West Nile

È bufera (politica) sul direttore generale dell’Ausl di Modena Massimo Annichiarico per un post ironico, ora rimosso, sulla West Nile. A molti non è piaciuto proprio perché tira in ballo una questione molto sentita dai cittadini di Modena e provincia.

“Un atteggiamento molto grave e inaccettabile per il quale la Regione dovrebbe valutare al più presto sia la revoca dei premi assegnati al dg, oltre che la sua immediata rimozione dell’incarico dal vertice dell’AUSL”. Scrive così la consigliera regionale M5S Giulia Gibertoni che sulla vicenda ha presentato un’interrogazione alla giunta regionale. “Anche se il post sembra che sia stato cancellato – aggiunge la pentastellata – crediamo che un gesto del genere sia totalmente inopportuno oltre che inaccettabile da parte di chi riveste un ruolo così importante nella gestione della nostra sanità. La pubblicazione di questo post denota un’inadeguatezza a rivestire un ruolo istituzionale per il quale, vale la pena sottolinearlo, è vantaggiosamente retribuito, anche con premialità, arrivando a incassare annualmente un importo superiore a quello del Presidente della Regione Emilia-Romagna, ente da cui dipende l’AUSL di Modena. Ecco perché crediamo che la Regione debba intervenire valutando sia la revoca dei premi assegnati ad Annicchiarico, ma soprattutto la sua permanenza ai vertici dell’AUSL”.

È poi Andrea Galli di Forza Italia a chiedere, con un’interrogazione, al governo regionale “se non ritiene opportuno revocare l’incarico al direttore generale dell’Ausl di Modena alla luce di un intervento del tutto inopportuno e offensivo verso i cittadini e, soprattutto, verso le famiglie delle vittime del virus”. Il dirigente, spiega il consigliere, “ha pubblicato sui social un suo intervento ironico teso a minimizzare e irridere le paure dei cittadini riguardo il virus West Nile, malgrado fosse ovviamente a conoscenza delle centinaia di casi di infetti e delle decine e decine di colpiti in modo grave fino ad arrivare a numerosi decessi”.

L’Ausl di Modena, rimarca il politico, “ha dato notizia dei primi due decessi solamente dopo alcune settimane e dopo la pubblicazione di alcuni articoli sui media da parte dei parenti dei deceduti a cui era stato caldamente consigliato di non parlare per ‘non creare allarmismo’”. Galli, nell’atto ispettivo, chiede inoltre “se la Regione intende scusarsi con i cittadini modenesi per l’intervento del direttore generale Ausl”.

Anche la Lega è intervenuta.

“Le dichiarazioni di Massimo Annicchiarico – scrivono Stefano Bargi, consigliere regionale Lega Nord e il deputato della Lega Guglielmo Golinelli – sono inopportune e gravi. Un dirigente Ausl non dovrebbe permettersi di ironizzare su un virus che si sta diffondendo sempre di più e che ha già mietuto diverse vittime. Il lauto stipendio dei dirigenti sanitari posizionati dalla politica del Pd nei ruoli che ricoprono e i premi, e i bonus, che vengono loro costantemente riconosciuti non dovrebbero farli sentire superiori al dovere di rispondere con correttezza e professionalità alle domande, alle sollecitazioni e anche alle critiche dei cittadini”.

“Affermazioni – aggiungono i due leghisti – come quelle pubblicate sul profilo Fb personale di Annicchiarico non sono consone a un Dg e cercano di sviare l’attenzione dai doveri e dalle competenze che l’Azienda sanitaria è tenuta a mettere in atto per eliminare o perlomeno arginare il problema”.

Quelli che Annicchiarico elenca sono “semplicemente doveri che qualsiasi ente avrebbe messo in campo davanti ad una situazione come quella del virus che sta dilagando soprattutto nella nostra regione”, aggiungono Bargi e Golinelli “quello invece che noi chiediamo come rappresentanti dei cittadini, è che dirigenti profumatamente stipendiati e certamente competenti ma posizionati, comunque, da una assegnazione politica degli incarichi, portino risposte più concrete efficaci ed innovative rispetto a quelle prodotte fino ad oggi”.

