L'Italia e gli italiani

L’ITALIA E GLI ITALIANI: TELECONFERENZA A FINALE EMILIA

150 anni di storia politica e culturale: continua il ciclo di conferenze della Fondazione Collegio San Carlo proiettate in diretta nella Sala Consiliare del Municipio di Finale Emilia Piazza Verdi 1.
Venerdì 1 aprile 2011 ore 17.30 sul tema: La cultura dell’anomalia: L’Italia e gli altri, con la partecipazione di Donald Sassoon, docente al Queen Mary College, University of London, presiede: Carla Bagnoli.
Donald Sassoon è professore di Storia europea comparata presso il Queen Mary College dell’Università di Londra e membro del Centre for the Study of the History of Political Thought presso lo stesso College. In Italia ha pubblicato: Cento anni di socialismo. La sinistra nell’Europa occidentale del XX secolo (Roma 1997); Il mistero della Gioconda. La storia di un dipinto attraverso le immagini (Milano 2006); La cultura degli europei dal 1800 a oggi (Milano 2008); Come nasce un dittatore. Le cause del trionfo di Mussolini (Milano 2010).
“Come in altre nazioni europee – sostiene il professore Donald Sassoon – anche l’Italia è dovuta diventare uno Stato sociale, conseguito e mantenuto  sul presupposto che lo sviluppo economico sarebbe stato costante. In Italia fu così per gran parte degli anni cinquanta e buona parte degli anni sessanta. Sviluppo economico e Stato sociale hanno costituito la base per il compromesso non scritto tra gruppi economici dominanti e classe operaia, che ha assicurato un notevole grado di pace sociale in una parte dell’Europa del periodo postbellico.
I problemi si profilarono negli anni sessanta e aumentarono negli anni settanta, quando lo sviluppo economico rallentò, quando l’espansione del settore terziario collegato con lo Stato sociale fu sostenuta da un settore industriale in crisi, quando la base finanziaria della spesa pubblica si fece più ristretta causando tendenze inflazionistiche.”
I prossimi incontri: Venerdì 6 maggio ore 17.30 L’Italia nel mondo, il mondo in Italia (1945-2011), con Lucio Caracciolo Direttore della rivista “Limes” e Federico Romero dell’Università di Firenze. Presiede: Marina Murat.
Venerdì 3 giugno ore 17.30: L’Italia repubblicana, conferenza tenuta da Simona Colarizi dell’Università di Roma “La Sapienza”. Presiede: Leonardo Paggi.
INGRESSO GRATUITO. A richiesta si rilasciano attestati di partecipazione. Il ciclo gode dell’accredito ministeriale per la formazione del personale della scuola (DM 18 luglio 2005).
Per informazioni: Fondazione Collegio San Carlo via San Carlo 5, Modena – tel. 059/421240 – fax 059/421260, cc@fondazionesancarlo.itwww.fondazionesancarlo.it. Biblioteca Comunale di Finale Emilia: tel. 0535 788331 – biblio.finale@cedoc.mo.it.

Giovan Battista Santini

GIOVAN BATTISTA SANTINIPittore del Novecento Toscano

MIO PADRE: PROFILI

Tedice Santini

Non avevo certo né preparazione, né capacità sufficienti per valutare la pittura di mio padre o quanto scriveva o le sue fughe nella matematica – da lui prediletta, da me odiata – però, già da ragazzo, mi incantava il suo modo d’agire, la disinvolta originalità del comportamento, la maniera di risolvere le cose, sempre elegante, fuori dagli schemi, nel disprezzo di forme e convenzioni, se sciolte da doveri morali o d’educazione, da lui, invece, rispettatissimi.

Avvertivo in lui il senso dell’essenziale, una scala di valori semplice, solida, netta, dove affetti, dovere, bellezza dominavano ed era scartato quanto lustrava senza sostanza o nasceva da vuota convenzione. Nel suo agire spiccava, allo stesso tempo, una forza vitale prepotente, nel corpo e nello spirito.

A volte, la sua era una logica così elementare da sembrare bizzarra.

Un lembo della cravatta era lunga? Rimediava con le forbici. Difficile, all’alba, inquadrare una beccaccia nel mirino? Bastava sostituirlo con un chiodo tinto di bianco, come appunto fece. Mancava la carta da scrivere? Poco male, stendeva la calligrafia nitida e ferma su quella gialla del pane. Uno sbadato spazzino rovesciava un bidone? Lo aiutava a rimediare.

A casa, spinta dallo scirocco buffante, l’acqua del terrazzo spesso allagava il salotto, stanco del problema ricorrente, mio padre volle bucassi il pavimento con lo scalpello. Eseguii su due piedi, alla sua presenza. La soluzione, poco rispettosa del “salotto da ricevere”, destò in casa e fuori stupore e critiche, ma fu ottima: l’acqua defluiva in cantina dove lo sterrato l’assorbiva senza danno. Il buco c’è tutt’ora.

