Riscatto o ricatto?

Il principio che regge l’assegnazione delle pensioni deve ridiventare parzialmente retributivo con l’aggiunta di una bella fetta di redistributivo/sociale, mentre il contributivo deve ritornare da dove viene: il settore privato bancario assicurativo. In tale sistema, il contributivo servirà unicamente ad alimentare un fondo pensioni PRIVATO per chi volesse, o potesse, farsi la pensione complementare.

Soprattutto perché, trasferendo il principio contributivo al settore previdenziale, abbiamo trasferito principi di diritto privato e bancario a un diritto che dovrebbe essere sociale e pubblico, in ossequio alla Costituzione: diritto al reddito minimo e diritto a una congrua pensione. Il risultato? Abbiamo distrutto il previdenziale: un servizio pubblico ispirato ai principi di solidarietà economica e sociale, dell’articolo 2 della Costituzione,

Come se non fosse bastata questa ignominia, ce n’è stata un’altra: il passaggio al contributivo secco, come è stato operato dai traditori del popolo italiano, mieterà ancora tanta macelleria sociale ed è consistito in una spoliazione pura e semplice dei nostri diritti, in un contesto recessivo che dura da decenni, di disoccupazione galoppante e di suboccupazione, occupazione precaria e contrattini stagionali, temporanei, a cottimo e quant’altro, che non assicurano la continuità dei contributi tale da raggiungere, in moltissimi casi, pensioni decenti o pensioni tout court.

In tutti i paesi europei, laddove esiste prevalentemente il contributivo, non solo esiste il sussidio alla disoccupazione, ma esiste, inclusa in esso, la continuità contributiva alla pensione.

Ora noi in Italia ci troviamo nella peculiare situazione in cui, non solo NON esiste il sussidio generale alla disoccupazione e suboccupazione (che i 5S vogliono realizzare con il “reddito di cittadinanza” sebbene da come lo descrivono mi sembra poco universale), ma siamo passati al contributivo secco che sta penalizzando e penalizzerà almeno due se non tre generazioni di italiani: dai cinquantenni in giù. Siamo passati a un contributivo secco senza alcun ammortizzatore sociale, senza alcuna garanzia simile a quelle che esistono negli altri paesi europei. Una riforma pensionistica sporca, brutta e cattiva, attorno alla quale non si è riflettuto abbastanza sui principi che la reggono, e sulla loro conformità alla Costituzione.

Anzi, passare al contributivo secco in realtà, è assolutamente incostituzionale, in quanto non assicura e non assicurerà quelle pensioni decenti per la dignità del cittadino, in un frangente di disoccupazione, licenziamenti, recessione e deflazione, oltre che di fuga di materia grigia all’estero. Il contributivo è contrario alla solidarietà economica e sociale.

Siamo l’unico paese inoltre in cui l’istituto previdenziale nazionale richiede un riscatto ai suoi cittadini scappati all’estero a studiare e/o a lavorare e ritornati in patria in un’età non ancora pensionabile. “Riscatto”, una parola che quando mi è stata proposta, non conoscevo in tal veste. Riscatto de che? Sicuri che non sia piuttosto un “ricatto”? O paghi, e SALATO, o sei FUORI!!

Tutto questo perché, in questa Europa fandonia, dove sono riusciti a imporci una NON moneta NON unica, non sono neanche riusciti a trovare un accordo tra Stati membri per una continuità pensionistica dei cittadini che si spostano, una uniformità di principi, al fine di tutelare la tanto vantata libera circolazione dei lavoratori.

Sarebbe quindi il caso di riflettere a quale tipo di società desideriamo anche per i nostri anziani, e per noi quando saremo anziani, a quale principio vogliamo che si ispiri la redistribuzione pensionistica e, last but not least, quali debbano essere gli strumenti per tale redistribuzione.

Inutile dirvi che la mia risposta è sempre quella. Con la sovranità monetarie noi avremmo il potere di creare potere di acquisto da redistribuire ai nostri anziani, non solo, ma alla sanità, alla ricerca, alla scuola, alle opere pubbliche ecc ecc ecc

Per arrivarci dobbiamo sicuramente riprendere la crescita, con un sistema di aiuti di stato come hanno paesi come Francia e Germania in barba alle regole Antitrust UE, ricreare l’IRI (come la Francia) e rinforzare il comparto pubblico industriale e DEL TURISMO. Dobbiamo anche e soprattutto liberarci della mafia degli idrocarburi, che poi è quella della moneta, che ci sta imponendo la globalizzazione che conosciamo, con immissione di merci e forza lavoro in dumping.  Sembra impossibile, ma con la nostra consapevolezze ci arriveremo.