“Invece di sbizzarrirsi sui social network – concludono – Annicchiarico, dovrebbe concentrare tutte le sue energie e le competenze da professionista per combattere la diffusione di questa grave malattia”.

Inoltre, il consigliere Bargi ha depositato martedì 18 settembre un question time a cui l’assessore alla Sanità Venturi dovrà rispondere già durante la prossima seduta assembleare martedì 25 settembre 2018.

https://www.sulpanaro.net/2018/09/west-nile-bufera-sul-direttore-generale-dellausl-massimo-annichiarico/

Erga omnes

Il guaio è che lo hanno fatto anche i 5 stelle , che forse non si rendono conto che già adesso nel mirino c’è anche l’Italia.

Quello che, per loro stessa formazione sfugge al movimento che si rifiuta di diventare partito, è che una legge, una volta approvata, vale per tutti; lo stesso errore lo fecero con le pensioni: se cambi il sistema di calcolo per alcuni il provvedimento poi si estende anche agli altri.

Purtroppo i giovani  non riescono a coniugare al plurale la libertà individuale.

Concessioni servizi

Dunque, a 18 anni dal suo avvio, non solo la liberalizzazione delle concessioni non si è verificata (non portando quindi ad alcun miglioramento nella qualità del servizio, ammesso che ciò sia di per sé possibile), ma il servizio stesso è sempre più rischioso per la sicurezza dei cittadini, a causa del possibile cedimento degli impianti di distribuzione più vecchi.

Posto che un certo riordino del settore resta comunque necessario, dalla storia dei servizi idrico, telefonico, energetico, così come da altre più recenti e purtroppo ben più tragiche vicende, si dovrebbe trarre la conclusione che il servizio a rete fornito da grandi soggetti privati non porta di per sé a nessun reale calo delle tariffe e/o miglioramento della qualità del servizio.

Il grande soggetto privato massimizza il profitto, come è nella sua natura, attraverso economie di scala, risparmio di costi, aumento dei prezzi, ma ciò non comporta automaticamente un reale miglioramento del servizio per chi ne usufruisce. Né si traduce in un calo delle tariffe (o prezzi). A meno che il concedente si incarichi di una attività molto impegnativa di stringente controllo. Se le leggi glielo consentono, però: spesso questa attività è in capo ad Autorità di settore prive di effettivi poteri sanzionatori e di controllo.

estratto da http://appelloalpopolo.it/?p=44291

Elogio della prima Repubblica

In questa calda estate italiana, tuttavia, non solo i ponti crollano, ma si vanno sgretolando i muri di menzogne e falsificazioni innalzati dall’inizio degli anni 90, allorché, finito il comunismo, gli Usa abbandonarono al loro destino il sistema potere basato sulla DC, il PSI, le partecipazioni statali, alcune grandi industrie e alcune banche d’affari (Mediobanca). L’esito è stato la svendita di gran parte della ricchezza nazionale attraverso privatizzazioni pilotate da un gruppo di potere intercollegato a centrali estere anglo americane e francesi. I gioielli dell’economia, dell’industria, della ricerca, della finanza sono stati svenduti e solo oggi, dopo 25 anni si squarcia il velo, dopo la caduta di un ponte pagato con il denaro di tutti e affidato in concessione a un privato, Autostrade della famiglia Benetton, che ha guadagnato miliardi e reinvestito spiccioli nella manutenzione, senza alcun interesse per un piano infrastrutturale. Le condizioni della concessione stanno emergendo come scandalosamente contrarie all’interesse erariale e nazionale, una specie di patto leonino alla rovescia, in cui tutti gli oneri stanno dalla parte pubblica (la proprietaria!), tutti i vantaggi da quella privata. Sta venendo a galla un groviglio di interessi e di meccanismi, a partire del finanziamento dell’operazione, che sanno di tradimento del popolo italiano. Il governo ha finalmente battuto un colpo, impegnandosi a sottrarre la concessione al gruppo Autostrade. Lo stuolo di legali di alto livello messo in campo da lor signori è capitanato da personaggi della politica e delle istituzioni di lunghissimo corso come Paola Severino e Giovanni Maria Flick. Ex ministri, ex membri della Corte Costituzionale giunti al rango di presidente, ex dirigenti di tutto. Personalità di altissima professionalità, ovviamente, ma, guarda caso, membri di quei centri di potere riuniti attorno a Romano Prodi, protagonisti delle privatizzazioni, delle modalità di adesione all’unione europea e di tutti gli eventi che hanno segnato la storia recente.