La stessa immediatezza – debbo dire – lo guidava al nocciolo dei problemi, al cuore delle situazioni, complici sensibilità ed intuito particolari. Difficilmente il tempo smentiva il giudizio dato di primo acchito su qualcuno o qualcosa.

L’imbarazzo degli altri per certe sue spicce soluzioni lo lasciava indifferente. Si stupiva anzi, dello stupore altrui, quando – ad esempio – cedeva la poltrona al cane, fiaccato dalla caccia, o rivoluzionava la casa per salvare una coccinella entrata per sbaglio. Quanto più le mareggiate infuriavano e le onde spazzavano il molo vecchio di Viareggio, tanto più mi portava, da bambino, sulla cima a respirare iodio. Ci prendevano per matti, ma io sentivo la sua mano forte ad abbrancarmi. Era disapprovato quando mi appendeva agli alberi perché imparassi ad arrampicare o quando rastrellava i fiaschi vuoti e li gettava perché li spaccassi a mezz’aria con la carabina.

In novembre, sotto la pioggia, battevamo a giornate sponde e fossi, dietro la beccaccia, sguazzando nel fango. Una sera che rientrammo più bagnati che mai, il papà mi mise in mano un suo paio di scarpe eleganti da passeggio. Volle piantassi nei tacchi tre chiodi “antiscivolo”, poi col temperino fece grandi aperture nelle tomaie. “Bagnati per bagnati – sentenziò – così almeno l’acqua che entra esce e non c’è il peso dello scarpone”. Chi gli vedeva quelle scarpe ai piedi inorridiva, ma lui spiegava, senza scomporsi, che erano il felice incrocio fra sandalo e scarpone.

Preferivo la filosofia alla matematica. Lui diceva, dispiaciuto, che un giorno avrei trovato il loro punto di incontro. Per dimostrarmi la parentela e guadagnarmi almeno un po’ ai numeri faceva acrobazie attraverso questioni e problemi che evocavano in modo suggestivo quanto originale il fantasma dell’infinito nel tempo e nello spazio. Ho il rammarico di non ricordarle e quello di non aver mai dato a lui, su quel terreno, la minima soddisfazione.

Se avesse potuto, avrebbe abolito tutti i mezzi di trasporto, salvo il cavallo, la bicicletta e l’aereo. Il primo perché “amico prima che veicolo”, la seconda perché “non turbata dal motore”, il terzo perché “solo dall’alto si capisce la disposizione delle cose”.

Era terrorizzato dai moduli. Se doveva sfornare su due piedi un racconto o un articolo non si scomponeva, ma il più semplice questionario o – Dio se ne guardi! – la denuncia dei redditi lo mandavano in bestia. Avrebbe gradito – diceva – sfidare a duello il ministro delle finanze, non per le tasse, ma pechè gli pesava firmare la denuncia dei redditi garantendone l’esattezza, pur non essendo in grado di farlo. Si sentiva offeso.

A proposito del duello, va detto che lo rimpiangeva. Sosteneva infatti che certi valori di notevole rilievo per il singolo e per la società non trovano adeguata tutela nella legge, restano sotto la soglia del codice e che unico modo per difenderli e rimediare al dannoso buco sarebbe il duello, anche se esecrabile. Da studente di legge dissentivo: ho visto poi che anche insigni giuristi erano del suo parere.

Per l’apertura di caccia – antico e sacro rito familiare – era d’obbligo partire la sera prima. L’alba ci trovava ai piedi d’un paretone roccioso dove la coturnice lanciava ai primi chiarori, il suo “cré cré” come una sfida. Dormivamo nei pressi, tra il fieno d’una capanna. Prima di coricarsi mio padre, nel terrore delle pulci, esigeva una spruzzata di flit, unica parentesi concessa alla civiltà. Provvedevo usando lo spruzzatore per la vernice dei quadri e la boccetta di flit che il papà si portava dietro.

Non avrebbe cambiato quella capanna, sospesa nel silenzio e nella notte, col migliore albergo, perché – diceva – c’era odore d’erba e non di “sporco lustrato”.

Quanta gioia trovava nei silenzi dell’Appennino, nei suoi colori, nel fascino sottile della caccia!

Sempre ho avvertito in mio padre dietro l’humor, gli sprazzi d’allegria, la conversazione brillante che in ogni salotto spiccava, l’ombra nera dei grandi problemi esistenziali, la visione cruda del dolore universale. Mai ebbe il dono della serenità, cadde anche in cupi, lunghi periodi di nevrastenia, eppure la sua poteva essere una vita felice accanto a una donna che lo ha adorato e che lui adorava. Era, in realtà, un pessimista, illuminato – però – da grandi entusiasmi, da ideali forti, dalla ricchezza degli affetti, animato da una forza vitale straordinaria. Guardava al creato e al suo eterno tendere, che bruciava anche in lui con commossa suggestione e la sua pittura correva – appunto – sul filo di questa emozione costante, nasceva da un’ansia continua. Doveva dipingere, perennemente dipingere, in una corsa senza fine, per affidare alla tela qualche goccia di quell’emozione, sempre nuova, sempre antica.

