Il partito della Nazione

https://terzapaginainfo.wordpress.com/2015/04/20/il-partito-della-nazione-pdn/

Un post di tre anni fa

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Per vostra comodità abbiamo scaricato dal sito della regione i simboli dei partiti e dei candidati che si presentano nel nostro collegio elettorale alla Camera (scheda Rosa)

https://drive.google.com/open?id=18U0Cse7LAJC7zl1eoRQXN3NeV-l01osy

e al Senato (scheda Gialla)

https://drive.google.com/open?id=1j7neP-ZqwCgY1on6fAyQ55hOnBcghshq

sono in PDF e potete stamparli; le norme per il voto le trovate negli articoli precedenti e anche sulle schede.

I programmi elettorali 2018

Con il Decreto legge 333 dell’11/07/1992 sulle “Misure urgenti per il risanamento della finanza pubblica”, Amato, capo di governo da dodici giorni, trasforma l’IRI, l’ENI, l’INA e l’ENEL in società per azioni. Il decreto trascina nella privatizzazione le ‘Banche di interesse nazionale’ e dunque anche la Banca d’Italia. A quell’epoca, una menzognera campagna di stampa presentava l’IRI, lo scrigno che conteneva i tesori italiani, come un carrozzone che dava solo perdite e che dunque ai proprietari, cioè allo Stato e al popolo, conveniva disfarsene. Fino allora, invece, gli utili enormi delle imprese IRI avevano consentito allo Stato, assieme a tasse e altre entrate, di finanziare anche sanità, istruzione, cultura, previdenza: in breve, la spesa pubblica e sociale che dava benefici enormi al paese e che oggi le grancasse risonanti il pensiero unico liberista associano allo “spreco”. L’IRI venne smembrato e svenduto, piazzando i vari pezzi a qualunque costo e, in alcuni casi, praticamente regalato.

Il 30 giugno del 1993 Ciampi, capo del governo, nomina Draghi, membro del Comitato esecutivo di Goldman Sachs, a presiedere un Comitato di consulenza per le privatizzazioni. Nel ‘97 Prodi privatizza la telefonia, strumento di controllo sociale nelle mani di interessi privati. Nel ‘99 D’Alema consegna i trasporti e l’energia petrolifera ed elettrica alla ge­stione di società per azioni. In definitiva, tra il ‘92 e il ‘99, i governi iperliberisti sottraggono le risorse strategiche dalle finalità pubbliche e le ricollocano in un quadro di gestione aziendalistica, i cui ricavi sono da massimizzare e i cui destinatari sono i clienti paganti, non i cittadini con il diritto al servizio (1)

Subito dopo siamo entrati nell’Euro, abbiamo inserito il pareggio di bilancio nella costituzione, abbiamo accettato il fiscal compact,  riformato radicalmente lavoro, scuola, pensioni nel senso desiderato da Europa e Nato (come documentato in questi 15 anni anche su questo blog).

Qualcuno dei partiti che si presentano a questa tornata elettorale  percepisce la gravità della situazione e la ritiene possibile di emendamento?

Ovviamente chi ci ha governato finora pensa di avere fatto il nostro bene e l’unico tenuto fuori, pur avendo avuto la maggioranza dei voti nel 2013, è il M5S.

Se il loro programma vi convince, votatelo. (2)


  1. Roberto Nardella in http://www.appelloalpopolo.it/?p=12977
  2.  https://www.movimento5stelle.it/programma/

La ripartenza

A marzo le elezioni non ci sono solo in Italia, ma anche in Russia  dove, a sostegno di Putin, è nato un movimento detto Ripartenza.

Il manifesto di “Ripartenza” contiene un ultimatum: riportare i soldi offshore a casa per investimenti produttivi nell’economia oppure lasciare le posizioni di potere detenute in Russia. Il movimento popolare chiede anche il carcere per chi, illegalmente e contro gli interessi del paese, vuole continuare a mantenere o portare i soldi all’estero. Inoltre si punterebbe a correggere anche l’intero processo di privatizzazioni dell’industria di Stato fatto ai tempi di Yeltsin. (1)

Una misura abbastanza semplice che si potrebbe adottare anche in Italia, non tanto per i paradisi fiscali, quanto per le privatizzazioni già fatte e quelle in programma.