Per la prima volta il velo si sta squarciando e una parte maggioritaria degli italiani comincia ad aprire gli occhi. Doveva cadere un ponte, uccidere innocenti, ferire a morte una regione intera, affinché diventasse patrimonio di verità la parola inascoltata dei pochi che hanno gridato per anni, vox clamantis in deserto, voce di chi urla nel deserto, come Giovanni il Battista. Complottisti, mentitori, estremisti per un quarto di secolo, adesso risulta che avessero ragione. Un’inchiesta di questi giorni, a proposito della privatizzazione delle banche pubbliche che controllavano tra l’altro Bankitalia, ipotizza che siano state cedute a un decimo del valore reale. Dovremmo citare la Sme, la chimica, l’Enel, l’agroalimentare, l’abbandono folle della siderurgia (chi fornirà i materiali per il nuovo ponte in acciaio?), un elenco talmente lungo da occupare pagine intere.  A cose fatte, a Italia fatta a brandelli, venduta, regalata, offerta al minor offerente, veniamo a sapere che i protagonisti sono ancora in sella, alcuni ai vertici delle società private che hanno smantellato da boiardi pubblici e da politici infedeli. Eppure Mani Pulite venne fatta passare come una benefica operazione contro la corruzione, che c’era, eccome e chi la denunciava anche alloraera sbeffeggiato, perseguitato, deriso. I corruttori- l’industria, l’economia, la finanza – vennero fatti passare per vittime, sia pure ben disposte adaprire il portafogli. Il popolo applaudì, voltando le spalle al sistema che, pur tra mille difetti e gravissime ombre, aveva comunque accompagnato la ricostruzione dopo la tragedia del 1945. Ebbero un sacco di colpe, ma non smantellarono il buono costruito prima di loro (l’Iri e il sistema bancario) e, attraverso uomini come Enrico Mattei – ucciso nel 1962 – Adriano Olivetti e tanti altri, portarono l’Italia all’avanguardia.

Roberto Pecchioli

estratto da https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=60940

Teoria e pratica

I due corni del dilemma ci paiono lo scarto enorme tra legge formale e sua applicazione, a partire dalla Costituzione materiale che ha ampiamente sostituito quella scritta, e l’accettazione della supremazia del diritto dell’Unione Europea sulla legislazione nazionale. A latere, si consolida il potere di varie burocrazie in grado non solo di bloccare quanto loro sgradito, ma di orientare la legislazione ed esercitare un potere di fatto che rende debolissime le istituzioni politiche e tiene in scacco i cittadini. I grandi temi si infrangono nella dura lotta di ogni giorno, per cui lo Stato di diritto è un sogno allorché si tratta di ottenere una prestazione sanitaria o un’analisi clinica in tempi ragionevoli, viaggiare sui mezzi pubblici puliti, rispettosi degli orari, dove chi paga il biglietto non è un fesso e dove i prepotenti e i disonesti non sono tollerati, vivere in città dalle quali siano cacciati malviventi domestici e d’importazione.

Lo Stato di diritto diventa facezia che non muove al riso nel caso dei ventimila insegnanti di ruolo tornati precari per una sentenza del Consiglio di Stato, poiché in Italia i gruppi di pressione si organizzano e rendono difficile la vita quotidiana e l’azione legislativa. Nel piccolo, lo Stato di diritto è assente allorché milioni di pensionati devono rendere complesse dichiarazioni periodiche per ottenere detrazioni e richiedere diritti che non valgono una volta per tutte. Diventa vano chiedere legalità, al di là delle pompose liturgie del potere, in una nazione nel quale oltre il 90 per cento dei furti resta impunito e spesso non è neppure denunciato, tanto non ci sarebbero indagini se non in casi clamorosi, con grande gioia di farabutti per i quali vige un particolare ius soli, poiché scelgono volentieri l’Italia come patria di elezione. Di rapine e estorsioni impunite siamo maestri per merito delle mafie che, vergogna nazionale, abbiamo largamente esportato.

