Identità

Per comodità di lettura abbiamo scansionato dall’archivio il secondo articolo inviato al nostro giornale da Fabio Bergamini (attuale sindaco di Bondeno); il primo lo trovate al link: https://bondenocom.wordpress.com/2018/07/04/dal-nostro-archivio/

Inserito da Scipio Sabato, 08 aprile 2006 alle 01:00:00 CESI
Alla vigilia del voto vi proponiamo un secondo articolo di Fabio Bergamini, denso (forse troppo) di elementi di riflessione, dai quali ne isoliamo uno che ci sembra basilare per compiere le scelte che ci attendono: «Non possiamo vivere senza identità, poiché “senza punti cardinali, i nostri passi sono privi di orientamento”, e senza orientamento la ragione umana è davvero come dice ironizzando Zagrebelsky “pronta a servire ogni padrone”.»
A seguito della recente querelle sull’identità occidentale promossa dall’onorevole Pera, nella pluralità di voci e di pareri apparsi come funghi sui quotidiani nazionali, si distingue per chiarezza di contenuti l’intervento di Gustavo Zagrebelsky, esimio costituzionalista, su “Repubblica” dell’otto marzo di quest’anno.
In questo suo articolo I paladini dell’identità e la tolleranza dell’Occidente, l’autore insiste sulla diffidenza da tenere verso ogni forma di identità concreta e attacca duramente ogni concezione di “pensiero forte” criticando chi vede nella nostra società “disgregazione e disperazione, relativismo, egoismo e mancanza di nerbo morale”. In questo articolo si condanna inoltre (‘”errore” diffuso che consiste nel vedere le scienze come “frammentate, prive di anima ma dotate di ambizioni smisurate”, attaccando perciò chi pensa che la Ragione “non si occupa più di fini ma solo di mezzi” ed è quindi pronta “a servire qualunque padrone”. Zagrebelsky pretende di demolire queste concezioni, a suo avviso assurde, ignorando platealmente gli studi sociali e filosofici degli ultimi cinquant’anni; studi che, partendo dagli orientamenti più diversi, con allarmante frequenza hanno messo in guardia contro la degenerazione delle “creazioni” tipicamente occidentali, quali appunto sono la Ragione, la Scienza e la Società intesa democraticamente come “contenitore di differenze”.
Curiosamente, per Zagrebelsky, gli unici valori da riconoscere come peculiari della civiltà occidentale sono quelli sviluppatisi con più forza negli ultimi cento anni, valori ad ogni modo ripetutamente violati e non sempre credibili neanche in questo arco di tempo: quindi “uguaglianza, diritti umani, democrazia”. “Tutto questo, indubitabilmente, è identità” chiosa l’autore, condannando i valori che lui stesso chiama “concreti” in nome di queste astrazioni condivisibili dal punto di vista teorico, ma privi di “carne e sangue” come già affermato da qualcuno. Aggredire le identità “pre-date”, come le chiama lui, solo perché fruibili da un determinato gruppo sociale e non da altri, è a nostro avviso una pura idiozia intellettuale. Intanto sarebbe da chiarire la natura di questo attacco alla tradizione: cosa c’è di male, ad esempio, nell’identità contadina dell’Emilia-Romagna, vecchia di millenni, con i suoi dialetti specifici e la sua particolare religiosità? Cosa c’è di male nell’orgoglio cattolico di essere stati scelti per convincere con l’esempio l’umanità della giustizia e realtà del Cristo? Che c’è di male nel seguire i precetti della religione islamica? Se l’alternativa è unicamente quella dell’odierna “democrazia debole”, cioè per dirla con Zagrebelsky, quella dei “valori formali o procedurali, non materiali” possiamo davvero meravigliarci del nichilismo diffuso e del conseguente venir meno, come ammette La Loggia, “di qualsiasi filosofia […] che sia capace di spingere i singoli a trovare un compromesso fra i propri diritti e desideri e quelli altrui, in un comune e spontaneo ossequio alla legge”?
Se opporsi al grande vuoto postmoderno è volere lo “scontro di civiltà” (ma chi l’ha detto che la gente lo vuole?), se tutti i nostri valori “materiali”, quali che siano, sono da mettere da parte in funzione di un qualcosa di superiore e di non ben definito, possiamo tranquillamente buttare a mare millenni di storia. Di costruire un apparato (meccanico) democratico è in grado chiunque (persino l’arretrato popolo afgano), ma per farlo funzionare e renderlo effettivamente vivibile e a “misura d’uomo” serve davvero qualcosa di più dei “meta-valori” del liberalismo classico che esalta l’ex- presidente della Corte Costituzionale.