Un’altra affinità è il nome del movimento così simile all’ultima manifestazione (dopo il terremoto del 2012) intitolata “Ricominciamo dal futuro”  di cui trovate notizia al link evidenziato.(2)


  1. https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=60102
  2. https://www.scribd.com/document/109328732/Ricominciamo-dal-futuro

Dalle piazze ai palazzi

Come vi siete accorti anche voi (lo si capisce dagli articoli più letti in questi giorni) non solo le decisioni, ma anche le discussioni politiche hanno preso altre strade: sicuramente quelle dei social, ma, più spesso nessuna.

Il guaio è che, con le discussioni, si è spostato anche il lavoro per quel fenomeno che gli economisti hanno prontamente definito (e, a volte, anche auspicato) “Globalizzazione”.

La globalizzazione (che non è un incidente di natura, ma il frutto di accordi internazionali sottoscritti dai governi, a partire dai Trattati UE e dal CETA) ci ha consegnato la desertificazione industriale del Paese e la terziarizzazione del lavoro. In sostanza, al posto di ingegneri, tecnici, ricercatori, operai specializzati, chimici, abbiamo tutto puntato su magazzinieri, camerieri, operatori di call center. Lavori che non richiedono particolari competenze e, dunque, rendono i lavoratori facilmente sostituibili, con altri lavoratori più “moderati” o, addirittura, robot. La sinistra – con un tradimento ideologico e culturale che la sta facendo sparire da tutta Europa – ha dimenticato i lavoratori, sostituendolo con i “consumatori”. I consumatori sono tanto più soddisfatti quanto meno pagano beni e servizi. Il problema è che questo risultato si ottiene solo abbassando più che proporzionalmente i salari, e ciascun consumatore è anche e anzi prima un lavoratore. (1)

Per questo siamo stati chiamati a votare per un referendum che cambiasse la costituzione  e per questo veniamo oggi chiamati a votare.

Teniamolo presente e consideriamola un’occasione per parlare con i candidati che, in questo mese, si presentano nelle piazze.


  1. https://terzapaginainfo.wordpress.com/2018/01/31/vocabolario-della-neolingua-g-come-globalizzazione/#comment-2180

Come si vota

Elezioni, come si vota: con il Rosatellum debutta la nuova scheda elettorale

Alle elezioni politiche del 4 marzo 2018 si voterà con la nuova legge elettorale, il Rosatellum, e secondo la ripartizione nei nuovi collegi elettorali. I candidati concorrono in un sistema misto: l’assegnazione di 232 seggi alla Camera e di 116 seggi al Senato è effettuata in collegi uninominali, in cui è proclamato eletto il candidato più votato. L’assegnazione dei restanti seggi delle circoscrizioni del territorio nazionale (386 e 193, rispettivamente per la Camera e per il Senato) avviene con metodo proporzionale in collegi plurinominali in cui sono proclamati eletti i candidati della lista del collegio plurinominale secondo l’ordine di presentazione, nel limite dei seggi cui la lista abbia diritto.

Elezioni 2018, come si vota?

Le modalità di voto sono uguali per Camera e Senato e sono riportate anche nella parte esterna della scheda elettorale.

L’elettore dispone di un’unica scheda per ogni ramo del Parlamento (Camera e Senato) su ciascuna delle quali esprime un solo voto. Cambia il colore delle schede: rosa quella per la Camera dei Deputati, gialla per il Senato della Repubblica.

La scheda reca il nome del candidato nel collegio uninominale e il contrassegno di ciascuna lista o coalizione di liste per il collegio plurinominale. I contrassegni delle liste hanno riportati a fianco i nominativi dei candidati nel collegio plurinominale.

