Un po’ di storia

Dice infatti Lincoln negli anni ‘60, durante la guerra civile: “La moneta è la creatura della legge e la sua emissione originaria dovrebbe essere riservata come un monopolio esclusivo al governo nazionale. Avendo il potere di creare ed emettere valuta e credito in forma di moneta, e godendo del diritto di ritirare dalla circolazione valuta e credito per mezzo della tassazione o in altro modo, il governo non ha bisogno di prendere a prestito, né dovrebbe farlo, capitale a interesse come mezzo per finanziare opere ed imprese pubbliche. Il governo dovrebbe creare, emettere e far circolare tutta la valuta e il credito necessari a soddisfare il suo potere di spesa e il potere d’acquisto dei consumatori. Il privilegio di creare ed emettere moneta non solo è la prerogativa suprema del governo, ma è la sua più grande opportunità creativa. Con l’adozione di questi principi sarà soddisfatta l’esigenza sentita da sempre di un mezzo uniforme. Il contribuente risparmierà somme immense in interesse, sconti e scambi. Il finanziamento di ogni impresa pubblica, il mantenimento di un governo stabile e di un processo ordinato e la gestione del Tesoro diventeranno materia di amministrazione pratica. Il popolo può e vuole avere una moneta sicura come il suo governo. La moneta cesserà di essere il padrone e diventerà il servo dell’umanità.3

Non stupisce dunque che il 14 aprile Abraham Lincoln sia stato assassinato in un teatro di Washington, né che il suo assassino, John Wilkes Booth, sia stato ingaggiato dal tesoriere della Confederazione, e che questi fosse a sua volta socio del primo ministro inglese Benjamin Disraeli e intimo dei Rothschild di Londra.

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Renzi e il tempo perduto

Renzi diventerà prima un reprobo poi un incidente e infine apparirà lontano come un ricordo mentre il suo compito di carceriere sociale sarà preso da qualcun altro, da qualcuno ancora vergine di maledizioni.

Il simplicissimus

matteo-renzi-187044Mi fa quasi pena il povero Matteo che dopo una stagione di splendore artificiale si dibatte come un pesce spada nelle stesse acque in cui era stato fiocinatore: ciò che prima era celebrato come baldanzosa aggressione al “vecchio” in favore del nuovo adesso appare sconsiderato e azzardato, mentre il poverino cerca scompostamente di apparire come una sorta di tribuno popolare che si batte contro gli stessi poteri che lo hanno innalzato al trono. In realtà però nulla è cambiato: Renzi Matteo da Rignano è sempre quello lo stesso personaggio, superficiale, tracotante, disacculturato ma ignaro di esserlo e cialtrone a 360 gradi persino negli affarucci opachi di famiglia, tanto da venire condannato per aver tentato, nei tardi anni ’90 di fregare gli strilloni che aveva ingaggiato per vendere in strada la Nazione. Non erano i tempi di una Cassazione  costretta ad assolvere il guappo ricorrendo persino alla scusante del cretino.

In…

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I luoghi dell’abbandono

“Scatti fotografici che trasmettono il cupo declino di certe location, prima luoghi vissuti, ora spettri di strutture decadenti e pericolose!”
I luoghi dell’abbandono è una associazione culturale che opera nella ricerca, documentazione e valorizzazione di luoghi in stato di abbandono, la medesima organizza escursioni e mostre a tema.

COSA VEDERE

All’interno di una suggestiva scuola abbandonata,
è stato ricreato un percorso multìsensoriale che
tramite oggetti, suoni, odori e immagini trasporta
il visitatore nell’odierna città fantasma di Pripyat,
la città progettata e costruita per ospitare gli
operai e i tecnici della centrale nucleare di Chernobyl
con le loro famiglie.