Forse è opportuno qui ricordare la grande lezione di Ortega y Gasset nelle sue riflessioni sull’utilitarismo filosofico del diciannovesimo secolo. Per il filosofo spagnolo, il concetto meccanico della democrazia di stampo ottocentesco (che è quella in cui viviamo noi oggi), il suo concentrarsi sul mezzo per far funzionare lo Stato e non sul suo fine in funzione dei cittadini, è il retaggio aberrante della modernità. Oggi vediamo la sua critica in tutto il suo valore profetico: nell’odierna democrazia di massa, l’individuo esalta la comprensione interreligiosa senza avere una fede alcuna, la democrazia senza saperla definire e anzi definendola nella sua indeterminatezza e infine le culture “altre” ignorando completamente la propria. Il meccanismo invero mirabile della democrazia ha oggi ben saldi i suoi pilastri di reciprocità, libertà e uguaglianza ma gli mancano completamente confini precisi; un concetto cioè senza limiti e senza fisionomia in cui i cittadini, ovviamente, non sanno come orientarsi. Scrive Ortega a questo proposito: “è assolutamente impossibile per l’uomo rinunciare, a causa di una costrizione psicologica, a possedere una nozione completa del mondo”, cioè una sua propria visione in cui tutto ha un posto. Non possiamo vivere senza identità, poiché “senza punti cardinali, i nostri passi sono privi di orientamento”, e senza orientamento la ragione umana è davvero come dice ironizzando Zagrebelsky “pronta a servire ogni padrone”. Crediamo sul serio sia un caso la proliferazione in Occidente di tante sette e pseudo-religioni? Di tante identità culturali pre-fabbricate? Di tante e nuove tribù cittadine, internazionali e addirittura telematiche? L’uomo che non ha radici se le crea, il cittadino apolide si trova una sua città; come si può infatti “vivere restando sordi alle ultime, drammatiche domande?”. E se non si hanno risposte serie, si ripiega assai facilmente su idiozie “alla moda”. Ma un’identità non può essere creata dal nulla, come in un calderone magico da stregoni, mischiandoci di tutto; un’identità va vissuta e provata storicamente per lungo tempo prima di confermarsi come tale, altrimenti rischia di essere velocemente consumata e di lasciare dietro di sé solo quel senso di vuoto e quell’ansia esistenziale che sono l’indicatore tipico della nostra civiltà.
Nella nostra decadente società “multiculturale” in cui la libertà di espressione è il cardine del sistema, quale reale libertà di parola può esistere se non si ha nulla da dire? Cosa vogliamo di più se tutto ci è permesso? Almeno i giovani degli anni della contestazione avevano, seppur indottrinati e inquadrati come un vero esercito, qualche ideale concreto, vissuto, da seguire. Oggi il vuoto esistenziale può essere riempito solo dalla multiforme piovra della “new age”, la Nuova Era, a quanto pare, della dissoluzione di ogni valore e di ogni rispetto costruiti faticosamente nei secoli dalla Tradizione, questo mostro che tanto si è operato per abbattere.
Senza dubbio, comunque, come afferma Zagrebelsky la questione identitaria viene alla ribalta proprio ora per precisi fini politici e strategici. I dubbi e le incertezze dei cittadini vengono così opportunamente stimolati, fornendo poi risposte facili e usa-e-getta, non diverse nella sostanza da quelle delle nuove “religioni” di cui abbiamo detto sopra. Poiché è davvero singolare, per dirla con lo storico Franco Cardini, che di questi tempi “italiani che da tempo non frequentavano la Chiesa […] si scoprano d’un colpo così gelosi delle loro tradizioni quando si tratta di confrontarle con una supposta “minaccia” islamica”. Gli stessi italiani, è il caso di dirlo, che non hanno mosso un dito contro l’americanizzazione culturale della penisola, la quale davvero ha compromesso le nostre radici storiche e sociali, cambiando gusti, visione del mondo, aspirazioni dei cittadini. Il vero problema in questo dibattito, il fattore che ha creato come conseguenza la “questione occidentale”, è questo sforzo generalizzato e “sospetto”, come lo definisce lo stesso Ortega, nell’appiattire ogni cultura verso gli stessi canoni, quelli cioè funzionali alla globalizzazione e alle sue logiche perverse, oscurando così “la chiarezza con la quale i popoli si sentivano differenti”.
Quale volontà, più o meno criminale, si nasconde dietro l’edificazione dei nuovi idoli postmoderni? E’ giunto davvero il momento di capire che livellare tutte le culture non è realmente crearne una nuova, ma distruggerle tutte.