Lo faceva per sé, non per gli altri, indifferente al loro giudizio ed al valore dei quadri che per lui non erano il fine ma il mezzo per placare almeno un momento la sete. Appena sfornati, bisognava levarglieli di mano perché non li distruggesse, non dipingesse sul retro o sopra, non li usasse per il camino. Ai suoi occhi erano un passo troppo breve, troppo misero verso ciò che lui inseguiva senza pace. Distrutto il quadro, la corsa riprendeva, affannosa.

Sono poche a Castiglione le case dove non sia un suo quadro, nessuna – credo – dove non viva l’affettuoso ricordo di lui.

Un giorno mi disse, guardando un turbato cielo autunnale “come vorrei tradurre la luce e il sole!” certi suoi quadri luminosi mi portano ancora quelle parole come fosse lì a dirmele.

Quante volte l’ho visto fermarsi a metà di un discorso con improvvisa concitazione davanti a un albero giallo di foglie, a uno scorcio di case, a un variopinto banchetto del mercato, e poi correre a prendere tavolozza e cavalletto. In lui acutezza e fine psicologia coabitavano – è strano – con incredibili ingenuità. Difficilmente scopriva la cattiveria altrui, magari chiara. Se la vedeva, trovava modo di giustificarla, ammorbidendola nella visione triste e generosa che aveva dell’uomo e della sua fragile sorte. L’estrema ingenuità lo condizionava anche nell’approccio con la politica, della quale non capiva i giochi, pur necessari. Viveva, politicamente, una situazione di contrasto. Combattuto tra certe posizioni del liberalismo e certe altre della sinistra, non riusciva a trovare sbocco in una fusione razionale, né a riconoscersi in un partito. Sapeva – peraltro – che in politica non sarebbe stato utile a nessuno perché incapace.

L’ingenuità lo portava anche a gaffes colossali: scambiava gli amanti di certe signore per i fratelli, i mariti anzianotti per padri delle mogli e così via. Neanche lo si poteva rimproverare perché candidamente diceva: “come facevo io a saperlo?”.

Nella sua personalità c’era, a stupirmi, un’altra singolarità: da un lato era estremamente razionale, ordinato, logico (e lo provano, del resto, l’amore per la matematica, l’attitudine all’indagine scientifica ed alla ricerca filosofica), dall’altro pareva – invece – personificare estemporaneità, inventiva, originarietà, sull’onda di un estro artistico prepotente, che colorava di sé tutto il suo modo di essere.

Credo che l’interesse al problema algebrico, al quesito di fisica, al perché scientifico delle cose trovasse origine, così come lo sbocco all’arte – quasi una valvola di sicurezza, una scorciatoia – nel desiderio inconscio, frenetico, di salire alla verità. Questo il legame, il punto di incontro tra i due opposti versanti. Di qui la sua corsa, la sua ansia, anche la sua nevrastenia.

Una personalità ricca straordinariamente semplice straordinariamente complessa, dove l’estrema sensibilità moltiplicava le emozioni come una cassa di risonanza. Mia madre – credo – è stata l’unica persona che ha capito il papà fino in fondo ed ha saputo stargli vicino più di chiunque altro. Il loro rapporto, mai turbato da una parola, da uno screzio, volava alto, in una dimensione non comune di affetto e comunione.

Invidiava gli scultori perché – diceva – “per esprimersi godono di una dimensione in più”; i musicisti perché “la nota cattura la bellezza più di una pennellata”. Suonava vari strumenti ad orecchio. Si doleva di non conoscere la musica, ma ha dettato brani ancor oggi eseguiti. Del denaro gli importava poco; lo relegava – pur ammettendone l’utilità – fra le “macchinose convenzioni”. Non ne voleva in tasca che lo stretto necessario. Largheggiava in mance e non sapeva mai se in casa ci fosse denaro sufficiente o no . Personalmente , gli bastava un buon cane, un buon fucile e il necessario per dipingere. In caso di vincita al lotto (peraltro impossibile, perché mai ha partecipato ad alcun gioco, carte comprese), gli sarebbe piaciuto – diceva – un cavallo da sella, viaggiare per vedere i “colori del mondo” (inclusi i colori delle anime) ed assumere un cameriere che lo prendesse a calci ogni volta che accendeva una sigaretta e gli “domasse” le scarpe nuove.

Contestava alla Natura due errori: l’anteposizione dello stinco al polpaccio, invece del contrario (temeva le stincate) e l’averci dato la bocca coi denti, fonte di dolore, invece di un becco tipo pappagallo. Quanto al resto – al di là dello scherzo – guardava alla natura con incantata religiosità. Il miracolo della vita lo sorprendeva in continuazione, lo attirava e non smetteva di spiarlo – affascinato – nelle foglie, negli insetti, nel correre delle nubi, in qualunque cosa lo riecheggiasse. Di estrema, esagerata modestia, era pronto ad imparare da tutti: quello che aveva da insegnare gli pareva di scarso rilievo.