Elezioni, le modalità di voto

  • Il voto espresso tracciando un segno sul contrassegno della lista vale anche per il candidato uninominale collegato, e viceversa;
  • il voto espresso tracciando un segno sul nome del candidato uninominale collegato a più liste in coalizione, viene ripartito tra le liste in proporzione ai loro voti ottenuti nel collegio.
  • Se l’elettore traccia un segno sul rettangolo contenente il nominativo del candidato del collegio uninominale e un segno sul sottostante rettangolo contenente il contrassegno della lista nonché i nominativi dei candidati nel collegio plurinominale, il voto è comunque valido a favore sia del candidato uninominale sia della lista.
  • Se l’elettore traccia un segno sul contrassegno e un segno sulla lista di candidati nel collegio plurinominale della lista medesima, il voto è considerato valido a favore sia della lista sia del candidato uninominale.
  • Se l’elettore traccia un segno, comunque apposto, sul rettangolo contenente il nominativo del candidato uninominale e un segno su un rettangolo contenente il contrassegno di una lista cui il candidato non sia collegato, il voto è nullo, in quanto per l’elezione della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica non è previsto il voto disgiunto.

Avvertenze per il voto

Il voto è espresso tracciando un segno sul rettangolo contenente il contrassegno della lista e i nominativi dei candidati nel collegio plurinominale. Il voto così espresso vale ai fini dell’elezione del candidato nel collegio uninominale ed a favore della lista nel collegio plurinominale.

Potrebbe interessarti:http://www.modenatoday.it/politica/come-si-vota-scheda-elezioni-politiche-2018.html
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Ultima chiamata

Nel 2018 si prospettano quindi due strade all’Italia: la capitolazione di fronte all’asse franco-tedesco o l’uscita dall’eurozona.

La prima soluzione equivarrebbe ad inasprire ulteriormente le politiche lato offerta (tagli alla sanità e pensioni, licenziamenti, etc. etc.), taglieggiare il risparmio privato (prelievo sui conti o patrimoniale), saccheggiare quel che rimane del patrimonio pubblico (riserve di Bankitalia, immobili e partecipate) e lasciare che le ultime medie-grandi imprese italiane passino in mano straniera. Preme per questa soluzione il “partito Draghi” (o “partito Bilderberg”) che annovera, oltre al governatore della BCE, Ignazio Visco, Giorgio Napolitano, Eugenio Scalfari, Ferruccio De Bortoli, Carlo De Benedetti, Paolo Mieli, Mario Monti, Romano Prodi, gli Agnelli-Elkann etc. etc. Il “partito Draghi”, in vista delle politiche 2018, punta sulla vittoria elettorale del Movimento 5 Stelle, cui andrebbe sommata in Parlamento la sinistra “prodiana”: il reddito di cittadinanza o provvedimenti analoghi sarebbero ottimi paraventi per completare con discrezione la definitiva spoliazione dell’Italia.

La seconda opzione, invece, prevede l’abbandono dell’eurozona di fronte ai diktat franco-tedeschi sempre più gravosi ed umilianti. L’uscita dalla moneta unica sarebbe emergenziale, dettata dal semplice istinto di sopravvivenza del nostro Paese: non esiste al momento “un partito dell’uscita dall’euro” analogo a quello che preme per il commissariamento (formazioni come la Lega Nord si sono appropriate della causa anti-euro per meri fini elettorali, senza possedere né prevedere alcun programma concreto per l’Italexit), anche se la vittoria della destra alle politiche del 2018 favorirebbe senza dubbio questa strada. L’unico “boiardo di Stato” ad aver apertamente contemplato un “piano B” è stato l’economista Paolo Savona, ex-ministro del governo Ciampi.

Leggi tutto su

http://federicodezzani.altervista.org/2018-italia-al-bivio-commissariamento-o-uscita-dalleuro/

