Scendere dal pero

Facendo seguito all’articolo precedente, non è solo il popolo ad avere delle responsabilità; dalle colonne di questo giornale abbiamo più volte lamentato l’assenza della componente 5 stelle a Bondeno (pur in presenza di un consistente pacchetto di voti).

Adesso sono al governo, ma assenti su scala locale: tutti generali senza truppa.

Non devono poi lamentarsi se i loro ordini rimangono lettera morta…

Vedi anche: https://bondenocom.wordpress.com/2018/04/30/andiamoagovernare/

Ci vorrebbe il popolo

Marco Cedolin

Chi si aspettava che il governo Conte si facesse artefice di una rivoluzione epocale, realizzando il miracolo di rivoltare questo Paese come un calzino e mettere fine alla miriade di storture che ammorbano questa Italia targata UE, ormai svuotata di ogni sovranità e privata di qualsivoglia margine di manovra è sicuramente andato incontro ad una cocente delusione.
Non si è lavorato per costruire un “Italexit”, non abbiamo abbandonato l’euro, non è stata risolta la piaga dell’immigrazione selvaggia, non sono nati per incanto milioni di posti di lavoro, non è stata bloccata la sperimentazione farmaceutica vaccinale, probabilmente ci sarà un reddito di cittadinanza ma ne usufruiranno più i furbetti di coloro che ne hanno realmente bisogno, non sono diminuite le tasse, forse sparirà un mostro come il TAV Torino – Lione ma resteranno le altre grandi opere inutili, non cambierà radicalmente la nostra politica estera, continueremo probabilmente a pagare il canone RAI e tutte le accise sulla benzina ed i soliti noti seguiteranno ad accumulare fortune miliardarie attraverso le concessioni delle autostrade costruite con i soldi degli italiani….

 

Non è possibile fare miracoli attraverso quella farsa conosciuta come democrazia rappresentativa. Anche se un governo avesse realmente l’intenzione di rivoluzionare tutto e fosse così fortunato da non venire eliminato fisicamente dopo pochi giorni si ritroverebbe comunque impastoiato all’interno di un ambiente ostile dove sarebbe impossibilitato a muoversi, perché tutte, ma proprio tutte le leve del potere sono nelle mani di ligi servitori non dello Stato ma della globalizzazione mondialista, apolide ed eterodiretta dai grandi organismi sovranazionali. Dai funzionari pubblici e privati di ogni ordine e grado alla magistratura, dai giornalisti agli opinion leader, giù giù fino ai guitti da cortile che cantano canzonette, lavorano in TV o scrivono libelli di dubbio gusto, tutti lavorano per lo stesso padrone e costituiscono una sorta di fango marcescente che ti si attacca alle scarpe e non ti lascia muovere neppure se lo vuoi.

Il governo Conte, all’interno di questa situazione per molti versi grottesca, qualcosa ha tentato e sta tentando di farlo e lo dimostra il livore manifestato da tutto il circo Barnum dei poteri che contano. Inveiscono quotidianamente i pennivendoli di ogni colore, inveiscono confindustriali e banchieri, inveiscono i responsabili (mai votati da nessuno) della UE, inveiscono i ladroni delle ONG, tornano a scioperare perfino i sindacalisti d’accatto che da decenni avevano finto di dimenticare che si potesse farlo.
Nell’ambito dell’immigrazione selvaggia qualche passo in avanti è stato fatto, così come in prospettiva nel mondo del lavoro e del welfare, così come nei rapporti con la UE e nell’ambito della sicurezza. Piccoli passi nel fango, magari disordinati, ma che inequivocabilmente segnano un punto di svolta rispetto ai governi di centrodestrasinistra che si sono spartiti l’Italia negli ultimi 25 anni.