Era credente, ma non praticava molto la Chiesa. Penso – pur non avendone mai parlato con lui – che mal conciliasse l’immagine di Dio – somma dei valori, partenza ed arrivo del tendere universale – con riti e leggende da sempre posti dalle religioni, ciascuna a suo modo, fra l’uomo e la Divinità. Certo è che credeva nel Supremo Essere, nel sopravvivere dello spirito, nella continuazione degli affetti e nei valori cristiani di fondo, coincidenti – dopo tutto – con quelli suggeriti dalla sua impostazione morale.

Da anziano rimpiangeva – come tutti – la prestanza d’un tempo, pur conservando agilità e forza particolari anche se minori – è naturale – di quelle che spesso l’avevano portato alla vittoria di concorsi ippici, gare di nuoto, ginnastica agli attrezzi, tiro, scherma.

A caccia, delegava me – giovanotto – a battere i luoghi più impervi. Quand’ero a metà, me lo trovavo accanto. Una volta inciampò nel primo gradino di una ripidissima scala e lo vedemmo arrivare al piano di sotto a testa in giù; per aria cambiò posizione in un guizzo ed atterrò senza danno, coi piedi avanti, gratificando i presenti, atterriti, con l’inchino che fa il trapezista dopo il numero per carpire l’applauso.

Entro certi limiti gli piaceva conversare, purchè il discorso non cadesse nell’ovvio, nel bottone, nella diatriba, negli assolutismi della gente mai rosa dal dubbio, che lui disprezzava. Aveva una dialettica eccellente. Non tollerava presunzione e prepotenza mentale. “Modestia e semplicità –diceva – fanno sempre coppia con altezza di pensiero e signorilità”. Coi palloni gonfiati, gli arrivisti, i boriosi, era sarcastico, trovava modo di umiliarli e ridicolizzarli, in un incalzante gioco dialettico che non cadeva mai nell’offesa secca.

Odiava la disonestà anche nel campo dell’arte: quella di chi “senza sincerità e senza soffrire la ricerca” pittura secondo stereotipi e ricette, e quella di chi nasconde l’incapacità dietro “false ispirazioni” e cerebralismi vuoti.

Amava parlare coi contadini della sua terra, coi vecchi pescatori della darsena viareggina, con la gente umile. “C’è molto da imparare dai semplici digiuni di scuola – diceva – ; a volte sono sapienti perché hanno saputo cavare dalle loro esperienze saggezza, filosofia e morale più mature di quelle di molti pseudo-colti nei quali lo studio – lungi dal massaggiare la mente – s’è fermato alla nozione, mai è stato digerito, niente ha inciso nella loro anima. La cultura non è il sapere tante cose, ma l’estratto della conoscenza masticato e proiettato nello spirito in dimensione universale, come un ricco fertilizzante. Se mancano digestione e proiezione, se solo la mente è coinvolta e non lo spirito nella sua interezza, tutto si ferma a una serie di nozioni, paradossalmente utile solo a dimostrare che il soggetto è incapace di conoscenza vera”.

Mio padre riteneva gli “pseudo-colti” pericolosi perché “spesso dotati di titoli e posizioni che consentono loro di operare alla grande, con danno generale”. Temeva i cretini assai più dei farabutti.

Per la strada era sempre il primo a salutare, di chiunque si trattasse. Ancora oggi i vecchi del paese me lo ricordano spesso. La sua – devo dire – non era cortesia “imparata”, era quella istintiva del gentiluomo. Fu amico paterno di persone umilissime come di letterati, artisti, insigni uomini di scienza.

Molto sensibile alla bellezza femminile, con le donne era sempre garbato ed elegante. In paese mi giungeva eco di tante….. sue galanterie giovanili delle quali – naturalmente – si guardava bene dal parlare. Era anche convinto ammiratore del coraggio e della costanza della donna “capace più dell’uomo di silenzioso eroismo, di dedizione piena, di sacrificio, ed anche di cattiveria”.

Il rapporto tra lui e mia madre fu di fonda comunione, fatto di amore, stima, dedizione assoluta. Ebbero anche il privilegio di vivere tutta la vita nel costante fascino l’uno della personalità dell’altro.

Mio padre con me è stato dolce, mai uno scappellotto, una sgridata dura. Pur molto protettivo, mi concesse fin da piccolo, motocicletta (allora non occorreva la patente), fucili e sports rischiosi. Ha avuto il grande merito di sapermi dire al momento giusto le parole giuste, senza imposizioni, perché elaborassero dentro di me come un tarlo benefico. Da bimbo bevevo le sue favole, sfornate su misura a mitraglia, piene proprio dei personaggi e delle avventure graditi. Non ne sbagliava mezza!

