Gli ultimi romantici

Una volta rincasato, ho ripensato alla giornata di oggi elaborando la seguente riflessione:
– l’80% degli italiani è stato istupidito da giornali, dalla televisione e, più in generale, da trent’anni di pensiero unico liberista ed è completamente ignaro di quello che sta succedendo, o peggio ha una percezione completamente distorta della realtà. Vivacchia alla giornata, chiuso nel proprio individualismo, guardando soltanto l’orticello personale ed è privo di qualsiasi visione sociale, storica e men che meno politico-economica.
– Un 15% della popolazione è consapevole, ma al contempo sfiduciato, privo di stimoli reattivi e rassegnato.
– Infine c’è un 5% che non è solo consapevole, ma anche romantico.
Già, romantico! Perché soltanto un romantico può scegliere di dedicare una vita intiera ad una battaglia soltanto perché la ritiene giusta, pur sapendo che non ne trarrà alcun vantaggio personale (ma forse solo svantaggi). Una battaglia i cui frutti li vedranno, forse, i figli o, più probabilmente, i nipoti o, addirittura, i pro nipoti.

Eppure se non ci fossero i romantici non avremmo mai avuto i moti del 1820, quelli del ’48, il 1861, né uomini del calibro di Mazzini e, oggi, non ci sarebbe il FSI!
“Solo era un romantico, non un sognatore. Un sognatore è colui che spera per ottenere qualcosa. Un romantico è colui che spera contro ogni possibilità”. (David Trueba)

http://appelloalpopolo.it/?p=50150

La società dell’opinione

di Pierluigi Fagan

Prima di farvi una opinione su i rapporti tra noi ed i cinesi sarebbe il caso conosciate alcuni fatti. Una volta il giornalismo aveva questa missione, dare i fatti (e scegliere quali fatti è già una opinione) ed accanto esprimere un punto di vista. Ora mettono solo i punti di vista e menomale che siamo la società dell’ informazione, sarebbe più corretto dirci “società dell’opinione”.

I fatti dei rapporti che i cinesi stanno tessendo con varie parti del mondo sono innumerevoli. Faremo quindi una selezione:

1) La BRI è finanziata da una banca, la AIIB, lanciata dai cinesi a fine 2015 ed oggi finanziata da 70 paesi. Il primo paese occidentale ad aderire prendendo tutti gli altri in contropiede fu la Gran Bretagna. I diritti di voto del suo Consiglio, per dimensioni, vedono la Germania 4°, l’Australia 6°, la Francia 7°, l’UK 9° e l’Italia 11°. Ci sono tutti gli alleati degli USA (incluso Canada ed Israele), tranne gli USA.

2) I cinesi hanno partecipazioni o controllo nei porti di Pireo-Atene, Anversa, Bruges, Rotterdam, Bilbao, Valencia e Marsiglia che è il maggior investimento europeo dopo Pireo. I cinesi hanno acquisito licenza di 25 anni per gestire il principale porto israeliano (Haifa) in cui ci sono moli dedicati e riservati per la Marina degli Stati Uniti d’America (che non hanno gradito), ma ha anche vinto la gara d’appalto per la costruzione di quello che sarà il nuovo più grande porto israeliano, Ashod.

3) Negli ultimi 10 anni la Cina ha fatto 227 acquisizioni in Gran Bretagna, 225 in Germania, 89 in Francia, 85 in Italia. In Israele ha creato un fondo il Sino Israeal Technology Fund con 16 miliardi di dollari, che finanzierà le start up israeliane.

4) Duisburg in Germania è il terminale della Via della Seta ferroviaria, circa 30 treni a settimana arrivano dalla Cina (80% di quelli che arrivano in Europa). La Germania sta trattando l’inclusione di Huawei nella gara sul 5G che curerà in esclusiva l’upgrade di Gelsenkirken a rango di smart city.

5) L’interscambio (2017) con la Cina vede con 179 mld US$ prima la Germania, 54,6 la Francia e solo 42 l’Italia. Nel gennaio 2018 Macron si è recato in Cina, dove ha siglato 20 accordi economici, commerciali e infrastrutturali su settori strategici come l’aviazione e l’energia nucleare. Coi francesi, i cinesi stanno costruendo centrali nucleari in Gran Bretagna con i quali hanno accordi per 325 mio £/sterline nel solo comprato creativo-high tech.