Il potere reale, si sa, è esercitato dal denaro. Le vessazioni delle banche sono esperienza di tutti. Sappiamo tutti quanto pesano le spese incomprensibili, le difficoltà opposte spesso al prelevamento e all’uso del proprio denaro, per tacere gli ostacoli per prestiti e mutui, le autentiche vessazioni a carico di chi è in difficoltà, senza che esista un’autorità cui ricorrere, un sistema di difesa contro il potere devastante del denaro che svuota la democrazia.

Ma, avverte Karl Popper, viviamo in una società aperta, la migliore possibile nella storia. Tanto aperta che varie leggi limitano il libero pensiero, in barba all’articolo 21 della Costituzione. Negli ultimi anni la stretta si è fatta più soffocante, toccando temi come la cosiddetta omofobia, il divieto di esprimere preferenze o antipatie, ridefinite in blocco discriminazioni. Un’medico, la dottoressa Silvana De Mari, è processata per aver espresso un’opinione clinica sulla pericolosità di certi rapporti sessuali, ogni riunione pubblica di gruppi sgraditi al sottopotere di fatto è un percorso di guerra burocratico che nega clamorosamente il diritto di “riunirsi pacificamente e senz’armi”, un diritto risalente allo statuto albertino del 1848.

Le scarcerazioni di malavitosi incalliti sono facili e frequenti, e non è colpa di magistrati faciloni se le norme esistono. La libertà personale viene negata a qualcuno, ma lasciata con impudenza a stupratori e spacciatori, fino a una sentenza che ne ha liberato uno in quanto l’attività di spaccio è il mezzo di sussistenza di quel gentiluomo. Sicari professionisti, borseggiatori e truffatori sono avvertiti, specie se stranieri. Lo Stato di diritto, infatti, pare applicarsi con maggiore elasticità ai non italiani. Le carceri sono strapiene, tanto da divenire un inferno non per la severità della legge, ma per i posti limitati, con la conseguenza che si promulgano normative e dettano circolari tese a svuotarle, ma non risulta un piano di costruzione di nuove prigioni per rinchiudervi chi lo merita.

Molte leggi italiane soffrono di un difetto che affligge anche le Costituzione: dicono e non dicono, affermano e contemporaneamente derogano. Spesso rimandano a regolamenti che non vengono emessi o contrastano con la norma, per la gioia degli avvocati che, legittimamente, resistono nei processi e dai processi. L’ipertrofia legislativa unita alla scarsa applicazione pratica deve essere un difetto permanente del nostro popolo, se già Dante scrisse “le leggi son, ma chi pon mano ad esse?” e Alessandro Manzoni citò le grida, ovvero i decreti del tempo dei Promessi Sposi, che nessuno osservava e l’autorità ignorava.

Roberto Pecchioli

leggi tutto su https://www.maurizioblondet.it/stato-di-diritto/

Identità

Per comodità di lettura abbiamo scansionato dall’archivio il secondo articolo inviato al nostro giornale da Fabio Bergamini (attuale sindaco di Bondeno); il primo lo trovate al link: https://bondenocom.wordpress.com/2018/07/04/dal-nostro-archivio/