Dal 1 novembre al 17 dicembre

Orari: Sabato e Domenica 10-20

Aperture straordinarie:  1 novembre e 8 dicembre

Miseria dello sviluppo

Chissà se il nostro sindaco si ricorda ancora di avere scritto questo libro (recentemente ristampato):  Il male luminoso: comunicazione, società, politica di Fabio Bergamini. Un’avvincente riflessione habermasiana sul catastrofismo dei «nuovi idoli post-moderni», che ci invita a riflettere, con prudenza e disincanto, sulle parole-chiave “benessere e sviluppo”, ma anche “libertà e democrazia”, al fine di
rimpossessarsene, con un ormai dimenticato protagonismo della cittadinanza.

Federalismo del mio Stivale (in attesa del peggio)

Ma badate in questo caso per buona pace dei nostri europeisti, l’ obiettivo principale non sarà l’acquisizione degli asset pubblici e bancari del Paese che sono quasi tutti in perdita – le sole banche hanno sofferenze per oltre 350 miliardi di euro – ma dei beni privati che sono ancora rilevanti e che dovranno ripianare quelle perdite, come del resto già fatto intendere da Schauble. Dopodiché, una volta innestato il sistema di risucchio, al parlamentino itinerante fra Bruxelles e Strasburgo comparirà la proposta di una revisione dei trattati che prevede “l’eventuale uscita dall’Euro di un Paese membro dell’Eurozona”. Non me lo sto inventando: è quanto ha dichiarato Christian Lindner che quasi certamente sarà il prossimo ministro delle finanze di Berlino. Insomma asset e beni, industrie e conti correnti saranno presi in euro e una volta spolpato l’osso, si potrà concedere l’uscita dalla moneta unica per fare dello Stivale depredato un’area di lavoro a basso costo.

Il simplicissimus

damiens_tortureNei giorni scorsi non mi sono occupato per niente dei referendum in Lombardia e Veneto, riedizione in fotocopia del vecchio federalismo finito in ruberie, illusione egoistica diffusa a piene mani da un ceto di maneggioni ridotti a giocare col fuoco pur di rimanere in sella, nonostante gestioni opache e poco significative, magari con la speranza di spostarsi a Roma.  Ma oggi ad urne chiuse vale la pena parlarne non tanto a seguito dei risultati che evidenziano un flop in Lombardia e un’ affermazione in Veneto, ma non per le ragioni semplicistiche che esse esprimono sul piano contabile, quanto per  i nodi che loro malgrado mettono allo scoperto e che sono radicalamente differenti rispetto a vicende come quella catalana: soprattutto l’attualità antropologica e sociale di stampo neo liberista che si sottrae alla solidarietà all’interno di un Paese e che viene  rafforzata e sdoganata dallo svilimento delle realtà nazionali, delle piccole patrie…

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Cicero pro domo sua

In realtà sono anni che il tema viene agitato in maniere ambigue e demenziali dal Fondo monetario internazionale e precisamente da quando Strauss Kahn è stato fatto fuori nel modo che sappiamo perché in effetti proprio il sistema pensionistico è uno degli ostacoli che si oppongono alla precarizzazione e schiavizzazione finale. Inutile fare discorsi troppo ampi  e restiamo in Italia per vedere cosa significa in realtà il discorso di Padoan, partendo però da alcuni dati di fatto che da trent’anni vengono volontariamente occultati dall’informazione e dai governi, ma che sono necessari per la comprensione. Il primo dato ci dice l’Inps non perde per nulla:  fin dal 1998 il saldo netto fra le entrate dei contributi e le uscite delle prestazioni  è sempre stato attivo tanto che  l’ultimo dato certo e non frutto di stime  risale al 2011  e parla di 24 miliardi attivo, mentre i conti vengono fatti colare a picco dai compiti assistenziali attribuiti all’istituto, ma del tutto estranei alla sua natura: pensioni sociali, di invalidità e quant’altro che in tutti gli altri Paesi sono in carico a enti specifici. Anche così tuttavia la spesa pensionistica italiana non è affatto tra le più alte d’Europa, perché questa è un’altra delle balle colossali che ci vengono raccontate visto che è solo grazie a una vera e propria truffa contabile che essa arriva intorno 18,8 % del Pil contro il 16,5 della Francia e il 13,5 della Germania o il 15,1 della media Ue.  Il trucco sta nel fatto che nel calcolo figura anche la liquidazione che non è affatto una prestazione pensionistica, ma un prestito forzoso dei lavoratori e questo incide per l’ 1,7% sul  pil. C’è poi il fatto che la spesa pensionistica italiana viene considerata al lordo delle ritenute fiscali che in altri Paesi come la Germania nemmeno esistono o sono molto basse, mentre da noi le aliquote fiscali sono le stesse di quelle applicate ai redditi da lavoro. Questo “aggiunge” un altro 2,5% sul pil. Allora vediamo un po’: 18,8 meno 4,2 (ossia la somma delle due sovrastime principali) fa 14,6 ovvero un incidenza della spesa pensionistica  inferiore alla media europea.