6) Verso la Germania, gli USA hanno lanciato alte urla di rabbia, non solo per l’articolata partnership strategica con la Cina. Si ricorda che i tedeschi si stanno legando mani e piedi coi russi in un settore strategico quale quello dell’energia, nella costruzione del raddoppio del North Stream con società a capitale misto a cui capo c’è l’ex cancelliere G. Schroeder. Quel flusso di gas, in realtà, doveva passare qui da noi col South Stream ma l’UE ha invalidato la gara d’appalto.

Bene, ora potete abbandonarvi alla piacevole lettura del vostro commentatore di fiducia ma fate attenzione a cosa commenta. Il mondo è troppo complesso per esser approcciato a sensazioni, in fondo non è poi così difficile farsi una “opinione propria”, no? O forse è proprio questo che non piace alla società dell’opinione?

Fonte: Pierluigi Fagan

Per una rivoluzione conservatrice

https://www.maurizioblondet.it/la-ue-tedesca-arretramento-storico/

Signori della Grande Stampa e della Tv, venditori di almanacchi e di oroscopi politicamente corretti, l’annuncio che avete dato a reti unificate è una bufala: il sovranismo non è finito dopo l’euro-accordo con Bruxelles sulla Manovra. Semplicemente non è ancora cominciato. Lo dico anche ai suoi fautori; il compito per l’anno neonato è far nascere un vero, maturo, duraturo, sovranismo. Ossia un governo che governi nel nome del popolo sovrano e dell’amor patrio, che decida come sa decidere un governo davvero sovrano, che sappia anteporre gli interessi generali e nazionali a quelli settoriali e particolari e stabilisca il primato della politica e della comunità nazionale sulla finanza e sulla tecnocrazia globali.

Ieri Mattarella è apparso prudente più del solito e rispettoso di tutti, non ha attaccato sovranisti e populisti, si è appellato in modo ecumenico alla comunità. È stato il Papa a far la predica più politica, parlando contro ignoti e rivolgendosi alla cristianità che per lui si riduce alla comunità di Sant’Egidio e paraggi. Ma il problema che hanno eluso entrambi è che i valori condivisi non ci sono più, tocca rifondarli. Non solo i “valori” delle opposizioni divergono dai “valori” della maggioranza ma il discorso delle istituzioni e il racconto dei media divergono paurosamente dal modo di vedere e di sentire della gente. C’è un abisso in mezzo. È da lì che deve ripartire la ricucitura di cui parlava Mattarella, ossia la rifondazione d’Italia e il dialogo con l’Europa: rigenerare il senso della comunità. E può farlo solo una grande, ambiziosa rivoluzione conservatrice.

Se vuole salvarsi questo Paese deve avviare quest’anno una grande rivoluzione conservatrice. Non solo un cambiamento né solo un ritorno alla sua tradizione, ma una vera e propria rivoluzione conservatrice. Da una parte ha bisogno di una svolta radicale, un rinnovamento vero nei metodi, nello stile, nei contenuti, negli assetti e nelle strutture pubbliche. È un paese vecchio, stitico, asfittico, che ha paura del nuovo e del futuro, non fa figli e non fonda più nulla; è vecchio dentro, oltre che nelle strutture e negli organismi. Un paese ingessato nella burocrazia, soffocato dalla pressione fiscale, scoraggiato da ogni tentativo di rischiare. Se non cambia, se non osa, l’Italia non si salva. Non viene cacciata dall’Europa ma vomita se stessa.

Rivoluzionare l’Italia per rivoluzionare l’Europa, dice bene Salvini. Ma farlo a partire dalle classi dirigenti, dai migliori e da chi fa, non dalle plebi e da chi non fa, come invece pensano i grillini. Di Maio ha come suo manifesto ideologico la poesia A’ livella di Totò: ma si ricordi che A’ livella si riferiva ai morti, mica ai vivi. Un paese vivo deve saper ripartire dalle sue migliori energie, deve saper partire dai meriti e dalle capacità.