Inserito da Scipio Sabato, 08 aprile 2006 alle 01:00:00 CESI
Alla vigilia del voto vi proponiamo un secondo articolo di Fabio Bergamini, denso (forse troppo) di elementi di riflessione, dai quali ne isoliamo uno che ci sembra basilare per compiere le scelte che ci attendono: «Non possiamo vivere senza identità, poiché “senza punti cardinali, i nostri passi sono privi di orientamento”, e senza orientamento la ragione umana è davvero come dice ironizzando Zagrebelsky “pronta a servire ogni padrone”.»
A seguito della recente querelle sull’identità occidentale promossa dall’onorevole Pera, nella pluralità di voci e di pareri apparsi come funghi sui quotidiani nazionali, si distingue per chiarezza di contenuti l’intervento di Gustavo Zagrebelsky, esimio costituzionalista, su “Repubblica” dell’otto marzo di quest’anno.
In questo suo articolo I paladini dell’identità e la tolleranza dell’Occidente, l’autore insiste sulla diffidenza da tenere verso ogni forma di identità concreta e attacca duramente ogni concezione di “pensiero forte” criticando chi vede nella nostra società “disgregazione e disperazione, relativismo, egoismo e mancanza di nerbo morale”. In questo articolo si condanna inoltre (‘”errore” diffuso che consiste nel vedere le scienze come “frammentate, prive di anima ma dotate di ambizioni smisurate”, attaccando perciò chi pensa che la Ragione “non si occupa più di fini ma solo di mezzi” ed è quindi pronta “a servire qualunque padrone”. Zagrebelsky pretende di demolire queste concezioni, a suo avviso assurde, ignorando platealmente gli studi sociali e filosofici degli ultimi cinquant’anni; studi che, partendo dagli orientamenti più diversi, con allarmante frequenza hanno messo in guardia contro la degenerazione delle “creazioni” tipicamente occidentali, quali appunto sono la Ragione, la Scienza e la Società intesa democraticamente come “contenitore di differenze”.
Curiosamente, per Zagrebelsky, gli unici valori da riconoscere come peculiari della civiltà occidentale sono quelli sviluppatisi con più forza negli ultimi cento anni, valori ad ogni modo ripetutamente violati e non sempre credibili neanche in questo arco di tempo: quindi “uguaglianza, diritti umani, democrazia”. “Tutto questo, indubitabilmente, è identità” chiosa l’autore, condannando i valori che lui stesso chiama “concreti” in nome di queste astrazioni condivisibili dal punto di vista teorico, ma privi di “carne e sangue” come già affermato da qualcuno. Aggredire le identità “pre-date”, come le chiama lui, solo perché fruibili da un determinato gruppo sociale e non da altri, è a nostro avviso una pura idiozia intellettuale. Intanto sarebbe da chiarire la natura di questo attacco alla tradizione: cosa c’è di male, ad esempio, nell’identità contadina dell’Emilia-Romagna, vecchia di millenni, con i suoi dialetti specifici e la sua particolare religiosità? Cosa c’è di male nell’orgoglio cattolico di essere stati scelti per convincere con l’esempio l’umanità della giustizia e realtà del Cristo? Che c’è di male nel seguire i precetti della religione islamica? Se l’alternativa è unicamente quella dell’odierna “democrazia debole”, cioè per dirla con Zagrebelsky, quella dei “valori formali o procedurali, non materiali” possiamo davvero meravigliarci del nichilismo diffuso e del conseguente venir meno, come ammette La Loggia, “di qualsiasi filosofia […] che sia capace di spingere i singoli a trovare un compromesso fra i propri diritti e desideri e quelli altrui, in un comune e spontaneo ossequio alla legge”?
Se opporsi al grande vuoto postmoderno è volere lo “scontro di civiltà” (ma chi l’ha detto che la gente lo vuole?), se tutti i nostri valori “materiali”, quali che siano, sono da mettere da parte in funzione di un qualcosa di superiore e di non ben definito, possiamo tranquillamente buttare a mare millenni di storia. Di costruire un apparato (meccanico) democratico è in grado chiunque (persino l’arretrato popolo afgano), ma per farlo funzionare e renderlo effettivamente vivibile e a “misura d’uomo” serve davvero qualcosa di più dei “meta-valori” del liberalismo classico che esalta l’ex- presidente della Corte Costituzionale.