Non certo una svolta epocale o un miracolo, ma per quelli ci sarebbe bisogno del popolo, non dei populisti.

https://ilcorrosivo.blogspot.com/2019/01/niente-miracoli-ma-qualche-buona-azione.html

Gli ultras dell’ultimo stadio

Comunque c’è poco da chiamare soft power l’occupazione coloniale del calcio attuata in grande stile secondo il dettami  di un programma di sviluppo, il “Qatar National Vision 2030” che stabilisce i principi per uno “sviluppo sostenibile ed equilibrato” del quale fa parte appunto la “Sport Sector Strategy”: il Qatar compra e sponsorizza squadre (Barcellona, Psg, etc,), atleti, arbitri, senza alcun rispetto per il tradizionale fair play che dovrebbe caratterizzare il mercato calcistico e lo sport in generale, affitta ultras da infiltrare nelle partite, all’interno della Fifa compra i voti dei presidenti delle società calcistiche per aggiudicarsi la riffa dei Mondiali, conquistata anche grazie a accordi per forniture agevolate di gas,  al suo  7 per cento di Volkswagen, al suo 10 per cento di Deutsche Bank, alle quote importanti di Harrod’s, dell’aeroporto di Heathrow e di British Airways, di Credit Suisse e di Royal Dutch Shell.

Altro che calciopoli, calcioscommesse, cocaina, veline e giocatori. Ormai anche crimini, reati e interessi sono da grandi. Basta pensare alle partite che si giocano più sugli stadi che negli stadi: quelli “pubblici”, i tre sotto il controllo dei club,  lo Juventus Stadium, la Dacia Arena dell’Udinese e il Mapei Stadium del Sassuolo, quelli che pare indispensabile fare, Roma e Firenze, quelli che vorrebbero primi cittadini posseduti da una insana megalomania, Venezia, tutti comunque dentro la partita ancora più grande, quella della trasformazione, sancita con legge del 1996, delle società calcistiche da associazioni che avevano come scopi quelli connessi all’esercizio della pratica sportiva a imprese con fini di lucro, con la possibilità di quotarsi in borsa.

Molte società di calcio, che in precedenza appartenevano a imprenditori locali, come nelle commedie all’italiana, sono state acquistate da investitori finanziari.  Il 78% della Roma è di due società del Delaware, paradiso fiscale degli USA; il Bologna è del canadese Joey Saputo, uno dei 300 uomini più ricchi al mondo; il Venezia è di una cordata rappresentata dall’americano Joe Tacopina, impegnati a conseguire l’obiettivo primario   di generare profitti da distribuire agli azionisti, da raggiungere solo in parte con le sponsorizzazioni e la cessione dei diritti televisivi, sempre di più con investimenti finanziari e immobiliari.

Si deve al governo Letta la svolta che ha dato spazio alle peggiori speculazioni locali e internazionali con un provvedimento per favorire non solo la costruzione o il rifacimento degli stadi, ma l’edificazione al loro intorno, se non al loro interno, scavalcando così gli enti locali obbligati a dichiarare “di interesse pubblico” i progetti dei privati, aumentando il potere ricattatorio degli investitori privati, nel caso specifico dei padroni delle società calcistiche. E poi al governo Renzi l’estensione dell’applicazione dei favori  alle squadre di serie B cosicché nel 2016 un protocollo di intesa tra Invimit (Investimenti Immobiliari Italiani), B Futura (società di scopo interamente partecipata dalla Lega B) e l’Istituto per il Credito Sportivo adotta “lo strumento del Fondo Immobiliare,  per la promozione di operazioni di valorizzazione di stadi e impianti sportivi”.

Figuriamoci se in questo contesto qualcuno può davvero pensare di criminalizzare la violenza negli stadi quando dentro e fuori, intorno e sopra i circhi della nostra contemporaneità, profitto, sfruttamento, corruzione, prevaricazione, intimidazione e ricatto hanno dato un calcio allo sport come esercizio di convivenza civile per farne un business avido e feroce, e gli imperatori piegano il pollice per godersi lo spettacolo dei gladiatori e del pubblico, noi, mangiati dai leoni.

estratto da https://ilsimplicissimus2.com/2019/01/11/gli-ultras-dellultimo-stadio/

Come funzionava prima del luglio 1981

Un’analisi sulla formazione del debito pubblico

Scritto da Emmanuele Fiorella

Il 12 febbraio 1981, il Ministro del Tesoro Beniamino Andreatta comunicò al Governatore della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi, la sua volontà di cambiare profondamente la politica monetaria della Banca d’Italia e del governo italiano. Lo scambio di opinioni che ne seguì fu esclusivamente epistolare e il Parlamento non fu mai incluso nella discussione che portò al cosiddetto divorzio fra Banca d’Italia e Ministero del Tesoro. (1)