Dall’altra parte un Paese non si salva se rinnega se stesso, la sua identità, la sua storia, la sua cultura, la sua tradizione, le bellezze che ha ricevuto in dono dal passato, l’esperienza delle generazioni precedenti. Per questo è necessario che la rivoluzione sia anche conservatrice. Un paese dove i morti superano i nati, i vecchi superano i giovani, tra chiese chiuse, edicole chiuse, librerie chiuse, paesi chiusi, non va da nessuna parte. L’Italia deve riscoprire il gusto e la passione di conservarsi, di avere memoria storica e sensibilità civile. Non basta sorvegliare i confini, come giustamente enuncia Salvini e non basta frenare i flussi migratori come altrettanto giustamente cerca di fare; bisogna poi che ci sia vita dentro quei confini, vi sia una comunità viva, un paese che non è spaventato, non ha paura del nuovo, dell’estraneo e del futuro, ma sa difendere il suo passato, il suo presente e il suo avvenire. Insieme. A viso aperto.

Marcello Veneziani

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Pane e TV

Il combustibile dello scontento è la proletarizzazione della classe media che ha tanto faticato per migliorare la sua condizione, l’impossibilità di vivere nei centri delle città, lasciate ai turisti e ai ricchi nelle zone pregiate, mentre i quartieri più vecchi sono occupati da mascalzoni di ogni nazionalità. Intanto si spopolano le aree interne e quelle in cui vengono meno i servizi privatizzati. L’economia “uberizzata” delle piattaforme informatiche straniere ci invade e il vecchio proletariato precipita alle soglie della povertà, ma non abbastanza da essere raggiunto da quel che resta del welfare, destinato agli ultimi arrivati e agli ex emarginati. In compenso, grava sulle spalle del “popolo basso”, della ex classe media, della piccola e media impresa e di crescenti settori delle professioni, il peso di una spesa pubblica burocratica, ingiusta, asfissiante, para mafiosa che pretende molto e non restituisce nulla.
Negli Usa, Amazon, l’impresa commerciale più grande del mondo, il cui proprietario, Jeff Bezos, è il più ricco del pianeta, non pagherà quest’anno un dollaro di tasse. Merito delle nuove leggi fiscali, ma soprattutto del vergognoso sistema di abbattimenti, deduzioni e caroselli aziendali che intossica i sistemi tributari dell’occidente. L’alternativa, dicono, sono i paradisi fiscali, ovvero gli inferni ove si ricicla il denaro provento dalle attività più indicibili. In Europa, i giganti tecnologici pagano meno di una piccola impresa. Un impiegato con reddito netto di duemila euro – un privilegiato – versa novecento euro mensili al fisco statale e locale, oltre ad altre centinaia per la chimerica pensione e l’assistenza sanitaria.
Pure, non siamo ancora spariti. Ci hanno respinti in una immensa periferia esistenziale, dalla quale dobbiamo ripartire per tornare in centro, riconquistare quel che è nostro. Siamo sopravvissuti al fuoco del disprezzo, del ridicolo con cui siamo trattati. Siamo l’unico gruppo etnico, noi spazzatura bianca, a cui non è permesso avere una storia. L’ Europa è piena di gente che si sente esclusa nella sua terra, dimenticata nella narrazione collettiva dominante, invisibile benché maggioranza, ridotta al silenzio, all’impotenza politica e alla nullità culturale a colpi di accuse di razzismo, xenofobia, discriminazioni e delitti veri e presunti del trapassato da espiare come colpa collettiva e personale.
