UE#1

Se vogliamo trovare un punto d’inizio della nostra disgrazia è impossibile, si dovrebbe tornare a Cavour ed al Risorgimento…ma il 2011 è un anno importante, credetemi, almeno nella nostra Storia recentissima. E’ rilevante perché la rovinafamiglie Fornero decise – lavorando in conto terzi, ovvio, ossia per Monti e per l’UE – di distruggere non solo l’equilibrio previdenziale italiano, bensì la socialità interna alle famiglie, le loro (modeste) certezze, qualche sogno, le sicurezze alle quali tutti abbiamo diritto dopo una vita di lavoro. Con i danni economici conseguenti nell’economia reale: da quel momento, molto è cambiato.
Carlo Bertani inhttp://carlobertani.blogspot.com/2015/10/alea-iacta-fuit.html

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Europeizzazione

Se all’inizio poteva esserci qualche dubbio o resistenza, con le elezioni francesi l’élite ha dimostrato di poter fare meglio di Caligola (di cui si narra facesse senatore il proprio cavallo).

Ovviamente i media hanno plaudito all’evento e hanno voltato pagina (come al solito); noi invece vogliamo rimanerci su e vi proponiamo la rilettura dell’ articolo citato in calce e dei relativi commenti (che ripubblicheremo nei prossimi giorni).

In sunto il concetto di fondo è espresso dal cardinal Bergoglio (non ancora papa) che dice:

Se dunque il cittadino è qualcuno che è convocato e obbligato a contribuire al bene comune, per ciò stesso fa politica, che, secondo il magistero pontificio, è una forma alta della carità.

Quindi il cittadino è chi è obbligato a perseguire il bene comune, ma l’allora cardinal Bergoglio dice di più:

Non basta l’appartenenza alla società per essere pienamente cittadino, la persona sociale acquisisce la sua piena identità di cittadino nell’appartenenza ad un popolo. Non c’è identità senza appartenenza.

https://bondenocom.wordpress.com/2016/03/09/moriremo-europei/

Come nascondere la polvere sotto il tappeto

https://twitter.com/Rinaldi_euro/status/867630528001970176

Come abbiamo fatto rilevare altre volte, ci sono le bugie, le verità e le statistiche! Per renderci il compito di interpretazione più facile l’ISTAT ha cambiato ancora una volta il criterio di accorpamento e raccolta dati: http://www.neodemos.info/articoli/classi-e-gruppi-sociali-nel-rapporto-istat-2017/

Il risultato, lo dice lo stesso articolista è che: “Per avere risposta ad altre domande che pure sono state poste, ad esempio dove stiano e che caratteristiche abbiano le famiglie in povertà assoluta, se facciano differenza il numero di percettori di reddito, il loro genere, la regione o la tipologia comunale di residenza, è sufficiente (ma anche necessario) leggere le 270 pagine del Rapporto ed eventualmente scaricare dal web i dati che lo accompagnano”.

 

L’Italia diversamente democratica

Con il decreto legge votato in Parlamento il 14 maggio scorso, si fa un passo  in più nel nuovo regime di Stato che chiamerò  regime del P e  che impone a Regioni e  Comuni le decisioni in merito,  mettendoli davanti ai fatti compiuti che sia in siti di parchi regionali, o vicino a beni paesaggistici tutelati dallUnesco (vedi val dOrcia, parco Curone, Val dAgri) come spiega bene la DOrsogna nellarticolo sotto.

La trasversalità del programma 2P sembra coinvolgere Scajola, già ex Ministro dello Sviluppo economico; Marzano, quello del divieto di servire acqua minerale da bottiglie di vetro al bar (solo plastica derivante dal petrolio!) e naturalmente il duo Bersani/Bubbico, questultimo brevemente indagato nel luglio del 2007  prima che lindagine Toghe Lucane fosse avocata a De Magistris,  per le seguenti  ipotesi di reato:  abuso dufficio, associazione per delinquere e truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche. E Bersani suo strenuo difensore al momento dei fatti. Bisogna però rendergli atto che ha tentato dintrodurre un emendamento che avrebbe dato una piccola voce in capitolo alle Regioni, emendamento bocciato in aula al Senato dalla maggioranza il 12 maggio scorso.

Se si può ragionevolmente presupporre che la sovranità di una nazione si misuri nella percentuale dei canoni che riesce a fmporre alle multinazionali per le ricchezze del suo sottosuolo, allora dobbiamo constatare che lItalia è tra le meno sovrane al mondo, dietro solo (immagino) a paesi come Irak, Bosnia o Pakistan. Nel paradiso dei  petrolieri, i canoni versati ammontano appena al  7% (aumentati al 10% con questa legge) rispetto a (fonte: http://www.olambientalista.it/petrolioart91.htm, DOrsogna) rispetto a canoni del 50% in Canada e Gran Bretagna.

Infine si rifletta a questi dati: la pianura padana rappresenta il secondo maggiore giacimento di gas dEuropa (con una stima di 27 tcf  ad oggi) mentre la Val dAgri è diventata il maggiore giacimento petrolifero dEuropa secondo i dati della PoValley!