Una volta che – ragazzetto ginnasiale – ero in crisi nera di insofferenza verso la scuola, eterna nemica – il papà gettò lì, come per caso un ricordo della sua fanciullezza. “Nel salotto – raccontò – le amiche di mia madre con tazzina e cappellino, cinguettavano – era giorni di “ricevimento” – . Al camino io giocavo con un martello tra due signore sedute ai miei lati, con le quali mia mamma lamentava che, già grandicello, io non sapevo né leggere, né scrivere. Le due signore sbottarono allora in una predica infinita. Un po’ ressi, poi, con due martellate secche, sistemai il ginocchio dell’una e quello dell’altra. Dopo, successe il finimondo! Fui catturato sull’albero più alto del giardino. Scontata la pena – assai dura – mi fu imposto un maestro a casa. Lui prima si disperava perché non recepivo niente, poi , esausto, dormiva, e così scappavo nella vigna, dove solo il domestico riusciva a scovarmi”. Sapeva bene, il papà, che io, selvatico quanto lui, al suo posto avrei fatto altrettanto. Così, quando mi lesse in faccia la piena approvazione per le martellate, il ritiro sull’albero e la fuga dal maestro, aggiunse distrattamente, senza parere: “un giorno – di colpo – capii che in fondo, a spingermi sugli alberi e ad evitare i maestri era la paura di imparare senza esserne capace. Sì la mia era paura, vivissima paura della scuola e dell’insuccesso. Insomma ero un debole e un vigliacco. Restai umiliato dalla scoperta, mi punse, allora, l’idea della riscossa; così ci fu – finalmente – la conversione”.

Non bastò certo quel racconto (del quale apprezzai più la prima della seconda parte) a convertire me, ma fu un rimprovero e una spinta più efficaci di tante prediche. So che la sua fu invece una conversione decisa: recuperò tempo, divorò libri, spaziò in campi diversissimi, finchè la pittura non lo rapì.

Ricordo un altro intervento calibrato ed efficace di mio padre. Ero al liceo e lo studio della filosofia mi aveva portato cento problemi, quelli che cavalcano ora le tristezze, ora gli entusiasmi giovanili, tingendo tutto quando di rosa e quando di nero, minando anche faticose certezze.

Il papà, d’indole tutt’altro che serena, era attento a questi stati d’animo, nel timore che la mia affinità a lui potesse favorire dei crolli anche nella mia serenità, e così – ancora una volta – senza parere buttò lì un lontano episodio, calzante, pieno di messaggi sottesi.

Narrò che, giovane ufficiale, prese il tifo bevendo in una pozza coi cavalli. Ricoverato all’Ospedale del Celio a Roma, fu dato per spacciato ed ebbe l’estrema unzione. “Ero sul letto in coma – raccontò – non potevo muovermi né spalancare gli occhi; intravedevo i miei genitori piangenti e notai il Colonnello stringere la mano a mio Padre, scuotendo la testa, come a dire “è finita”. Ero lucidissimo, in uno stato di estremo benessere, sicuro di non morire. Ma la beatitudine era tale – ecco la stranezza – che se anche la Morte mi avesse preso per mano mi sarei affidato a lei serenamente, certo che mi avrebbe condotto bene, al sicuro, senza strappi, senza neanche rubarmi gli affetti. Non era sogno il mio; per provare a me stesso la lucidità di quel momento, lanciai la mente all’indietro, fino a ricordare per la prima volta un episodio sepolto: io che urlavo mentre la mamma, per impedirmi di puppare (ne era passato il tempo) mi affidava ad un domestico, strappandomi dal seno. Fatto poi puntualmente confermato”.

Col racconto, il papà seppe dirmi che è giusto fidare in una logica buona, credere nella serenità, vedere nella morte il seguito della vita. Mi rimise sul naso gli occhiali rosa, con un leggero tocco.

In ogni gesto, in ogni parola di mio padre sentivo eleganza, stile, forza. Lo stroncò, settantatreenne un infarto. Aveva ancora molto da dire a noi, alla sua arte.

Non sono mai riuscito – però – ad immaginarlo vecchio, ferito nello spirito, fiaccato nel corpo, incapace di correre e correre senza pace dietro la bellezza e l’essenza delle cose.

Ho il rimpianto di non avergli dimostrato meglio affetto e ammirazione, per lo sciocco pudore che nega ai figli di aprirsi fino in fondo al padre, e quello di non aver imparato tante, troppe delle cose che poteva insegnarmi, ma il suo segno in me è più fondo d’un solco.

Vorrei tanto fosse davvero appagata, adesso, la sua ansia di compiutezza, quella che lo spingeva ai silenzi dell’Appennino, animava la sua tavolozza; gli tormentava la mente con cento quesiti; quella che ha dato smalto e colore alla sua grande anima.