Mi scuso per tutte queste cifre, ma senza fare giustizia delle cazzate che ci vengono raccontate è difficile arrivare al nocciolo della questione e al significato delle parole di Padoan:  le narrazioni truffaldine sono servite ad accresce i profitti delle aziende (con il massiccio calo dei contributi che subito è finito in finanza e non in produzione o in assunzioni) accreditando la necessità delle riforme pensionistiche, il passaggio al metodo contributivo e l’aumento dell’età pensionabile. Ma tutto questo non è servito affatto a causa di due fattori che i credenti del neoliberismo non avevano preso in considerazione: la sempre maggiore disoccupazione, la caduta dei salari e lo stato di precarietà in cui è stato ridotto il lavoro  rendono arduo il raggiungimento di trattamenti pensionistici anche solo al livello di sopravvivenza. Non lo dico io, ma lo stesso Boeri: “è forte il rischio che i lavoratori più esposti al rischio di una carriera instabile, a una bassa remunerazione in lavori precari non riescano a maturare i requisiti minimi per la pensione contributiva anche dopo anni di contributi elevati. Più semplicemente i trentenni potrebbero essere costretti ad andare in pensione a 75 anni per ricevere, se matureranno i requisiti, una pensione inferiore del 25 per cento rispetto a quanto ricevono i pensionati di oggi.” 

Hannibal Padoan a caccia di pensionati

Il valore è il prezzo

Di conseguenza, la sfera pubblica – lo spazio in cui offriamo ragioni e contestiamo le ragioni degli altri – cessa di essere lo spazio della deliberazione, e diventa un mercato di click, like e retweet. Internet è la preferenza personale enfatizzata dall’algoritmo; uno spazio pseudo pubblico che riecheggia la voce dentro la nostra testa. Piuttosto che uno spazio di dibattito in cui facciamo il nostro cammino, come società, verso il consenso, ora c’è un apparato di affermazione reciproca chiamato banalmente “mercato delle idee”. Quello che appare pubblico e chiaro è solo un’estensione delle nostre preesistenti opinioni, pregiudizi e credenze, mentre l’autorità delle istituzioni e degli esperti è stata spiazzata dalla logica aggregativa dei grandi dati. Quando accediamo al mondo attraverso un motore di ricerca, i suoi risultati vengono classificati, per come la mette il fondatore di Google, “ricorrentemente” – da un’infinità di singoli utenti che funzionano come un mercato, in modo continuo e in tempo reale.

 

A parte l’utilità straordinaria della tecnologia digitale, una tradizione più antica e umanistica, che ha dominato per secoli, aveva sempre distinto fra i nostri gusti e preferenze – i desideri che trovano espressione sul mercato – e la nostra capacità di riflessione su quelle preferenze, che ci consente di stabilire ed esprimere valori.

 

Un sapore è definito come una preferenza su cui non si discute”, ha scritto una volta il filosofo ed economista Albert O Hirschman. “Un gusto che si può contestare, con se stessi o con gli altri, cessa ipso facto di essere un gusto – diventa un valore“.

http://vocidallestero.it/2017/10/19/neoliberalismo-lidea-che-ha-inghiottito-il-mondo/