Fabio Bergamini.

Nota: all’epoca ci siamo permessi di omettere il Post Scriptum, ritenendolo eccessivamente polemico, avvertendo l’autore della possibilità di liberamente inserirlo, come suo personale commento , oltre a ulteriori considerazioni alla luce delle sue successive esperienze

Senza una linea

La radice del male sta nel non avere — si cita un classico — una linea di condotta. Senza una chiara linea di condotta e in primo luogo senza fare come Cortes: tagliando i ponti con il continuismo eurofilo senza esclamazioni e riaffermando la permanenza nell’euro, ma contestualmente senza clamori non conservando ai posti di comando ragionieri dello Stato e alti burocrati che remano contro (le leggi Bassanini in Italia servono solo per annichilire i migliori e nominare i servi e i regolatori cleptocratici). Era ed è tutta una cultura neoliberista che invece andava sconfessata con la calma olimpica del negoziatore e nella convinzione che con la speculazione finanziaria occorre lavorare per prevenirla.(corsivo nostro n.d.r)

Il ministro dell’Economia doveva e deve, fortissimamente deve, fare il tour delle capitali europee con il ministro per gli Affari europei e il diligentissimo ministro degli Esteri. E il ministro dell’Economia doveva, come ha ricordato il sempre saggissimo Gustavo Piga su queste pagine, elaborare un piano pluriennale votato alla crescita e agli investimenti utilizzando strumenti esistenti come la Cassa depositi e prestiti e com’è possibile fare seguendo una politica che elimini le rendite ricardiane e applichi il federalismo fiscale con i costi standard. Il tutto accompagnato da un ministro del Lavoro che delegifera e smantella piuttosto che burocratizzare per abbassare il tempo definito di contratti con tetti di poco inferiori ai precedenti, imponendo alle imprese di trasformarsi in poeti di causali invece che in imprenditori, padroni e operai e tecnici impegnati nell’aumento della produttività piuttosto che nelle pagine delle forche caudine burocratiche.

L’indicazione della migliore politica del lavoro viene dai lavoratori sfruttati più che mai dell’agricoltura, che aprono la via a una lotta per i diritti e per i doveri non scritti sulle pandette che arricchiscono giuslavoristi, ma sulle narrazioni invece “delle lotte del lavoro”, secondo le pagine di un Luigi Einaudi che non si cita mai.

Insomma, si ha un bel dire che la tenuta del Governo italico d’estate dipende dalle elezioni di midterm negli Usa: elezioni che in primo luogo si terranno quando il caldo non ci sarà più e la Siberia dell’austerity invocata da un’agguerrita parte dello Stato profondo e dalla borghesia vendidora può già aver assiderato tutto quanto.