Casumaro, presentazione libro

Quattrocento anni dalla nascita dello scienziato centese Padre Figatelli: una conferenza per ricordarlo

Venerdì 1 aprile 2011, ore 20.30, ex Sala TV Parrocchia di Casumaro

copertina della ristampa anastatica

Nel 2011 ricorrono i Quattrocento anni dalla nascita diGiovanni Maria Figatelli, nato a Casumaro di Cento, Padre cappuccino e eccellente scienziato, autore di molti testi di matematica e di gnomonica, disciplina  che si occupa di misurare il tempo attraverso la proiezione dei raggi solari su un quadrante.

L’Ordine dei Cappuccini ha antiche tradizioni legate al Tempo ed annovera tra le sue schiere ottimi esperti nella costruzione di orologi meccanici e solari, di autori di testi su tali argomenti, ed esperti sul calendario. In passato che non esistevano i mezzi attuali per determinare l’ora, ogni comunità religiosa si preoccupava di avere un segnatempo per regolare i momenti di preghiera, di lavoro e di riposo.

Tra i Cappuccini che hanno lasciato un segno profondo in questa tematica, un posto di rilievo spetta appunto al Padre Figatelli, distintosi in ambito scientifico travalicando i ristretti confini provinciali e regionali.

Per ricordare questo valente studioso l’Assessorato alla Cultura del Comune di Cento, nell’ambito del Festival della Scienza 2011, ha realizzato la ristampa anastatica della prima edizione della sua pubblicazione “Retta linea gnomonica”, risalente al 1667, un importante testo che insegna a costruire ogni sorta di Quadrante solare, compresi gli inusitati “a riflessione”.

Il volume riproduce i capitoli più significativi dell’opera, preceduti da una trascrizione moderna esplicativa curata dallo gnomonista bolognese Giovanni Paltrinieri che consente al lettore di realizzare per via geometrica gli orologi solari, meglio conosciuti con il nome di meridiane.

Il volume sarà presentato dallo stesso Paltrinieri venerdì 1° aprile 2011, alle ore 20.30, nella ex sala TV della Parrocchia di Casumaro,con la collaborazione della Biblioteca Civica Patrimonio Studi di Cento e la Biblioteca “Ileana Ardizzoni” di Casumaro.

Giovanni Paltrinieri tratterà l’argomento ampliando il discorso alla misurazione del Tempo nelle sue varie sfaccettature, introducendoci ad una scienza la cui origine si perde nella notte dei tempi e tornata prepotentemente alla ribalta per il fascino misterioso che esercita l’orologio solare con la sua precisissima ombra segnatempo e per un concetto di calcolo del tempo meno meccanico e più a misura d’uomo.

Presentazioni all'Ariostea

» sabato 26 marzo ore 10 – RICORDO
TREBBO PER DINO TEBALDI –
TREBBO PER DINO TEBALDICoordinano Giacomo Savioli (Ferrarie Decus) e Gianna Vancini (Gruppo Scrittori Ferraresi)
Letture di brani dagli scritti di Dino Tebaldi
Ad oltre sette anni dalla scomparsa, un incontro dedicato a Dino Tebaldi (1935 -2004), noto e amato scrittore, storico, insegnante e giornalista ferrarese, per rendere onore al suo impegno nella vita sociale della città, alla vasta competenza e alla curiosità di ricercatore che hanno arricchito il dibattito culturale ferrarese e non solo. Letture dalle opere dello scrittore si alternano a testimonianze dirette di amici e collaboratori.
A cura dell’ Associazione Ferrariae Decus e Gruppo Scrittori Ferraresi

» lunedì 28 marzo ore 17 – Invito alla lettura
Presentazione dei volumi: “CANTICUM CANTICORUM SALOMONIS” e “UBI TU GAIUS EGO GAIA” – (Edizioni Arteecarta)
CANTICUM CANTICORUM SALOMONIS” e “UBI TU GAIUS EGO GAIAIntroduce DANIELA IGLIOZZI (vice preside Liceo Ariosto di Ferrara).
Durante la presentazione verrà proiettata l’anteprima dello spettacolo “Canticum Canticorum Salomonis” con lettura e canto dello stesso dal vivo con la voce di ISA DALL’OLIO e del musicista CLAUDIO CASTELLARI e la lettura del testo di RINO CONVENTI.
Due volumi illustrati in bianco e nero, in latino italiano, due libri dell’amor sacro e amor profano. La formula matrimoniale latina per tornare all’origine del nostro linguaggio. Un recupero della musica e del ritmo dell’antica lingua per leggere e decodificare uno dei testi più lirici e inusuali delle Sacre Scritture, considerato nella cultura ebraica come in quella cristiana, il “Cantico dei Cantici”, ma anche per tornare a riscoprire le radici di espressioni del sentire contemporaneo.