Nonostante ‘a consentirlo, secondo i legali del ministero, è il fatto che la revisione delle disposizioni date alla Banca d’Italia rientra nella competenza esclusiva del ministro’ (1), è evidente che ci sia stato e vi è tuttora un forte problema di legittimità politica e democratica riguardante questa scelta economica e politica imposta al paese ed alle future generazioni. Sottolineo ancora che il parlamento italiano formato dai parlamentari (e partiti) eletti dai cittadini non hanno avuto la possibilità, quantomeno formale, di esprimersi in merito ad una questione di tale portata.

In un articolo pubblicato il 26 luglio 1991 su ‘Il sole 24 Ore’ l’ex ministro Andreatta scrive:

Il divorzio non ebbe allora il consenso politico, né lo avrebbe avuto negli anni seguenti; nato come “congiura aperta” tra il ministro e il governatore divenne, prima che la coalizione degli interessi contrari potesse organizzarsi, un fatto della vita che sarebbe stato troppo costoso – soprattutto sul mercato dei cambi – abolire per ritornare alle più confortevoli abitudini del passato’ (2).

Una dichiarazione chiaramente permeata dal migliore spirito anti-democratico, basato sull’intraprendere una decisione che porrà dei futuri obblighi economici che renderebbero impossibile il cambio di marcia, anche se necessario e razionale.

Il divorzio si concretizzò nel luglio 1981, quando la Banca d’Italia non fu più ‘obbligata’ a coprire i titoli di stato non assorbiti dal mercato. Come vedremo, questa scelta causerà dure conseguenze finanziarie per il paese.

Nel 1982 il governo Spadolini II cadde a causa dello scontro politico, fra il ministro del tesoro Beniamino Andreatta ed il ministro delle finanze Rino Formica, proprio su questo provvedimento. La crisi di governo che ne scaturì è ricordata con il nome ‘Lite delle Comari’.

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Cartoline dall’ inferno

Poi con la caduta dell’Urss tutto questo ha cambiato di segno, si è trasformato da tutela dei ceti popolari a breviario dell’individualismo neoliberista che nel caso specifico è divenuto appoggio incondizionato all’Europa e ai suoi diktat di natura in apparenza economica, ma eminentemente politica

Il simplicissimus

kafka-angosciatoL’equazione è semplice, anzi semplicistica come è ormai d’habitude per le sinistre da happy hour che  sono costrette a non pensare per esistere e abbandonarsi al bon ton neoliberista: se il nemico è lo stato nazionale da svendere al miglior offerente insieme a tutti gli arredi, lingua e cultura compresi, allora ben venga non opporre resistenza ai regionalismi speciali che saranno anche sentine di specialissima corruzione e benedette prebende per le varie corti dei miracoli e benvenute anche le finte ribellioni di sindaci che aspirano alla gestione dell’immigrazione o all’acquisto di qualche specchio di Dorian Gray politico, esattamente come avveniva tempo fa al contrario con l’ostentazione di xenofobia.

Questo anti statalismo si è via via ingrossato come un tumore maligno a partire dal vecchio Pci che, sentendosi vittima di una conventio ad escludendum fu regionalista per poter governare almeno alcuni pezzi di Paese e fu anche in qualche misura localista…

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La bolla dei derivati

Fonte: Mario Lettieri e Paolo Raimondi

Qualche settimana fa l’Esma, l’autorità europea per la vigilanza sui mercati finanziari, ha pubblicato il suo primo rapporto annuale relativo alla situazione dei derivati. Lo ha fatto in modo preciso e persino sorprendente. A fine 2017, solo il mercato europeo dei derivati ha registrato un valore nozionale di ben 660 mila miliardi di euro, di cui oltre 542 mila sono derivati over the counter (otc), quelli cioè contrattati fuori dei mercati regolamentati. Dal rapporto si deduce subito che i derivati regolamentati, quelli perciò meno rischiosi, ancora rappresentano solo una minima parte del mercato. Il risultato ci sembra davvero sbalorditivo e molto preoccupante.