Da vittime, ci hanno trasformato in carnefici con obbligo di solidarizzare con chi ci disprezza. Sindrome di Stoccolma come salvezza: uscire da noi stessi, alienazione più estraneazione. Incredibile è anche la schizofrenia del libertarismo postmoderno: drogarsi è lecito, proibire non si può, ma i fumatori di sigarette vivono in un apartheid ostile. Il moralismo spurio permette ogni sconcezza nell’ambito sessuale, assolve qualsiasi oscenità, ma porta dodicimila abitanti della liberale, tollerante, colta New York, capitale del Paradiso invertito, a chiedere al Metropolitan Museum di ritirare un famoso dipinto di Balthus, Therese che sogna, perché osceno e cripticamente pedofilo. Nessuno chiede di nascondere l’incomprensibile pseudo arte astratta o di nascondere la pubblicità sessualizzata di migliaia di prodotti.
La sindrome di Stoccolma deve essere sepolta insieme alla minorità culturale che ci attribuiscono senza possibilità di replica. C’è una speranza, forse stiamo tornando, con la bandiera della nazione, della tradizione e dell’identità, alleate della giustizia sociale e distributiva. Intanto, dobbiamo costringere il potere politico a recuperare dignità, non rimanere inerme dinanzi all’economia dei colossi tecnologici, delle piattaforme di falsa disintermediazione dei servizi, Deliveroo, Uber, Airbnb e simili, nonché della finanza di carta, l’imbroglio massimo. Non basta, bisogna rivendicare la legittimità delle culture popolari ridicolizzate dalle sedicenti élites. Circa vent’anni fa, usciva negli Usa Redneck Manifesto, il libro manifesto dei “colli rossi” di Jim Goad, che rappresentava le ragioni e la rabbia degli esclusi del classismo delle oligarchie e accusava la sinistra politica di mantenere un discorso che escludeva i ceti popolari e operai bianchi.
L’arma più potente del nemico è il nostro disarmo morale. Agli albori della crisi dell’Impero romano, Giovenale scriveva che due sole cose ansiosamente il popolo desidera: il pane e i giochi. Panem et circenses. Più intenso è il desiderio (la nostra è l’era dei desideri) nelle epoche di crisi; lo comprese dal rifugio di Port Royal Blaise Pascal. L’unica cosa che ci consola delle nostre miserie è il divertimento (divertissement), e intanto questa è la maggiore delle nostre miserie “(Pensieri, 171). Il sistema è specialista nell’organizzare la fuga di fronte ai problemi, ed è il più grande dei pericoli di un’azione eticamente orientata. Il rischio è quello di offrire risposte vecchie o escogitare scorciatoie valide solo per minoranze dotate di senso morale.
Le risposte anacronistiche sono il comodo rifugio in un neo collettivismo mortuario, ma va condannato il ricorrente istinto di chi finisce per servire, convinto di opporsi alla cosiddetta sinistra, l’unico a priori del liberismo, la concentrazione di mezzi, denaro e potere in poche mani private. Il sistema dell’accumulazione non vuole e non tollera alcun limite, morale, territoriale, religioso, culturale. Il liberismo è una spaventosa tabula rasa. Da questo deve partire la rivolta, o verrà divorata dal ventre immenso del Leviatano globale. Comunità più dimensione pubblica più socialità significa popolo in cammino. Il resto è la vittoria nemica, lo spettacolo che deve continuare, tra frizzi, lazzi, nani, ballerine e tanto sangue, il nostro. Business, as usual: affari, come sempre.