» martedì 29 marzo ore 17 – INVITO ALLA LETTURA
ELEONORA SOLE TRAVAGLI – VILLA BRINDISI, UN’ASTRONAVE NELLA PINETA
VILLA BRINDISI, UN’ASTRONAVE NELLA PINETASTORIA E ATTUALITÀ DI UN MUSEO ALTERNATIVO TRA ARTE, ARCHITETTURA E DESIGN
Relatrice MARIA LIVIA BRUNELLI, MLB Home Gallery di Ferrara
Introduce MASSIMO MARCHETTI, critico d’arte
Eleonora Sole Travagli, autrice del primo libro guida sulla casa–museo Remo Brindisi di Spina, ci accompagnerà alla scoperta della storia, tra passato e presente, di questo straordinario contenitore della contemporaneità, scrigno di tesori dell’arte del ’900, che costituisce una delle eccellenze del nostro territorio. Ponendo l’accento sulle case d’autore si darà vita ad una tavola rotonda che coinvolgerà Maria Livia Brunelli, direttrice della MLB Home Gallery di Ferrara, esempio unico di casa-galleria della nostra città, con la mediazione del brillante critico d’arte Massimo Marchetti.

» mercoledì 30 marzo ore 17 – CONFERENZA
IL RISORGIMENTO NELLE PROVINCE ORIENTALI –
IL RISORGIMENTO NELLE PROVINCE ORIENTALIInterviene MARINA ROSSI – Università Ca’ Foscari di Venezia

Per i 150 anni dell’Unità d’Italia: sogni, ideali, lotte dell’irredentismo triestino ed istriano da Guglielmo Oberdan a Nazario Sauro sono il filo conduttore di questo appuntamento.

A cura dell’ Associazione Amici della Biblioteca Ariostea

» giovedì 31 marzo, ore 17 – INVITO ALLA LETTURA

MARIO GOLOBOFF – L’ALLEVATORE DI COLOMBE (Edizioni Giuntina, Firenze 2010)
L’ALLEVATORE DI COLOMBE Intervengono ELISABETTA NOÈ, curatrice, DANIEL VOGELMANN, editore
Introduce PIERO STEFANI, Università di Ferrara
Con lo scrittore e saggista di Buenos Aires si apre un incontro tra la narrazione argentina e la cultura ebraica, fortemente rappresentata in Sud America per effetto della migrazione di comunità israelitiche provenienti dall’Est europeo. Il romanzo è il primo di una trilogia dedicata alla figura del Pibe, un ragazzino appunto, formatosi nelle antiche colonie ebraiche argentine e avviato alla educazione sentimentale da diverse figure femminili espresse dall’immagine della colomba, simbolo, nell’immaginario israelita, di creatura cangiante e sempre al limite tra amore e morte, tra memoria e malinconia.
A cura dell’ Istituto Gramsci di Ferrara

Il paese dei diari

spettacolo Il paese dei diari

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Debutta giovedì 24 marzo 2011 alle ore 21,00 al Teatro Pietro Aretino di Arezzo lo spettacolo Il paese dei diari, scritto e diretto da Mario Perrotta a partire dal suo romanzo omonimo, edito da Terre di mezzo.
Lo spettacolo, coprodotto da Biografilm e dall’Archivio Diaristico Nazionale segna l’avvio di una stretta collaborazione che porterà nella prossima edizione di Biografilm Festival un percorso di scoperta dell’Archivio di Pieve Santo Stefano. Biografilm assegnerà inoltre il Lancia Celebration of Lives Award 2011 al fondatore dell’archivio Saverio Tutino, per aver contribuito a creare uno straordinario progetto di memoria.

Nel 1984 Saverio Tutino ha ideato e fondato l’Archivio Diaristico per raccogliere la memoria dell’Italia e degli italiani. In venti anni si sono accumulati negli scaffali di Pieve Santo Stefano taccuini dalle trincee di guerra, lettere di emigranti, racconti d’amore e di lavoro, gioie e sofferenze, storie antiche e moderne che parlano di due secoli di Storia.
Nel 2009 Mario Perrotta racconta l’Archivio dei diari in un romanzo pubblicato da Terre di mezzo con il titolo Il paese dei diari, affascinato dall’idea che queste storie siano in qualche modo costrette a convivere, una vicina all’altra, seguendo un ordine casuale nella disposizione fisica del sistema di inventariazione adottato.
Oggi Il paese dei diari trova spazio sul palcoscenico e sarà presentato ad Arezzo, Bologna, Anghiari. Seguirà una tournée che porterà lo spettacolo in giro per la penisola, passando anche dalla prossima edizione del Premio Pieve.

Lo spettacolo è sostenuto dal Comune di Arezzo che da sempre ha un’attenzione particolare alla produzione teatrale di Mario Perrotta, dalla Banca di Anghiari e Stia che lo ospiterà in un evento ad Anghiari in estate, da Unicoop Firenze e dalle due regioni Emilia-Romagna e Toscana.
Per maggiori informazioni scrivi a info@biografilm.it o telefona allo 051 4070166.