I populisti fanno paura

Allora stiamo ai fatti, ai protagonisti e ai precedenti che già conosciamo. Cominciando da Draghi. Fu proprio alla vigilia di altre elezioni politiche, quelle del 2013, che il governatore della Bce decise di intervenire pubblicamente per rassicurare i mercati, turbati dalla prospettiva che a Monti potesse succedere un premier populista, con la famosa formula del “pilota automatico”. Con quella dichiarazione, così stentorea e rivelatrice, Draghi intese comunicare al mondo finanziario, ma indirettamente anche ai politici e ai cittadini italiani, che chiunque avesse vinto le elezioni sarebbe stato comunque vincolato all’agenda dell’austerity e dei “compiti a casa” dai meccanismi forzosi già approntati a tale scopo dalle tecnocrazie europee politiche e monetarie. Quello del 2013, peraltro, non fu il primo intervento di Draghi nelle vicende della democrazia italiana. Il primo, tuttora molto discusso, era avvenuto nel 2011 quando l’allora neo-governatore firmò, insieme all’uscente Jean-Claude Trichet, la famosa lettera con cui la Bce commissariava di fatto Berlusconi, dettandogli per filo e per segno tutto ciò che avrebbe dovuto fare se proprio avesse voluto intestardirsi a non abbandonare l’incarico. Detto di Draghi, bisogna ora dire delle agenzie di rating che da qualche tempo si intromettono con fenomenale puntualità in ogni tornata elettorale – italiana, europea od internazionale – nella quale un partito anti-sistema abbia concrete chance di giocarsi la vittoria. E anche questa volta le “tre sorelle” stanno già assaggiando il campo di gioco con giudizi di affidabilità che, al di là delle apparenze, appaiono del tutto convergenti nel descrivere l’esercizo, libero e democratico, del voto come ciò che minaccia la ripresa economica. Continuiamo ad ancorarci ai fatti e alle parole ufficiali. Agli inizi di ottobre Moody’s conferma il rating italiano al livello Baa2 ma decretando un outlook negativo in ragione delle “considerevoli incertezze sulle priorità politiche del prossimo governo e sul ritmo delle riforme economiche e fiscali nei prossimi anni”. Il 20 ottobre anche Fitch, pur riconoscendo all’Italia un’economia “diversificata e ad alto valore aggiunto”, un sistema pensionistico “sostenibile” e un “moderato” indebitamento privato, sceglie di mantenere il rating italiano al livello BBB adducendo, indovinate un po’, il “rischio di un Governo debole e di partiti populisti ed euroscettici che influenzino le politiche dopo le elezioni di marzo”. La scorsa settimana, infine, c’è stata la sorpresa, celebratissima dal premier Gentiloni, della promozioncina accordataci da Standard & Poor’s: da BBB/A3 a BBB/A2. Ma la polpetta, al solito, appare avvelenata. La conferma della promozione suona infatti condizionata a come decideremo di votare: “l’incertezza politica legata all’esito delle prossime elezioni generali – scrivono gli analisti di S.&P.’s – potrebbe pesare sulla performance economica dell’Italia e sulle condizioni del settore finanziario…”. Insomma: con la carota della persuasione o con il bastone della dissuasione, le agenzie di rating sono nuovamente scese in campo per mettere pressione sul voto. Ma ciò che è peggio è che, prima di loro, anche le portaerei della finanza avevano già puntato il cannone su di noi. Ai primi di ottobre l’americana Bridgewater, il fondo speculativo più grande al mondo, ha fatto sapere di avere incardinato una scommessa al ribasso sull’Italia del valore di un miliardo e 300mila dollari, puntando 700 milioni contro le nostre banche e 600 milioni contro gli asset strategici di Enel e Eni. E siccome la speculazione tende a muoversi in branco una volta fiutata la preda, è probabile che altri fondi decidano di scommettere contro l’Italia potendo così cogliere due comodi piccioni con la stessa fava: lucrare facili guadagni e condizionare le scelte politiche. Ecco perché sarebbe stato non solo opportuno, ma doveroso, che la Bce posticipasse la riduzione del Quantitative Easing di altri tre mesi. In questo modo avrebbe impedito ai croupiers della globalizzazione finanziaria di partecipare alle elezioni italiane sterilizzando, almeno in parte, l’impatto materiale, ma anche psicologico, delle loro manovre sul mercato. La mia personale e desolata sensazione, invece, è che la Bce gli abbia vidimato la scheda. Fonte: Interesse Nazionale

https://www.controinformazione.info/i-populisti-fanno-paura-e-la-bce-libera-lo-spread/