estratto da https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=61669

Destra e sinistra

La sinistra ha toccato livelli minimi impensabili, fino a indurre uno degli ultimi suoi leader, di sicuro il più assurdo, a dire che bisognerebbe chiedere scusa a Berlusconi, cioè a una persona definita dai giudici un delinquente naturale e che per i suoi interessi ha spolpato l’Italia.
Se questa è la sinistra o presunta tale, non ci si deve certo stupire che vinca la destra.
Di politica di sinistra, ammesso che si possa identificare una politica in questo senso, nella sinistra passata e attuale, non c’è praticamente nulla e sembra che l’unica politica evidente sia sempre la rincorsa alla destra. Nessun valore, nessun tema rilevante, soprattutto nessuna idea o progetto degno di questo nome, scavalcati pure da Papa Francesco che, in confronto, su alcuni temi è un estremista. Ma se si rincorre la destra, l’elettorato fa prima a votare direttamente l’originale piuttosto che i suoi penosi imitatori.
Inoltre nella sinistra, in questa sua perenne crisi di identità, si creano mille spaccature, lotte intestine fra bizzarri personaggi, ridicole correnti che creano decine di partiti e partitini attorno a leader improbabili. E non potrebbe essere altrimenti visto che non sanno assolutamente nè cosa fare, nè dove andare e si limitano a vivacchiare ognuno con i suoi fans di riferimento.
A livello politico quindi la sinistra è un caravanserraglio che porta solo acqua al mulino della destra. Le politiche sono simili, gli obiettivi pure, basti pensare alla unione di intenti sulla TAV e non si capisce quali siano le differenze. Entrambe vogliono che aumenti il PIL ovvero la distruzione dell’ambiente e l’attacco sistematico alla salute delle persone, entrambe appoggiano i grandi gruppi industriali, si inginocchiano al turbo capitalismo e alla sua finanza e farebbero mega infrastrutture ovunque all’infinito. Entrambe sono abbonate alla corruzione e al malaffare. Entrambe obbediscono alle politiche americane. Sono poi entrambe per una logica ferocemente competitiva e se il messaggio che passa alle persone è quello di una lotta senza quartiere di tutti contro tutti, ha maggiore vantaggio chi è più militarizzato e a giudicare dal guardaroba infinito di divise che ha Salvini, è scontato chi vince la partita.
La sinistra non hai ha messo in discussione la competizione né si è mai fatta problemi sulla qualità del lavoro. Per lei si deve competere e creare lavoro, non importa come e cosa, anche un lavoro dannoso per l’ambiente, pericoloso per la salute e alienante per le persone, va bene tutto e in questo i sindacati sono anche loro un valido maggiordomo della destra e difatti laddove si votava a sinistra e in storiche roccaforti operaie, adesso votano la Lega senza pensarci due volte.
Se la lotta è senza quartiere, rivolgiamoci ai più muscolosi e prendiamocela con quelli al di sotto di noi che così vinciamo facile: rom, neri, immigrati, disabili, donne, dagli al nemico.
Dal punto di vista culturale, che in teoria dovrebbe essere uno dei punti di forza della pseudo sinistra, ci si indigna delle politiche della destra sugli immigrati, degli attacchi via social a donne o persone che appoggiano una presunta politica della solidarietà (che non si sa nè cosa significhi, nè cosa sia nel concreto) o che sono contro le discriminazioni in genere.
Ma riavvolgiamo il nastro all’indietro e chiediamoci quale è la cultura in Italia. Moltissimi intellettuali, scrittori, cantanti, artisti, studiosi, professori universitari ecc. in un modo o nell’altro sono tutti passati all’incasso da Berlusconi cioè dal padre della non cultura per eccellenza o meglio della cultura intesa come massa abbondante di culi e altri parti del corpo femminili che appaiono nei suoi canali. Non che gli altri canali televisivi siano meglio, anzi; così come la sinistra, hanno tutti seguito le orme berlusconiane passando dal male al peggio.
Tutti che hanno tranquillamente accettato che la televisione fosse il maggiore e più importante veicolo culturale del paese, senza farsi una domanda senza porsi un problema. Eppure Pasolini lo aveva detto chiaro e in ogni modo che la televisione avrebbe distrutto la cultura e la sapienza del paese. Sì vero, ma quando si tratta di apparire, di mostrare la propria immagine, fare brillare
il proprio ego, vendere i propri prodotti, libri o altro che sia, la televisione, madre di tutte le ignoranze, fa comodissimo a chiunque, da chi parla di decrescita (fra uno spot e l’altro), di ambiente, fino a chi si erge a difensore degli immigrati.
E Berlusconi non è solo televisione ma un impero di case editrici con le quali non hanno nessun problema a pubblicare libri e battere cassa intellettuali e simili che oggi strepitano contro le politiche della destra dei cattivi. Eppure nel panorama editoriale ce ne sono di case editrici che non fanno parte del carrozzone berlusconiano e anzi andrebbero supportate proprio per diminuire il suo strapotere.
Chi ha creduto che partecipare a trasmissioni di Maria De Filippi, o tante altre simili, fosse una cosa intelligente, non può ora certo lamentarsi dell’abisso in cui siamo caduti. Non si può accettare di far passare la cultura attraverso la fogna televisiva e poi pretendere di fare l’agnellino immacolato, il tanfo rimane. Ecco perchè chi ora fa il paladino di non si sa bene cosa, non è credibile e non ha nemmeno grande seguito e se ne stupisce pure e accusa gli italiani di poco coraggio. Se accetti il campo dell’avversario e le armi che propone l’avversario, è chiaro che perderai sicuramente. Ma questi sono concetti troppo impegnativi da perseguire, perchè creare un campo diverso, modi diversi di vivere e ragionare, di fare cultura, comunicazione, è troppo faticoso, rischioso, complicato e poi c’è sempre pronta la scusa che non si arriva alle masse (o almeno così si pensa). Come se le masse a cui arriva la televisione o la cultura di Berlusconi e simili, fossero quelle che ci stanno portando verso un fulgido e fantastico avvenire e non quelle che ci hanno fatto sprofondare. Ma pur di trovare qualche scusa e continuare a incassare, ci si inventa qualsiasi giustificazione, anche la più campata in aria.
A presunti intellettuali, studiosi, politici di pseudo sinistra in fondo basterebbe poco: rileggere anche solo Pasolini ma poi metterlo davvero in pratica. Non temete, se si ha voglia di lavorare, il modo per vivere dignitosamente in Italia lo si trova sempre, anche e soprattutto senza accettare, foraggiare e supportare la politica peggiore e la cultura peggiore.