Il Governo deve cambiare rotta e in fretta. I voti auspicati dai sondaggi sbiadiscono in fretta, ci ha ricordato Giorgio Vittadini, e i produttori italiani non possono assistere impotenti al blocco di industrie come l’Ilva e di infrastrutture come la Tap e la Tav vitali per il nostro italico futuro per il rumor di manette agitato dai sempiterni Robespierre: piacciono alle folle, che prima o poi si stancano…

Se non ci sarà la svolta, le pressioni della borghesia vendidora si salderanno con la disperazione di una borghesia nazionale seria e coscienziosa che ha eletto e legittimato una componente essenziale di questo governo sperando così di stabilizzare la mucillagine peristaltica con cuspide eterodiretta che minaccia di intimorire anche la signora Gina (la quale non vuole che i nipoti prendano la varicella e meno che mai la poliomielite).

estratto da http://www.ilsussidiario.net/News/Politica/2018/8/11/SCENARIO-Il-countdown-per-il-Governo-Lega-M5s-e-gia-iniziato/834242/

Pubblicità regresso

La ripetizione dei messaggi è un elemento capitale. La mente subconscia “sente” tutto. L’iterazione del messaggio è il cuore della programmazione mentale. La ricerca ha dimostrato che ciò che viene udito più volte produce accettazione e preferenza. Il ruolo della musica è essenziale, i primi ad intuirne l’importanza furono i padri della civiltà occidentale, Platone e Aristotele. Negli anni Sessanta, Jimi Hendrix affermò: “Tu puoi ipnotizzare la gente con la musica, e quando essa si trova nel suo punto più debole puoi predicare al loro subconscio qualunque cosa le vuoi dire.” Buona parte della musica rock odierna è costruita attorno ad un modello di bassi pesanti, molto più forti della melodia. Le vibrazioni prodotte da queste basse frequenze colpiscono la ghiandola pituitaria. Quest’ultima produce gli ormoni che vanno a controllare le risposte sessuali degli uomini e delle donne.

 

Il Tutto è organizzato da menti finissime, in grado di padroneggiare le neuroscienze, la psicologia, la fisiologia a fini di potere. I persuasori occulti di Vance Packard hanno lasciato il passo a esperti delle più diverse discipline, a partire dagli studiosi del cervello umano. Lo scopo non è vendere prodotti, ma instillare una visione generale dell’esistenza conforme agli interessi di chi comanda. Con il lessico della psicanalisi, occorre abbattere il Super Io e intronizzare l’Es, ovvero le pulsioni, l’istinto, l’animalità per abbattere il senso morale, il pensiero critico, la capacità di tenere a freno il principio di piacere. In termini junghiani, far affiorare l’Ombra, allontanando la Persona, alla ricerca di nuovi archetipi collettivi, come il Consumatore. Se analizziamo questa figura, ci sorprendiamo dei suoi caratteri negativi. Si tratta di qualcuno che esaurisce, disfa, getta e distrugge ciò che ha, ed il suo comportamento è coattivo (la forza dell’impianto-pubblicità-propaganda-spettacolo-intrattenimento) e compulsivo: dopo un consumo via al successivo, come il tabagista che accende una sigaretta dopo l’altra o il drogato bisognoso di dosi sempre maggiori.

 

Il congegno deve attivarsi senza indugio, compiersi senza pensiero, senza valutazione delle conseguenze, come se sussistesse una sorta di periculum in mora, un rischio nel ritardare l’atto di procurarsi un piacere. E’ una chiara regressione allo stadio infantile attraverso la rimozione progressiva del senso morale, unita alla perdita della capacità di controllare e differire le reazioni. La sottocultura del 68 la chiamò liberazione, ovvero disfarsi dei fardelli costituiti dal bene e dal male, dei comportamenti appresi, delle cautele, delle remore e dei rimorsi. Il viziato contemporaneo non ha pentimenti in quanto non rielabora il passato, non lo sottopone a giudizi etici né lo pone a modello per il futuro. Lo ignora a favore di un eterno presente. Infatti è terrorizzato da qualsiasi accenno a situazioni negative, malattia, povertà, morte, guerra, prendersi cura di qualcuno. Gli stadi intermedi di Homunculus sono la riduzione e semplificazione del linguaggio: le parole che ascolta devono essere elementari, inframmezzate da altre più difficili, arcane, provenienti da linguaggi specialistici o idiomi stranieri.

