Chi non vuole governare?

Ne discutevano anche stamattina gli esperti di turno alla TV partendo da quella proposta dei 5 stelle di governare con la Lega.

In effetti i numeri ci sono (anche se politicamente questa sembra più una mossa per rompere la coalizione di centro destra).

Ma il vero problema è che la risoluzione dei problemi dell’Italia non si può avere all’interno degli accordi europei ed internazionali .

“Un popolo non può essere libero se non ha sovranità. Non accettiamo che il nostro destino sia deciso da organismi burocratici non eletti e da banche internazionali che sfruttano i popoli. Noi esigiamo il ripudio di tutti i debiti da usura verso le banche centrali, la creazione di una Moneta di Popolo, dichiarata proprietà dei cittadini che non viene prestata e quindi non crea debito o inflazione e la nazionalizzazione della Banca d’Italia. Noi invochiamo il ritorno in mani italiane di aziende storiche svendute a stranieri, una politica contraria alle delocalizzazioni e che favorisca il ritorno in Italia delle aziende già delocalizzate. Noi auspichiamo un rilancio dell’IRI che possa ridare slancio a tutta l’economia italiana…
(omissis)
Il nostro popolo deve essere padrone della sua moneta, della sua casa, della sua sicurezza e delle sue strade o non sarà mai libero!
Noi esigiamo l’uscita dell’Italia da UE, EURO e NATO e l’affermazione di una politica di amicizia e collaborazione con la Russia”.

Come avrete capito il brano citato è tratto dal programma elettorale di Italia agli italiani che ha ottenuto lo 0.49% di voti e nessun seggio.

Ma Roberto Fico temo diventi subito una Boldrini che propone lo jus soli e  simili piddiate, al solo scopo di far divergere le due formazioni populiste che  possono e devono governare insieme su un programma minimo di riforme e unite di fronte alla UE.  C’è il rischio che  l’Italia perda una occasione storica – la propria liberazione –  che non si ripresenterà.(1)


  1. https://www.maurizioblondet.it/guardate-governa-sempre-gentiloni/
  2. Leggi anche https://bondenocom.wordpress.com/2018/03/27/di-maio-sa-cosa-sono-i-costi-della-politica/

Un governo subito!

Si diceva un tempo che mentre il medico studia, l’ammalato muore. La situazione internazionale si fa sempre più incandescente, il fronte interno – alle prese con i “soliti” problemi economici e di sicurezza – non sta molto meglio.

L’ultimo giro di consultazioni non ha lasciato a Mattarella altra chance che quella di pazientare ancora un po’, viste le frizioni tra le formazioni politiche in campo. Nel frattempo è accaduto che l’asse Usa-Gb-Francia ha bombardato la Siria, che l’Ue ha chiesto ulteriori ritocchi alla legge Fornero e che la Cassa Depositi e Prestiti rischia di impaludarsi nel valzer delle nomine dato che nessuna formazione è così forte da imporsi, democraticamente, alle altre.

Mentre il medico studia e si alambicca nella farmacopea parlamentare, mentre gli elementi reagiscono, spesso buffamente, quando li si accosta l’uno all’altro, mentre la geopolitica impone attenzione massima per un conflitto sul Mediterraneo che rischia di strabordare da guerra d’area a scontro globale, l’Italia non può permettersi di cincischiare compulsando ferocemente la lista dei sondaggi.

di cosa si interessano gli italiani in un normale sabato pomeriggio (se non sono al mare)

L’attuale situazione politica non è più tale da potersi affrontare con un governo ombra, in deroga, che non gode del favore degli elettori. I partiti non possono nemmeno delegare le responsabilità loro – che siano di governo o, di conseguenza, di opposizione – alle burocrazie di Stato o a quelle internazionali, altrimenti dimostrerebbero la loro inconsistenza.