Se rifiutiamo i canoni vessatori, lItalia diventa come lIraq?

Altri documenti:

http://www.nonlasciamolifare.org/download/dossier_idrocarburi.pdf

http://merateonline.it/Finestra_Zoom.asp?ID=65055Sezione=MAIN

http://www.marelibero.net/wp-content/uploads/2008/07/dossier-piattaforme-def.pdf

fonte: http://dorsogna.blogspot.com/2009/05/la-non-democrazia-italiana.html ]

Di chi è il Mondo?

Alla domanda ha  risposto uno studio di due economisti australiani, David Peetz e Georgina Murray della Griffith University nel Queensland.

Essi hanno studiato   le 299  “più grandi imprese” del mondo, le più gigantesche multinazionali quotate nelle borse della Terra: a chi appartengono? Ossia: chi detiene il pacchetto di controllo? Perché tutti questi 299 titani sono, beninteso, imprese quotate; anche tu ed io, caro lettore, possiamo comprarne azioni, sui liberi “mercati” finanziari.  Per questo, vige la convinzione che la proprietà di queste imprese sia  diffusa e sparsa, come una pioggia di coriandoli, tra i risparmiatori, anche piccoli, del mondo. Non per niente  queste compagnie sono chiamate , nel  mondo anglosassone, “public companies”, che là significa il contrario  di quel che significa da noi: non imprese statali, ma al contrario imprese private a proprietà molto diffusa, appartenenti dunque, dicono,  al pubblico dei risparmiatori.

Una menzogna, hanno scoperto i due economisti; una menzogna sostenuta dai media  (ovviamente) e dai trucchi linguistici come “public company”.

In realtà, 30  grandi finanziarie, banche e  banche d’affari, detengono o controllano il 51,4 per cento del capitale delle 299 grandissime imprese mondiali.  Un solo fondo speculativo, il Black Rock (con sede in Usa), detiene  da sé solo il 6%  di tutte le azioni delle 299 compagnie,  mentre le famiglie (i risparmiatori) di tutto il mondo ne detengono il 3,3 per cento – una quota minima – ed anche le imprese industriali [che spesso investono la loro liquidità in portafogli azionari] detengono relativamente poco”.

Sono le finanziarie, non le industrie, a detenere la proprietà delle grandissime aziende. Dopo la Black Rock, le maggiori detentrici di azioni dei 299 titani mondiali sono  AXA, (3.4%), JP Morgan Chase (3%) e  Capital Group (2.5%): tre su 4 sono americane.

Non solo le cifre che detengono sono  astronomiche  – BlackRock quasi  tre trilioni,  ossia 2,9  mila miliardi di dollari, la francese AXA 1,7 Capital Group 1,6 trilioni…; non solo in   molti casi un 6%   basta come quota di controllo di certe imprese.  Gli studiosi hanno scoperto che spesso, dietro   gli azionisti”anonimi” o fiduciari   che vengono celati da camere di compensazione come Euroclear e Clearstream, ci sono sempre le solite: i detentori reali non decidono loro come investire, ma si affidano –  come a gestori di fondi d’investimento –  a Black Rock, Capital Grooup, AXA, alle trenta grandi finanziarie.

Succede così che nel 55% delle  grandissime imprese, BlackRock sia fra i primi cinque azionisti; Capital Group lo è nel 45%  delle imprese multinazionali. Nel 56% delle multinazionali, i cinque  primi azionisti, che  le controllano, hanno meno del 15%.

Ecco dunque dove vanno a finire i fiumi di denaro che le finanziarie estraggono ai debitori privati americani: nell’acquisto di azioni di multinazionali. “Una concentrazione mai vista nella storia”, dicono i due economisti. Bisogna dar ragione al vecchio Marx (insuperabile nella critica al capitalismo): il capitale lasciato libero  produce colossali concentrazioni a danno di chi lavora e produce.

Il peggio è che queste  proprietarie essendo (6 su 10) americane, portano nella gestione delle grandi imprese multinazionali, anche in quelle industriali, i criteri proprio della dogmatica liberista-finanziaria americana, della “filosofia” e “strategie” di Wall Street.

Queste istituzioni speculative non governano   insediando nelle imprese di cui sono azioniste di controllo, direttori di loro fiducia; non si assumono alcuna responsabilità di settori di cui, in realtà, non sanno niente;  governano “con l’uscita” (dicono i due economisti), ossia con la minaccia onnipresente di liberarsi delle azioni della grande impresa, “se non realizza profitti sufficienti”. Insomma essi minacciano di svalutare il patrimonio azionario delle grandissime imprese   se non fanno quel che vogliono loro. E cosa vogliono?  “Che creino valore per l’azionista”. Vogliono ricavare altri profitti finanziari dai loro profitti finanziari che hanno estratto dai debitori del mondo (mica solo i consumatori USa, pensate agli Stati, all’Italia a cui prestano ad interesse).  Alle aziende impongono di massimizzare i profitti –  per esempio con “aumenti di produttività”, che significa pagare meno salari, o sostituire i salariati con robot,  “riduzione dei costi” (idem) e “espansione”  – altrimenti,minacciano, “vendiamo la nostra quota”.