Forse è opportuno qui ricordare la grande lezione di Ortega y Gasset nelle sue riflessioni sull’utilitarismo filosofico del diciannovesimo secolo. Per il filosofo spagnolo, il concetto meccanico della democrazia di stampo ottocentesco (che è quella in cui viviamo noi oggi), il suo concentrarsi sul mezzo per far funzionare lo Stato e non sul suo fine in funzione dei cittadini, è il retaggio aberrante della modernità. Oggi vediamo la sua critica in tutto il suo valore profetico: nell’odierna democrazia di massa, l’individuo esalta la comprensione interreligiosa senza avere una fede alcuna, la democrazia senza saperla definire e anzi definendola nella sua indeterminatezza e infine le culture “altre” ignorando completamente la propria. Il meccanismo invero mirabile della democrazia ha oggi ben saldi i suoi pilastri di reciprocità, libertà e uguaglianza ma gli mancano completamente confini precisi; un concetto cioè senza limiti e senza fisionomia in cui i cittadini, ovviamente, non sanno come orientarsi. Scrive Ortega a questo proposito: “è assolutamente impossibile per l’uomo rinunciare, a causa di una costrizione psicologica, a possedere una nozione completa del mondo”, cioè una sua propria visione in cui tutto ha un posto. Non possiamo vivere senza identità, poiché “senza punti cardinali, i nostri passi sono privi di orientamento”, e senza orientamento la ragione umana è davvero come dice ironizzando Zagrebelsky “pronta a servire ogni padrone”. Crediamo sul serio sia un caso la proliferazione in Occidente di tante sette e pseudo-religioni? Di tante identità culturali pre-fabbricate? Di tante e nuove tribù cittadine, internazionali e addirittura telematiche? L’uomo che non ha radici se le crea, il cittadino apolide si trova una sua città; come si può infatti “vivere restando sordi alle ultime, drammatiche domande?”. E se non si hanno risposte serie, si ripiega assai facilmente su idiozie “alla moda”. Ma un’identità non può essere creata dal nulla, come in un calderone magico da stregoni, mischiandoci di tutto; un’identità va vissuta e provata storicamente per lungo tempo prima di confermarsi come tale, altrimenti rischia di essere velocemente consumata e di lasciare dietro di sé solo quel senso di vuoto e quell’ansia esistenziale che sono l’indicatore tipico della nostra civiltà.
Nella nostra decadente società “multiculturale” in cui la libertà di espressione è il cardine del sistema, quale reale libertà di parola può esistere se non si ha nulla da dire? Cosa vogliamo di più se tutto ci è permesso? Almeno i giovani degli anni della contestazione avevano, seppur indottrinati e inquadrati come un vero esercito, qualche ideale concreto, vissuto, da seguire. Oggi il vuoto esistenziale può essere riempito solo dalla multiforme piovra della “new age”, la Nuova Era, a quanto pare, della dissoluzione di ogni valore e di ogni rispetto costruiti faticosamente nei secoli dalla Tradizione, questo mostro che tanto si è operato per abbattere.
Senza dubbio, comunque, come afferma Zagrebelsky la questione identitaria viene alla ribalta proprio ora per precisi fini politici e strategici. I dubbi e le incertezze dei cittadini vengono così opportunamente stimolati, fornendo poi risposte facili e usa-e-getta, non diverse nella sostanza da quelle delle nuove “religioni” di cui abbiamo detto sopra. Poiché è davvero singolare, per dirla con lo storico Franco Cardini, che di questi tempi “italiani che da tempo non frequentavano la Chiesa […] si scoprano d’un colpo così gelosi delle loro tradizioni quando si tratta di confrontarle con una supposta “minaccia” islamica”. Gli stessi italiani, è il caso di dirlo, che non hanno mosso un dito contro l’americanizzazione culturale della penisola, la quale davvero ha compromesso le nostre radici storiche e sociali, cambiando gusti, visione del mondo, aspirazioni dei cittadini. Il vero problema in questo dibattito, il fattore che ha creato come conseguenza la “questione occidentale”, è questo sforzo generalizzato e “sospetto”, come lo definisce lo stesso Ortega, nell’appiattire ogni cultura verso gli stessi canoni, quelli cioè funzionali alla globalizzazione e alle sue logiche perverse, oscurando così “la chiarezza con la quale i popoli si sentivano differenti”.
Quale volontà, più o meno criminale, si nasconde dietro l’edificazione dei nuovi idoli postmoderni? E’ giunto davvero il momento di capire che livellare tutte le culture non è realmente crearne una nuova, ma distruggerle tutte.