Il momento è serio perché c’è un Paese sfibrato, diviso e arrabbiato che si avvia a perdere centralità internazionale persino in un bacino, quello del Mediterraneo, dove naturalmente sarebbe interlocutore obbligato per tutti. Perciò c’è bisogno della politica, di chi si assuma la responsabilità di fare ciò per cui è stato eletto: altrimenti avrebbero (tutti) già fallito ancor prima di cominciare.

http://www.barbadillo.it/4145-il-caso-siria-fornero-economia-ecco-perche-ci-serve-un-governo-subito/

Islanda: un monito, un esempio

DI ALESSIO MANNINO
ilribelle.com

Una nazione minuscola che ha avuto la forza di ribellarsi allo strapotere bancario. Una rivoluzione, che passa anche da un nuovo testo costituzionale, finalizzata a impedire che gli interessi del Paese vengano sacrificati a quelli delle oligarchie della finanza internazionale

Piccola e dimenticata, l’Islanda ci fa da monito. L’isola solitaria fra il Polo Nord e la Gran Bretagna, appena 300 mila anime, una piccola patria di pescatori, ha osato l’inosabile: ribellarsi alla plutocrazia globale.

Ecco la storia. Alla fine del 2008 la crisi finanziaria si abbatte come un ciclone sugli islandesi, che nell’ottobre decidono di nazionalizzare la banca più importante del paese, Landsbanki.

Seguono a ruota la Kaupthing e la Glitnir. I debiti degli istituti falliti sono in gran parte con la City di Londra e con l’Olanda. La moneta nazionale, la corona, è carta straccia e la Borsa arriva a un ribasso del 76%. Il governo conservatore di Geir H. Haarden chiede l’aiuto del Fondo Monetario Internazionale, che approva un prestito di 2 miliardi e 100 milioni di dollari, integrato da altri 2 miliardi e mezzo di alcuni Paesi nordici. Le proteste popolari si susseguono in un crescendo che porta alle dimissioni del primo ministro nel gennaio 2009 e a elezioni anticipate nell’aprile successivo. Dalle urne esce vincitrice una coalizione di sinistra, che non riesce a frenare la caduta dell’economia. L’anno si chiude con una diminuzione del 7% del Pil.

Il nuovo esecutivo propone la restituzione dei debiti a Regno Unito e Olanda mediante il pagamento di 3 miliardi e mezzo di euro, somma che pagheranno tutte le famiglie islandesi mensilmente per i prossimi 15 anni al 5,5% di interesse. Nel gennaio 2010 il capo dello Stato, Ólafur Ragnar Grímsson, si rifiuta di ratificarla e dà soddisfazione al popolo che reclama un referendum sulla questione. Il risultato della consultazione che si tiene a marzo è schiacciante: il 93% dei votanti dice no. La ragione è semplice: perché dover pagare tutti gli effetti di una crisi di cui sono responsabili i banchieri, protetti e coccolati dall’Fmi e dal sistema finanziario che tiene sotto ricatto il paese? La rappresaglia non si fa attendere: l’Fmi congela immediatamente gli aiuti.

Solo a questo punto il governo di sinistra, coi forconi puntati davanti al parlamento, si decide al gran passo: denuncia e fa arrestare i bankers. L’Interpol emana un ordine internazionale di arresto contro l’ex-Presidente della Kaupthing, Sigurdur Einarsson. In questo clima da resa dei conti, lo scorso novembre si riunisce un’assemblea costituente per scrivere una nuova Costituzione che rifondi il piccolo Stato islandese sottraendolo allo strapotere del denaro virtuale. Il criterio con cui essa viene eletta vuol dare il segnale di un rinnovamento reale, profondo: si scelgono 25 cittadini senza appartenenza politica tra i 522 che hanno presentato la loro candidatura, per la quale era necessario solo essere maggiorenni ed avere l’appoggio di trenta persone. La nuova magna charta sta per essere presentata proprio in questo periodo.

