  siano i “furbi”: quelli che evidentemente si comportano all’opposto, arrivando – nota sempre Prezzolini – a fare la figura di mandare avanti il Paese, pur non facendo nulla, spendendo e godendosela: del resto il furbo si interessa al problema della distribuzione della ricchezza, mentre il fesso a quello della produzione.
Di questa Italia-doppia è purtroppo disseminata la nostra Storia più o meno recente.
Agli inizi  degli Anni Cinquanta del ‘900, don Luigi Sturzo, capo storico del Partito Popolare, ma emarginato dalla Democrazia Cristiana, che con il nuovo potere aveva dimostrato di trovarsi subito a suo agio, scriveva: “Quel che oggi rende critica la situazione è la mancanza di orientamento pratico verso la moralizzazione della vita pubblica”. E dopo avere elencato i centri dell’affarismo, sottolineava amaramente: “E’ mancata in tutto ciò la reazione morale. Il pubblico parla, mormora, ma non si fa sentire; le Camere osservano, notano, ma non si agitano; il Governo è premuto, ma non provvede, non inizia il risanamento, è paralizzato”.
Nel 1956,  “L’Espresso”, rivista del radicalismo di sinistra,  pubblicava un’ampia inchiesta,  dal titolo “Capitale corrotta = Nazione infetta”, dedicata al dilagare della speculazione edilizia nella Roma postbellica.  Faceva il paio con questa inchiesta la sistematica opera di denuncia, portata avanti, sul fronte politico-giornalistico opposto, da “il Borghese”, con i grandi servizi a firma Mario Tedeschi e Gianna Preda.
Al fondo  l’idea prezzoliniana di un popolo abituato  al piccolo inganno e alla corruzione, per fame e “sporcizia”, a cui purtroppo – a differenza di quanto sperava Prezzolini – l’aumento della ricchezza e l’acqua pulita non hanno portato l’auspicata “redenzione”.
La politica in tutto questo c’entra, ovviamente, senza tuttavia esaurire il quadro delle responsabilità. La questione è più sottile. Richiama il nostro “essere italiani”, facendo emergere il non sciolto rapporto tra cittadini e Stato, rapporto storicamente mal sopportato e segnato da una dilagante sfiducia. Si coniuga con una sorta di relativismo straccione, in cui l’etica è a misura degli interessi individuali. Offre della politica una visione “bassa”, tutta giocata sugli egoismi personali, di classe, di casta, accontentandosi di una visione formalistica della democrazia, dietro cui nascondere le sue debolezze strutturali, ma bene attenta a lasciare fuori dall’uscio l’ idea stessa di Stato etico, esempio di un’età oscura da demonizzare.

Dormiamo tranquilli

La finanza sembra innocua: non la si vede, non è opprimente, non è invasiva; vive e ci lascia vivere; in fondo, è buona, o, almeno, la si può considerare umana. O no? Sì, è vero: controlla la pubblicità e le bollette, i governi e le grandi organizzazioni sovranazionali; mette al posto giusto i suoi uomini, sulle poltrone più alte, nelle posizioni più importanti; ma insomma, bisogna pur fidarsi un poco, non si può mica vivere nella cultura del sospetto. Non bisogna pensare troppo male della finanza: che cosa sarebbe di noi, senza di lei? Chi finanzierebbe le campagne contro la fame nel mondo? Chi finanzierebbe le ricerche contro il cancro? E chi finanzierebbe le fondazioni culturali, che ci permettono di ascoltare a viva voce la conferenza del pensatore o del sociologo o dell’autore di best-seller di turno?

Via, bisogna pure ammetterlo: siamo fortunati che la finanza c’è. È la finanza che sovvenziona gli studi, i sondaggi, le ricerche, le previsioni, le inchieste; che colma i deficit di bilancio delle fondazioni private e delle università statali; che promuove i Rotary, che dà smalto al sapere. Non bisogna vedere tutto nero, non bisogna gridare sempre al lupo; non si deve fare del terrorismo psicologico. Avremo pure il diritto di vivere in santa pace e di dormire sonni tranquilli.

Leggi tutto su http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=51940