Fabio Bergamini.

Nota: all’epoca ci siamo permessi di omettere il Post Scriptum, ritenendolo eccessivamente polemico, avvertendo l’autore della possibilità di liberamente inserirlo, come suo personale commento , oltre a ulteriori considerazioni alla luce delle sue successive esperienze

Senza una linea

La radice del male sta nel non avere — si cita un classico — una linea di condotta. Senza una chiara linea di condotta e in primo luogo senza fare come Cortes: tagliando i ponti con il continuismo eurofilo senza esclamazioni e riaffermando la permanenza nell’euro, ma contestualmente senza clamori non conservando ai posti di comando ragionieri dello Stato e alti burocrati che remano contro (le leggi Bassanini in Italia servono solo per annichilire i migliori e nominare i servi e i regolatori cleptocratici). Era ed è tutta una cultura neoliberista che invece andava sconfessata con la calma olimpica del negoziatore e nella convinzione che con la speculazione finanziaria occorre lavorare per prevenirla.(corsivo nostro n.d.r)

Il ministro dell’Economia doveva e deve, fortissimamente deve, fare il tour delle capitali europee con il ministro per gli Affari europei e il diligentissimo ministro degli Esteri. E il ministro dell’Economia doveva, come ha ricordato il sempre saggissimo Gustavo Piga su queste pagine, elaborare un piano pluriennale votato alla crescita e agli investimenti utilizzando strumenti esistenti come la Cassa depositi e prestiti e com’è possibile fare seguendo una politica che elimini le rendite ricardiane e applichi il federalismo fiscale con i costi standard. Il tutto accompagnato da un ministro del Lavoro che delegifera e smantella piuttosto che burocratizzare per abbassare il tempo definito di contratti con tetti di poco inferiori ai precedenti, imponendo alle imprese di trasformarsi in poeti di causali invece che in imprenditori, padroni e operai e tecnici impegnati nell’aumento della produttività piuttosto che nelle pagine delle forche caudine burocratiche.

L’indicazione della migliore politica del lavoro viene dai lavoratori sfruttati più che mai dell’agricoltura, che aprono la via a una lotta per i diritti e per i doveri non scritti sulle pandette che arricchiscono giuslavoristi, ma sulle narrazioni invece “delle lotte del lavoro”, secondo le pagine di un Luigi Einaudi che non si cita mai.

Insomma, si ha un bel dire che la tenuta del Governo italico d’estate dipende dalle elezioni di midterm negli Usa: elezioni che in primo luogo si terranno quando il caldo non ci sarà più e la Siberia dell’austerity invocata da un’agguerrita parte dello Stato profondo e dalla borghesia vendidora può già aver assiderato tutto quanto.

Il Governo deve cambiare rotta e in fretta. I voti auspicati dai sondaggi sbiadiscono in fretta, ci ha ricordato Giorgio Vittadini, e i produttori italiani non possono assistere impotenti al blocco di industrie come l’Ilva e di infrastrutture come la Tap e la Tav vitali per il nostro italico futuro per il rumor di manette agitato dai sempiterni Robespierre: piacciono alle folle, che prima o poi si stancano…

Se non ci sarà la svolta, le pressioni della borghesia vendidora si salderanno con la disperazione di una borghesia nazionale seria e coscienziosa che ha eletto e legittimato una componente essenziale di questo governo sperando così di stabilizzare la mucillagine peristaltica con cuspide eterodiretta che minaccia di intimorire anche la signora Gina (la quale non vuole che i nipoti prendano la varicella e meno che mai la poliomielite).

estratto da http://www.ilsussidiario.net/News/Politica/2018/8/11/SCENARIO-Il-countdown-per-il-Governo-Lega-M5s-e-gia-iniziato/834242/