Concorsi video

PUBBLICATI I BANDI PER LA PARTECIPAZIONE AI CONCORSI DELLA 29^ EDIZIONE
Sono stati pubblicati sul sito del festival (www.bellariafilmfestival.org) i bandi di concorso per la partecipazione alla ventinovesima edizione del BFF – Bellaria Film Festival, che si svolgerà da giovedì 2 a domenica 5 giugno 2011 a Bellaria Igea Marina (RN).
La 29^ Edizione del festival proporrà due sezioni competitive: la nuova “Italia Doc” e la riconfermata “Crossmedia Doc”, tutte dedicate a produzioni di documentari realizzati dopo il 1° giugno 2009.

CONCORSO ITALIA DOC
ITALIA DOC è la sezione competitiva che promuove la ricerca di produzioni cinematografiche documentarie italiane – anche se presentate in altre rassegne – realizzate in pellicola o video, che favorisce lo scambio e il confronto di esperienze tra cineasti. Al regista vincitore sarà assegnato un premio di 5000 euro.
In palio anche la menzione di merito “Casa Rossa”.

CONCORSO CROSSMEDIA DOC
CROSSMEDIA DOC si propone di ricercare, valorizzare e promuovere nuove forme di documentario, online e offline, e favorire lo scambio e il confronto tra cineasti che sperimentano soluzioni innovative di storytelling. Possono partecipare al concorso webdocumentari italiani e internazionali che rappresentano la nuova relazione tra media digitali e documentari, di qualunque tipologia narrativa. Questi documentari saranno selezionati in base al soggetto, all’originalità dello storytelling, all’interattività e all’uso dei mezzi mutlimediali.
In palio un primo premio assoluto di 2000 euro e una menzione di merito.

LA SCADENZA PER L’ISCRIZIONE AI CONCORSI
Le opere in concorso devono pervenire alla segreteria del Festival entro sabato 16 aprile 2011. Gli interessati possono scaricare i bandi e la scheda di partecipazione dal sito del festival
www.bellariafilmfestival.org/bando.html

Intercultura cerca famiglie ferraresi

Parte la campagna nazionale di accoglienza di Intercultura.

PORTA IL MONDO A CASA TUA!

Intercultura cerca nel territorio ferrarese famiglie disposte a vivere l’esperienza dell’accoglienza.

Molte famiglie e molti studenti del territorio ferrarese conoscono già da anni l’Associazione Intercultura. Questa ONLUS, fondata nel 1955, è gestita e amministrata da migliaia di volontari, che hanno scelto di operare nel settore educativo e scolastico, per sensibilizzarlo alla dimensione internazionale. E’ presente in 132 città italiane ed in 65 Paesi di tutti i continenti, e, da qualche mese, anche a Ferrara è attivo un Centro Locale, sostenuto esclusivamente da volontari, come è nello spirito dell’Associazione.

Da più di cinquant’anni l’associazione Intercultura promuove e organizza scambi ed esperienze interculturali, inviando ogni anno oltre 1500 ragazzi delle scuole secondarie a vivere e studiare all’estero ed accogliendo nel nostro paese altrettanti giovani di ogni nazione che scelgono di arricchirsi culturalmente trascorrendo un periodo di vita nelle nostre famiglie e nelle nostre scuole. Questi studenti vengono ospitati gratuitamente da famiglie che scelgono di accoglierli come se fossero loro figli naturali, lanciando un messaggio forte contro l’immagine della famiglia moderna in crisi.

Per questo motivo, pur essendo famiglie comuni, sono anche molto speciali: sono genitori e figli che condividono un progetto che li terrà uniti per un intero anno, cercando di aiutare un altro membro ad integrarsi nella loro vita di tutti i giorni e nella loro cultura.

Anche le famiglie di Ferrara e provincia hanno la possibilità di vivere quest’esperienza unica, con l’assistenza dei volontari del Centro Locale di Ferrara, che saranno sempre presenti per fornire supporto e consigli.

Ospitare uno studente straniero è senza dubbio un’esperienza impegnativa, ma è anche un’ottima occasione di confronto e di crescita interculturale per tutto il nucleo familiare.

È una possibilità concreta e quotidiana per vedere le proprie abitudini attraverso gli occhi di un’altra cultura. È un modo per mettersi in discussione, per esplorare una realtà sconosciuta e avere meno paura di ciò che è diverso, insegnando alle nuove generazioni ad aprirsi al mondo e a vivere da cittadini consapevoli e preparati in una società multiculturale.

È come viaggiare senza uscire di casa, portando semplicemente il mondo a casa propria!

Per maggiori informazioni visita il sito www.intercultura.it oppure la pagina Facebook Intercultura Centro locale di Ferrara. In alternativa è possibile mettersi in contatto con Elisabetta Chemello, al numero 328 6545765 o all’indirizzo echemello@libero.it.