 

L’attivazione dei sensi privilegia le sensazioni immediate, “facili”, l’immagine deve superare la parola e ancor più ciò che è scritto. Trionfa un voyeurismo di massa che si accontenta della superficie ma pretende immagini sempre più forti, colori più intensi, sensazioni istantanee. Tutto ciò allontana il pensiero, la critica, il giudizio, per i quali vengono abolite le parole, come disseccate, e i concetti relativi, chiusi nello sbadiglio museale dei dizionari. Il telefono cellulare prima, lo smartphone poi hanno aggravato l’afasia per impoverimento del vocabolario, attraverso l’uso di sigle, acronimi, pittogrammi come gli “emoticon”. Il nome emoticon richiama l’emozione. Sembra questa l’esigenza primaria dell’uomo contemporaneo. Non più sentimenti o stati d’animo, duraturi, forti, pensati, ma semplici emozioni, stati psichici affettivi momentanei consistenti nella reazione a percezioni o rappresentazioni.

Roberto Pecchioli

estratto da https://www.maurizioblondet.it/pubblcita-regresso/

Una storia di altri tempi

Il presidente della Repubblica è Cossiga, Craxi è il presidente del Consiglio, Spadolini ministro della Difesa e Andreotti degli Esteri.

Venerdì 11 ottobre 1985

Base di Sigonella, ore 00.05
Quando il 737 atterra, scortato dai caccia USA, c’è una novità: volando in formazione, i Tomcat hanno coperto la traccia radar di un Lockheed C-141 Starlifter con a bordo 60 Navy SEAL e un North American T-39 Sabreliner, con a bordo il generale Steiner, capo degli incursori americani. Atterrano senza autorizzazione. Dalla torre di controllo il generale Ercolano Annichiarico li vede e manda due blindati davanti e dietro il 737, affinché lo guidino nella zona della base a giurisdizione italiana. Il piano degli americani crolla. I VAM (Vigilanza Aeronautica Militare) e i carabinieri si dispongono in cerchio attorno al 737, armi in pugno. Dal C-141 escono i SEALs che invadono la nostra parte di base, circondano i carabinieri e gli puntano i fucili contro. Il generale Annichiarico vede la scena e chiama i rinforzi. Arrivano due battaglioni di carabinieri che circondano gli americani.

Le implicazioni di qualsiasi azione sarebbero impensabili. Il solo modo che avrebbero i Delta di prendere gli ostaggi è di sparare ai VAM e ai carabinieri davanti a loro, che risponderebbero al fuoco come i carabinieri dietro di loro. Il risultato sarebbe lo sterminio dei Delta, con conseguente spostamento dell’asse politico e strategico mondiale. L’Italia passerebbe giocoforza dalla parte dei dirottatori e annullerebbe ogni accordo con gli americani che da noi hanno basi militari (tra cui Aviano, al tempo contenente testate nucleari). Senza l’Italia, gli USA perderebbero il Mediterraneo e la possibilità di avere un fronte contro la Russia.

Insomma: se sparano, cambia il mondo.