Paolo Ermani

http://www.ilcambiamento.it//articoli/la-destra-vince-grazie-alla-sinistra-sua-vera-alleata

Regionalismo

Come scriveva, più di novanta anni fa,  sul tema del regionalismo, Gioacchino Volpe, grande storico di scuola nazionale “qualsiasi rimaneggiamento istituzionale è utile solo in quanto abbia dietro di sé una più salda trama di forze sociali, più alta educazione politica di collettività e di gruppi dirigenti, senso più robusto dell’interesse generale, maggiore voglia di lavorare e disposizione o rassegnazione a confermare il proprio tenore di vita a certe condizioni generali dell’economia nazionale e internazionale”.

Il rischio, oggi, di fronte alle grandi trasformazioni innescate dall’autonomia differenziata è che l’opinione pubblica rimanga ai margini, considerando il processo in atto come un esercizio di ingegneria costituzionale o , peggio, per alcune aree del Paese, come uno scotto politico da pagare ad un partito, la Lega Nord.

Sarebbe  insomma un errore considerare la nuova stagione del regionalismo come un  passaggio di routine. Per dare concretezza all’iniziativa federalista occorre piuttosto  trasformarla in un’occasione di mobilitazione politica e sociale, espressione – per dirla con Volpe – di una più salda trama di forze sociali e di un senso più robusto dell’interesse nazionale.

Il richiamo ad una gestione attenta e parsimoniosa delle risorse pubbliche, l’integrazione tra sussidiarietà verticale (impegnata a fissare la distribuzione di competenze amministrative tra diversi livelli di governo territoriali) e sussidiarietà orizzontale, una più ampia visione del riformismo costituzionale sono elementi essenziali per fare sì che la nuova fase federalista possa essere non solo “fiscale” ma anche partecipativa e solidale e dunque autenticamente “nazionale”. Il rischio altrimenti è che si indebolisca l’unità nazionale e si frantumi la coesione sociale. Con gravi conseguenze per il Nord ed il Sud del Paese. Senza distinzioni.

http://www.barbadillo.it/80899-focus-se-lautonomia-differenziata-diventa-federalismo-zoppo/

Dai diritti acquisiti ai diritti quesiti

Lo scopo recondito del progetto di questa trasformazione dell’INPS da parte di Boeri e degli ambienti che lo sostengono è quello di limitare al massimo la pensione erogata dallo Stato con successivi tagli ed esclusioni, sostituendola con varie forme di “assistenza”. In tal modo i lavoratori dipendenti e autonomi (perché anche questi rientrano nel sistema previdenziale), visto che non hanno più la certezza di avere una pensione calcolata sui loro contributi, sono indotti ad aderire a polizze assicurative per garantirsi una rendita pensionistica, sia individuali sia nell’ambito dei numerosissimi Fondi istituiti negli ultimi anni dalle Compagnie di assicurazioni e da altri Enti finanziari. L’esempio cui ispirarsi sono gli Stati Uniti, dove appunto il sistema funziona così: pensione pagata privatamente, e gli anziani nullatenenti possono chiedere un’indennità di “social security”. D’altra parte, ciò sta già avvenendo con la sanità dove, a causa delle inefficienze del servizio pubblico, stanno diffondendosi a macchia d’olio fondi sanitari integrativi aziendali o individuali, con tutti i limiti e le eccezioni alle prestazioni che, com’è ben noto, le assicurazioni sono bravissime a porre.

L’allontanamento di Boeri, soprattutto da parte di un governo che non è allineato sulle istruzioni del Fondo Monetario Internazionale e delle “Fondazioni” che ne seguono i principi, ha bloccato questo processo. Adesso però il governo Conte non si deve fermare dinanzi alle proposte dissimili delle nomine da parte dei due partiti membri del governo: poiché si deve costituire un consiglio di amministrazione, tutti i nominativi proposti possono farvi parte, a condizione che si persegua, anche in questo campo, un reale “cambiamento” rispetto alla situazione preesistente e si mantenga il ruolo fondamentale e storico dell’INPS quale fondamento dello “Stato sociale”.

Di Nemo

http://www.ilpensieroforte.it/economia/1832-le-mani-della-finanza-sull-inps

Superfluo sottolineare come il “reddito di cittadinanza”, vada esattamente in questa direzione  😦