Nulla si è saputo da noi di questa Rivoluzione d’Islanda. Pacifica ma dura e determinata. A rileggerne i punti fondamentali, nel paragone con l’immobilismo conservatore che vige dalle nostre parti c’è di che farsi venire un brivido lungo la schiena: dimissioni in blocco di un governo, nazionalizzazione delle banche, referendum perché il popolo decida sulle decisioni economiche fondamentali, carcere per i responsabili della crisi, riscrittura della costituzione da parte dei cittadini. L’unica ombra che grava sul corso politico dell’isola è la richiesta di ingresso nell’Unione Europea. Perché voler buttare nel gelido mare del Nord tutto il magnifico lavoro fatto finora, esempio per gli uomini liberi d’Europa, per aderire a un superstato controllato da banchieri e manager delle multinazionali? Perché i fieri islandesi non provano a perseverare nella retta via, imitando i loro ovini e cavalli, lasciati liberi di in ampi pascoli senza recinti e senza cani da guardia?

Alessio Mannino
Fonte: http://www.ilribelle.com
Link: http://www.ilribelle.com/la-voce-del-ribelle/2011/3/11/islanda-un-monito-un-esempio-free.html
11.03.2011

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NOTA: l’articolo è del 2011, nel frattempo il sito è diventato www.comedonchisciotte.net/, ma non avendo pagato per il prefisso https, viene considerato “non sicuro” da Chrome; se avete pazienza potete vederlo con Firefox o con Opera e fare una ricerca per argomenti sull’Islanda: troverete tutti gli aggiornamenti sul tema.

Di Maio sa cosa sono “i costi della politica”?

Qui viene qualche dubbio. Sui 5 Stelle. Di Maio proclama come priorità “la riduzione dei vitalizi”  per tagliare “i costi della politica”.  Ma come nota Bagnai, i veri “costi della politica” sono  determinati dalle grandi scelte politiche sbagliate. Giusto per fare un elenco rapido e incompleto: l’inserimento in Costituzione il limite del 3 per cento al deficit; la modifica del Titolo 5° per volontà PD, che ha reso le regioni del Sud un buco nero di sprechi senza limiti e irresponsabilità della locale classe dirigente, o anche l’entrata dell’euro, o l’accettazione delle condizioni imposteci dall’Europa, motivo della disoccupazione giovanile al 50%, la generazione perduta.  Giù giù fino alla gestione criminale di Montepaschi e altri banchieri, fino all’accoglienza immigrati senza limiti, di cui l’Europa ci rifonde solo il 2,7 %.

Costo della politica”, 1,7 miliardi l’anno.

Su questi punti  cosa hanno dati dire i grillini di governo?  Il Fico è per  l’accoglienza senza limiti, per esempio.  Inoltre è “de sinistra”, ha espresso disprezzo per Salvini “razzista” (mostrando la stessa intelligenza politica  della gelataia in prova, o di Bossi), il che significa che farà di tutto, da posto di potere cui l’abbiamo insediato, per ostacolare ogni “convergenza” con la Lega e “convergere” invece con il PD- ossia coi responsabili delle  scelte politiche sbagliate. Per giunta è  laureato in Scienze della Comunicazione – una scienza che notoriamente non esiste – il che significa: non ha  alcuna minima nozione di  economia pubblica, nè di diritto, nè di storia economica.  Niente di male se  consultasse ogni tanto Micalizzi o Bagnai.

Non che la presidenta del Senato  berlusconiana sia meno inquietante: rappresenta le “leggi ad personam” ossia la distorsione del diritto. Ma Roberto Fico temo diventi subito una Boldrini che propone lo jus soli e  simili piddiate, al solo scopo di far divergere le due formazioni populiste che  possono e devono governare insieme su un programma minimo di riforme e unite di fronte alla UE.  C’è il rischio che  l’Italia perda una occasione storica – la propria liberazione –  che non si ripresenterà.

https://www.maurizioblondet.it/guardate-governa-sempre-gentiloni/

 

Il popolo degli abissi si è messo in marcia

Il popolo degli abissi si è messo in marcia, ha reagito ad anni e anni di gioco di specchi e di disincanti. Niente è andato come previsto: come nel libro di Jack London, il popolo degli abissi si è levato, ha preso l’arma del voto come una bandiera e con calma risoluta ha detto basta a quattro mali che hanno disintegrato l’Europa e l’Italia.