Leggi tutto:  https://thevision.com/politica/sigonella/

e anche https://it.wikipedia.org/wiki/Crisi_di_Sigonella

La libertà dei neoliberisti

La libertà neoliberista è solo prerogativa dei ricchi (anche se a parole è disponibile a tutti) e non può essere estesa a tutti, perché questo minaccerebbe la proprietà. Chi è povero lo è per colpa sua ed è solo un perdente nella competizione per la ricchezza. La libertà è in sostanza la libertà di arricchirsi senza vincoli né regole. Il neoliberismo (l’utopismo liberale), concludeva Polanyi, è intrinsecamente e incorreggibilmente antidemocratico e autoritario, perché piega lo Stato a difendere gli interessi di una minoranza a danno della maggioranza. Non per nulla il primo esperimento di Stato neoliberista fu il Cile di Augusto Pinochet, dove “libertà” significava azzeramento dei sindacati e dei diritti delle comunità, privatizzazioni selvagge, liberalizzazioni finanziarie e repressione delle libertà civili. Qui il neoliberismo si sposa con autoritarismo. Ma c’è anche un modo meno cruento per effettuare un colpo di Stato: corrodere un giorno dopo l’altro, per decenni, i diritti e i redditi dei cittadini, asservirli al potere finanziario, vincolarli a norme-capestro che li rendano schiavi di interessi estranei, modificare la Costituzione a danno della sovranità popolare, indebolire i lavoratori e i sindacati, assecondare gli interessi dei più forti, non intervenire a ridurre le disuguaglianze, privatizzare i beni pubblici, ridurre la spesa sociale, distrarre continuamente l’attenzione pubblica con falsi problemi e individuare sempre nuovi bersagli per la rabbia popolare, colpevolizzare i cittadini per la loro condizione e controllare i mass-media, in modo che veicolino continuamente la visione che più fa comodo ai manovratori (quella che Marcello Foa ha chiamato “il frame”, la cornice), martellare per anni e decenni i cittadini con un linguaggio economicista pieno di concetti come imprenditorialità, libertà d’impresa, debiti e crediti, competizione, eccetera – insomma costruendo un’ideologia che giustifichi e renda accettabile la progressiva riduzione in schiavitù di interi popoli, tenendone a bada l’inevitabile scontento con il senso di colpa, la paura e la menzogna.

Questo è ciò che è successo da noi in questi ultimi decenni. Questo è l’imperdonabile tradimento della Costituzione e dei suoi valori realizzato da una classe politica avida e asservita a gruppi di potere nazionali e sovranazionali che l’hanno telecomandata a danno nostro. Il neoliberismo non è solo di una teoria economica, ma di un modello complessivo di società, sorretto da un poderoso e contraddittorio apparato ideologico, incompatibile con la democrazia, come sono incompatibili con la democrazia i monopoli privati di beni collettivi. Il viadotto di Genova è un simbolo di ciò che deve finire in Italia e nel mondo se vogliamo avere un futuro democratico. La globalizzazione neoliberista, che esalta il libero mercato, mentre mira costituire monopoli e posizioni di forza, sta mettendo in ginocchio interi popoli. Povertà e disuguaglianza aumentano di giorno in giorno a livello globale. Non è più accettabile mantenere in piedi privilegi feudali, massacrando sogni e speranze di miliardi di persone. Il filosofo John Rawls sosteneva che una disuguaglianza è accettabile solo se migliora anche le condizioni di chi ha di meno. La ricchezza non è un male, ma lo è l’ingiusta distribuzione di essa. La libertà senza giustizia sociale è solo un guscio vuoto e uno specchio per le allodole. Questo dice in sostanza la nostra Costituzione. Se la vogliamo difendere, dobbiamo consegnare al passato il neoliberismo, memori della sofferenza e dei disastri che ha provocato. Non vedo altra via d’uscita dal tunnel nel quale ci troviamo. Deve essere lo Stato a regolare l’economia e il fine dell’economia deve essere il benessere dei cittadini. Il mercato non è in grado di autoregolarsi affatto e laddove i governi sono collusi con i potentati economici stanno tradendo la sovranità popolare. Non dimentichiamoci la frase pronunciata dal miliardario Warren Buffett (il terzo uomo più ricco al mondo) a proposito della diminuzione delle tasse per i ricchi: «La lotta di classe esiste e l’abbiamo vinta noi». Tanto per ricordarci di che cosa c’è in gioco: non la lotta contro la ricchezza, ma la lotta contro una visione predatoria della ricchezza e contro la menzogna che ci rende schiavi da troppo tempo di un’élite che ha consapevolmente e pazientemente costruito il mondo squilibrato nel quale ci troviamo .

https://www.controinformazione.info/disastro-privatizzato-cosi-il-neoliberismo-ci-crolla-addosso/

Prima leggere

Dio lo volesse, che una volta tanto ci dessero ascolto. Invece, ci tocca sempre fare i profeti di sventure annunciate, di pericoli by-passati con un’alzata di spalle, oppure conclusi in chiesa di fronte alle bare.