Fino ad oggi ci si è basati sui dati forniti dalla Banca dei Regolamenti Internazionali, la banca delle banche centrali mondiali con sede a Ginevra, che a fine 2017 ha quantificato il totale dei derivati a livello mondiale intorno a 622 mila miliardi di dollari, di cui gli otc erano pari a 532 mila miliardi.

La Bri, inoltre, ha sempre indicato che la «componente europea» del mercato dei derivati fosse circa un quarto del totale mondiale. Se tale stima fosse confermata, allora la bolla degli otc potrebbe essere di dimensioni enormemente maggiori rispetto a quella finora conosciuta. Ci sono parecchie ragioni per prendere dannatamente sul serio la cosa. Nel nostro paese, purtroppo, non ci pare che i media abbiano molto considerato i dati riportati.

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Media di regime

Perché dovremmo credere a Beppe Severgnini, stipendiato dal Corsera, di proprietà di RCS Media Group (Rizzoli-Corriere della Sera Media Group S.p.A.), uno dei principali gruppi editoriali italiani, impegnato nella gestione di quotidiani, periodici, televisione, web e raccolta pubblicitaria, di cui Urbano Cairo detiene il 59,831% dell’azionariato?

Urbano Cairo, ex collaboratore Fininvest di Berlusconi, coinvolto nell’inchiesta Mani pulite, al cui processo chiede il patteggiamento, e concorda una pena di diciannove mesi con la condizionale, per i reati di appropriazione indebita, fatture per operazioni inesistenti e falso in bilancio.

Perché dovremmo credere ai numerosi diffamatori seriali, che blaterano dagli schermi di La7, canale televisivo sempre di proprietà del gruppo Cairo Communication, GEDI Gruppo Editoriale S.p.A.?

Sempre per lo stesso motivo, perché dovremmo credere a Repubblica (con i suoi nove supplementi), La Stampa, Il Secolo XIX, L’Espresso, stampati sempre da «Gedi News Network» (GNN), gruppo editoriale proprietario anche di tre radio nazionali, Radio Deejay, Radio Capital e m2o e delle emittenti televisive satellitari m2o TV, Radio Capital TiVù e Deejay TV?

E del Giornale berlusconiano ne vogliamo parlare? Il giorno 29/12 titola: “Toninelli, Lezzi e Trenta ministri a rischio rimpasto“. Il ministro dei Trasporti dunque secondo il Giornale rischierebbe la retrocessione in Parlamento… e le altre due ministre sarebbero spostate di location come pedine sul tavolo degli scacchi. Quando al contrario non è assolutamente possibile un rimpasto del genere, perché secondo il vincolo dei due mandati, i portavoce del MoV non possono passare da un incarico all’atro, tradendo il patto elettorale coi cittadini, pena l’espulsione dal MoV.

E ancora Libero Quotidiano… “Luigi Di Maio trema, quale Ministero vuole Matteo Salvini: rimpasto e fine del governo?”

Il Sole24ore… “Dalle gaffe di Toninelli ai malumori di Savona: il governo e le tentazioni di rimpasto.”

Roma.Corriere… “Fraccaro al posto di Toninelli. La voglia di rimpasto nei 5 Stelle.”

Il Giornale… “Stangata una pensione su tre. I tagli assegno per assegno. Dal 2019 scattano le penalizzazioni su tutti gli assegni che superano i 2000 euro lordi. C’è chi perde fino a 1000 euro.”

La Repubblica… “Manovra, la tassa sulla solidarietà colpisce anche gli ospedali: 70 milioni in più.” Lo stesso comma che penalizza il volontariato aumenta l’Ires anche per le aziende del sistema sanitario nazionale. Etc etc…

Infine. Evidenti segnali di un sistema di potere che si è infranto, e che cerca di svincolarsi dalla  morsa, per non collassare definitivamente. Logico che abbiano sfoderato tutte le loro armi terroristiche più violente, le loro insinuazioni più raffinate, per difendere i loro imperi editoriali, finanziari ed imprenditoriali.

Però negli ultimi anni si sono alquanto distratti e soprattutto hanno fatto malissimo i loro conticini, lasciando i ragazzi italiani senza lavoro e senza futuro… perché poi quelli si sono incazzati e guarda un po’, sono anche diventati  ministri.

Rosanna Spadini

estratto da  https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=61385