Il primo è l’ordoliberismus, ossia l’austerity fondata su bassi salari e distruzione del welfare.

Il secondo è la cosiddetta liberalizzazione del mercato del lavoro, con il neoschiavismo dei contratti a termine e del precariato. E’ stata la sinistra blairiana a inventare questo infernale marchingegno con schiere di devoti giuslavoristi in conflitto d’interessi. Pochi giorni fa El Pais pubblicava l’articolo del presidente di Ciudadanos che illustrava la legge di iniziativa parlamentare in cui si abolisce il precariato con una tranquilla enfasi sulla difesa degli interessi della nazione e del tessuto industriale e dei servizi del Paese.

Il terzo male è l’inerzia delle parti sociali, che vedono spogliare questa nazione delle sue risorse e nulla fanno come le borghesie commerciali sudamericane e i sindacati che, pur essendo l’ultima istituzione che tiene, rinunciano alle battaglie sui punti fondamentali. Naturalmente questo implica correre il pericolo del nazionalismo della povera gente e della classe media in discesa con i fantasmi fascisti che ritornano.

Il quarto male è l’immigrazione incontrollata e non gestita con l’intelligenza della sicurezza e del rispetto della persona, non solo dei migranti, ma anche dei poveri e degli anziani che si trascinano una vita di stenti e non ne possono più di forti giovanotti con cellulare e venti euro in saccoccia: gli esempi australiani e tedeschi di accoglienza sono lì, ma noi nulla facciamo.

Si è disgregato lo Stato ed è inevitabile che forze come i Cinquestelle e la Lega di Salvini si presentino come alternative al sistema. Del resto, sono anni che studio e parlo dell’inversione della rappresentanza partitica: i ricchi votano la loro sinistra, ossia Pd, Pisapia, Bonino eccetera, mentre i poveri votano a destra, come sta accadendo in tutto il vecchio mondo neo-industriale.

Non c’è bisogno di scomodare Trump, basta guardare alla Germania e alla Francia. Lì non votano e Macron viene eletto dal 23% degli aventi diritto. In Italia la partecipazione elettorale è alta, ma tutto travolge dei vecchi schemi destra/sinistra. Beninteso, sinistra, destra e centro sono ben presenti nel sociale e nell’universo simbolico del popolo degli abissi, ma quel popolo ha già compreso che le vecchie casacche vestono i morti: “le mort saisit le vif” diceva il filosofo di Treviri.

Bisogna non perdere la speranza che i nuovi universi simbolici siano educati dalle istituzioni e da una rinascita del ruolo degli intellettuali, che ora pasolinianamente al popolo si avvicinino senza più tradirlo. E’ un voto di speranza e di trasformazione: non bisogna avere paura, come diceva il formidabile Santo del Novecento.

Giulio Sapelli

https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=60263

Elettorato liquido

L’elettorato è liquido nell’urna come nella vita quotidiana e nei valori di riferimento. Resta, come motore immobile, il denaro, l’interesse materiale. Chi utilizza meglio speranze ed egoismi vince, almeno per oggi. Domani è un altro giorno.