Non ho mai parlato del “Ponte di Brooklyn”- come lo chiamano a Genova – anzichè “Ponte Morandi” ma ho toccato più volte l’argomento in vari articoli, per denunciare la pericolosità delle autostrade liguri. L’ultima volta ponendomi una domanda retorica, ossia: “cosa sarebbe successo se il disastro di Bologna fosse capitato a Genova?” (1) In un’altra occasione, scrivendo una lettera aperta al ministro Toninelli (2), dove spiegavo che non è possibile continuare con le cure ai “pannicelli caldi”: bisogna cambiare radicalmente il nostro sistema di trasporti. Avete capito?!?

Un morto che camminava

Ogni volta che dovevo passarci, sudavo freddo. Avvertivo il tremito che, dall’asfalto, saliva al mio sedile ogni volta che sorpassavo un autotreno: un rumore come di rotaie, che corrispondeva ai rinforzi metallici posati sulla carreggiata. Inutili.

Per anni, sono stato testimone di lavori infiniti – manco gli Egizi ebbero tempi simili per le piramidi – ossia per “aggiungere ferro” (sotto forma di tiranti d’acciaio) per cercare di farlo stare in piedi, ancora un po’, ancora un pochino…

Quando lo passavi, tiravi un sospiro di sollievo ma non avevi il tempo di rilassarti poiché, immediatamente, ti trovavi in una galleria poco illuminata con, allo sbocco, l’uscita/ingresso di Genova Aeroporto, poi una chicane degna di Montecarlo in galleria buia, seguita da un discesone che terminava in curva. A quel punto, anche se andavi piano, ringraziavi Dio, Allah, Jeova, la Trimurti e tutti i Buddha. Ancora una volta, il mio buon karma mi ha salvato.

(omissis: leggi tutto su http://carlobertani.blogspot.com/2018/08/perche-non-ci-ascoltano.html)

La vera soluzione si chiama: cabotaggio marittimo, ossia i traghetti, perché il mare è enorme, non si pestano i piedi a nessuno, si risparmia carburante e gli autisti si possono riposare. I traghetti, oggi, superano i 20 nodi: in una notte ti portano da Barcellona a Genova, in 30 ore a Patrasso.

Se vi definite “sovranisti” o “populisti” dovrete comportarvi di conseguenza: dovrete scegliere se stare dalla parte della popolazione oppure con i Gavio ed i Benetton. Nel secondo caso, troverete come compagni “di cordata” anche Renzi, Berlusconi, Del Rio e tutta quella bella gente.

Le scelte politiche non sono proclami su Facebook: chi cerca solo il consenso elettorale può continuare così, a sbraitare sul Web. Ma, una persona ineccepibile come De Gasperi, ricordò: “un politico guarda alle prossime elezioni, uno statista alle prossime generazioni”. Ricordatelo anche voi, ogni tanto.

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(1) http://carlobertani.blogspot.com/2018/08/a-quando-il-prossimo-disastro.html

(2) http://carlobertani.blogspot.com/2018/06/caro-ministro-toninelli.html

La sacra sola d’Italia

una volta si viaggiava con la mente rimanendo in una cameretta, oggi si va dappertutto con il corpo rimanendo nella cameretta della mente che nel frattempo è diventata una scatoletta industriale.

Il simplicissimus

tris-di-primi-totelliVisto che i giornali e molti siti parlano di cose di cui mi sono occupato con un buon anticipo ( vedi qui, qui, qui, qui ), oggi mi voglio dedicare a un divertissement, parola che appartiene a una lingua morta chiamata francese, parlata prima dell’anglorozzo in qualche zona dell’ europa occidentale. Un piccolo, minimo episodio che proprio per la sua infima dimensione mostra come siamo immersi in un matrice di narrazione nella quale menzogna, banalità e conformismo sono gli assi portanti. L’altra sera, in attesa di non so quale trasmissione sono capitato sull’ennesimo programma culinario, condotto da un figlio di papà romano, tale Francesco Panella, una sorta di gara tra sedicenti ristoratori italiani che hanno i loro locali all’estero.

Chi ha uso di mondo, come si diceva una volta, sa che quella è una strada facile facile: basta saper fare un piatto di spaghetti e buttare una…

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