Non è più la logica dei capitalisti industriali, sottolineano i due autori: “perché il capitale industriale, in fin dei conti, è  il capitale finanziario. Se è esistito un tempo in cui il mondo era dominato da grandi imprese detenute da qualche famiglia le cui fortune personali, le preferenze e (se  vogliamo) le eccentricità modellavano il comportamento delle ditte, questo tempo è passato. Oggi le imprese obbediscono alla logica del capitale finanziario, la logica del denaro: e una logica non individuale, ma di classe”.

http://theconversation.com/who-owns-the-world-tracing-half-the-corporate-giants-shares-to-30-owners-59963

 

Ovviamente nulla di nuovo.  I due hanno certamente in mente Henry Ford, quello che decise di pagare i suoi operai abbastanza bene  perché potessero diventare acquirenti delle sue auto.

estratto da http://www.maurizioblondet.it/rimedio-alla-crisi-noto-non-si-puo-dire/

C’era una volta la Siria

C’era una volta la Siria, paese che godeva di una relativa pace, di un relativo benessere, di una ragionevole convivenza tra le minoranze, della possibilità di mangiare, curarsi, muoversi, lavorare, studiare, viaggiare, pregare. Un paese senza debiti e senza emigrazione. Il tutto grazie anche a un uomo forte, Bashar al-Assad, che aveva imposto il pugno di ferro sull’islamismo radicale. Oggi la Siria è un paese distrutto e affamato, con 400.000 morti e milioni di sfollati.

In mezzo c’è stata la guerra dell’islamismo radicale contro l’ordine e contro il benessere. Nel remoto inizio ci furono manifestazioni per avere “più democrazia” (come se uno Stato a maggioranza islamica potesse davvero avere una democrazia). Ma la regìa occidentalista (quel mix dove USA, Francia e Gran Bretagna collaborano con paesi dittatoriali della Penisola Arabica) aveva già concepito l’apparizione dei “ribelli moderati” in armi, che cominciarono subito a uccidere e distruggere. Moderati a uso mediatico, islamisti radicali nella realtà.

In Siria gli stanchi sceneggiatori occidentalisti ci ripropongono le solite cose usate per la Libia: il dittatore contro il suo popolo, bombardamenti di ospedali, generici orrori attribuiti ad Assad. E quando la popolazione festeggia la liberazione di Aleppo da parte dell’esercito di Assad, ecco che non sanno più cosa dire e ci propinano la bambina senza famiglia che corre tra le macerie (hashtag #Save_Aleppo). Poco importa che l’immagine sia tratta da un video del 2014 di una cantante libanese. Arriva poi l’attacco “chimico” da 70 morti, ridicolo sia rispetto ai morti totali della guerra di Siria, sia rispetto alla realtà di un vero attacco chimico. Ma ovviamente la responsabilità di Assad è “certa” e Trump tira i missili. Solerte si accoda il nostro Alfano dicendo che la reazione è “proporzionata”: affermazione basata sul nulla, visto che anche Alfano dipende solo da informazioni digitali.

Avendo poi cessato l’uso della logica, per lui l’unica cosa certa è che “Assad se ne deve andare”. Perché mai? Forse la Siria creata da Assad era peggiore della Siria creata da questo orrendo conglomerato di occidentalismo e islamismo?

Nel 2011 un ministro libico commentava: «Una commissione ONU che fosse venuta a vedere cosa stava davvero accadendo il Libia vi sarebbe costata meno del lancio di un solo missile». Vale anche per la Siria.

Ma, perbacco, perché muoversi, studiare, indagare? E’ così comodo stare in poltrona, dipendere da “informazioni digitali”, e ripetere le cose che gli stanchi sceneggiatori hollywoodiani ci dicono di credere.

«La presidenza siriana sostiene che quanto fatto dall’America è un atto irresponsabile che riflette una cecità politica e militare frutto di una frenetica campagna di propaganda.» (Asma, moglie di Assad, cittadina britannica, su Instagram). «Se Asma continuerà a difendere le azioni del regime di Assad, il peso della responsabilità del governo britannico sarà quello di privarla della sua cittadinanza per garantire che le sue azioni non provochino gravi danni agli interessi del Regno Unito» (lettera di deputati britannici al Ministero dell’Interno).

Buffo vero? Una persona dice la verità, e i “democratici” britannici le vogliono togliere la cittadinanza.  Però almeno adesso sappiamo che il Regno Unito in Siria ha degli “interessi”. Quali saranno mai?  Credo che si possano sintetizzare così: «Un paese che non si indebita fa rabbia agli usurai». La finanza  internazionale vuole sempre degli “Stati mendicanti” che hanno bisogno dei loro soldi. Uno Stato che riesce a farcela da solo prima o poi finisce male. Non so se è una regola generale, di certo è accaduto in Libia e in Siria.

L’articolo è tratto dalla rubrica “Taglio Laser” che Giovanni Maria Lazzaretti tiene su “La Voce di Reggio”.