E  il popolo infantile, egoista e furbastro pensa solo all’interesse soggettivo e immediato. Chi lo sa meglio di ogni altro sono le oligarchie dominanti, le quali, ben lungi dall’impaurirsi per il successo a 5 Stelle, stanno già salendo, per assumerne le redini, sul carro del vincitore. Chi meglio di loro, infatti, saprà depotenziare la rivolta che pure è alla base del plebiscito grillino? Poco strutturati politicamente, privi di una visione precisa delle relazioni internazionali, con un gruppo dirigente di livello imbarazzante, i poteri forti saranno ben lieti di fornire non solo interessati consigliori e soluzioni “chiavi in mano”, ma si fregano le mani per l’ipotesi di reddito universale. E’ la loro soluzione, probabilmente non speravano che sarebbe stata richiesta a furore di popolo da una (ancora) grande potenza manifatturiera. Con i progressi della cibernetica, della robotica e delle nanotecnologie, il lavoro diminuirà inevitabilmente. Niente di meglio che calmare le acque lanciando una specie di buono pasto digitale alla folla rimasta a braccia conserte, potenzialmente sediziosa ma niente affatto rivoluzionaria come quella italiana.

Il capitalismo predatorio ha coniato alcune parole chiave, credute dai più. Una è governabilità, che, tradotto nelle lingua della strada, significa che comandano loro e i governi non sono che i questurini delle oligarchie. Un’altra è stabilità, in lingua di legno vuol dire che nulla deve cambiare, nell’economia, nella finanza, nei mercati, insomma ai piani alti, quelli che dettano la linea. La terza è riforme, un termine sinistro dietro cui si nasconde la legalizzazione del mattatoio sociale e dei poteri non elettivi.

Hanno il monopolio del denaro, anzi lo creano dal nulla. Controllano i lilleri, quindi sono gli unici che lallerano. Possono, per loro interesse, offrirci qualche mancia. Preventivamente, ci hanno trasformati in plebe con la febbre del consumo. A milioni saranno felici di vivere a scrocco, facendo qualche lavoretto in nero per eludere i controlli di una burocrazia statale complice, in tasca una card che permetterà di comprare, meglio se a debito, un po’ dei prodotti che luccicano sugli scaffali e fanno bella mostra di sé nella rappresentazione corriva di Sua Altezza la pubblicità. Feticismo della merce; con quattro soldi, oltretutto sottratti a noi, avranno comprato la nostra dignità, ma lo capiremo solo a fregatura avvenuta.

Da lunedì 5 marzo, i veri potenti sanno che una parte consistente di italiani non vede l’ora di consegnare loro anima e corpo. La giusta sconfitta dei vecchi servitori screditati – PD, Forza Italia, radicali- forse ci getterà dalla padella nella brace. Privi ormai di principi forti, estranei ad una comunità condivisa, gli italiani liquidi cadono in braccio agli interessi oligarchici perfino quando votano a grande maggioranza per sottrarsi al loro dominio.

La strada è segnata: ancora più Europa, ancora meno padroni a casa nostra, qualche modesta mancia per rinviare il tumulto dei ciompi. Per pochi lilleri, vendiamo la gallina per comprare a rate le uova.

ROBERTO PECCHIOLI   

L’articolo SENZA LILLERI NON SI LALLERA è tratto da Blondet & Friends, che mette a disposizione gratuitamente gli articoli di Maurizio Blondet assieme ai suoi consigli di lettura.

A noi ci ha rovinato il calcio

Non solo perché la gente invece di documentarsi tifa per la destra o la sinistra (che si sono rivelate perfettamente intercambiabili), ma perché adesso si preoccupa per la “formazione” del governo.

A parte che è un compito che spetta a chi sarà designato dal presidente della Repubblica, ci hanno ossessionato col problema della governabilità che non è una questione di numeri,  ma di idee.

Dovrebbe essere ormai chiaro (almeno a chi ha letto l’articolo precedente) che l’Italia ha progressivamente ceduto la sua sovranità a organismi sovranazionali e noi abbiamo inserito i loro vincoli nella Costituzione.

Quindi, per tornare alla metafora calcistica iniziale, la partita si giocherà su altri tavoli e non è detto che i giocatori siano all’altezza.