Dobbiamo infine liberarci soprattutto dei nostri steccati mentali e, a giudicare da quanto questa tematica sia così lontana dalla mente di tutti, mi sembra la cosa più difficile di tutte: dal retributivo ne siamo appena usciti dopo decenni in cui ce l’hanno dipinto come pessimo. La propaganda è riuscita, inutile dirvi che è quella strumentale ad accettare l’euro e la progressiva cessione di qualsiasi sovranità. La quale fa il paio con la progressiva spoliazione di qualsiasi diritto sociale ed economico, della persona.

Se vogliamo ricuperarli, dobbiamo rimettere in discussione tutti i frame errati che ci hanno inculcato. Uno di questi è senza dubbi, il contributivo, assolutamente.

Nicoletta Forcheri

https://nicolettaforcheri.wordpress.com/2018/07/14/il-contributivo-e-incostituzionale/

Referendum confermativo: una consultazione senza quorum

Il concetto moderno di referendum è, secondo il vocabolario della lingua italiana Devoto-Oli, quello di un appello, autorizzato e regolato dalla legge, al corpo elettorale perché si pronunci su singole questioni o più particolarmente, sulla struttura essenziale dello Stato o del governo, in quest’ultimo caso con significato riconducibile a plebiscito.
Il termine deriva dal latino, nello specifico dal gerundio del verbo refero (refers, retuli, relatum, referre) che tra i suoi numerosi significati annovera anche quelli di riferire, riportare, rispondere.
Il termine quorum, anch’esso di chiara provenienza latina, deriva dalla frase “quorum maxima pars” e sta a significare il numero legale, la maggioranza, istituti ancora oggi fondamentali negli organi e nelle decisioni collegiali.
Nel referendum confermativo, detto anche costituzionale o sospensivo, si prescinde dal quorum, ossia si procede al conteggio dei voti validamente espressi indipendentemente se abbia partecipato o meno alla consultazione la maggioranza degli aventi diritto, a differenza pertanto da quanto avviene nel referendum abrogativo.
Attraverso il referendum abrogativo si decide se abrogare o meno una legge mentre con il referendum confermativo il popolo decide se confermare o meno una legge di riforma costituzionale già approvata dal Parlamento, ma senza la maggioranza qualificata dei due terzi.
Si procede ad un referendum confermativo di una legge costituzionale nel caso in cui entro tre  mesi dalla pubblicazione della legge stessa, ne facciano richiesta un quinto dei membri di una camera, oppure 500.000 elettori oppure cinque consigli regionali. La votazione ha luogo in una domenica compresa fra il 50° e il 70° giorno successivo all’indizione del referendum stesso.

Così dice il sito del ministero dell’interno: http://www1.interno.gov.it/mininterno/export/sites/default/it/sezioni/sala_stampa/notizie/elezioni/app_notizia_22182.html

Si vota domenica 4 dicembre e Chi andrà a votare dovrà esprimere il suo voto sbarrando il (se è favorevole alla riforma costituzionale), o No (se intende bocciare il ddl Boschi).

Centralità del popolo

Deve iniziare un nuovo approccio basato sull’idea che la responsabilità fondamentale di un governo è quella di massimizzare il benessere dei propri cittadini, non quella di perseguire una qualche idea astratta del bene globale. Le persone vogliono sentire che hanno la possibilità di stabilire il tipo di società in cui vivono. Può essere inevitabile che le forze impersonali della tecnologia o le mutate circostanze economiche globali abbiano un effetto profondo, ma quando i governi stringono degli accordi che cedono il controllo ai tribunali internazionali, non fanno altro che aggiungere al danno la beffa. Questo è specialmente vero quando, per questioni legali o per circostanze contingenti, le multinazionali si trovano ad avere un’influenza spropositata nel determinare gli accordi globali.

Se il sistema bancario italiano è gravemente sottocapitalizzato e il governo democraticamente eletto dal paese vuole utilizzare il denaro pubblico per ricapitalizzarlo, perché mai degli accordi internazionali dovrebbero intervenire a impedirlo? Perché mai dei paesi che ritengono che i prodotti geneticamente modificati siano dannosi per la salute non dovrebbero mettere, di conseguenza, al riparo i propri cittadini? Perché mai la comunità internazionale dovrebbe cercare di impedire a dei paesi di porre un limite all’afflusso di capitali esteri, se questi lo vogliono? In tutti questi casi il punto fondamentale non è nel merito, ma nel principio. Il principio è che le intrusioni nella sovranità dei popoli hanno un costo elevato.

Ciò di cui c’è bisogno è un nazionalismo responsabile — un approccio secondo il quale il primo obiettivo di un paese è quello di perseguire il benessere economico dei propri cittadini, fermo restando che venga circoscritta e limitata la sua possibilità di danneggiare gli interessi dei cittadini di altri paesi. Gli accordi internazionali non devono essere valutati in base a quante barriere abbattono, ma a quanto potere danno ai cittadini.

Questo non deve significare la riduzione della cooperazione internazionale. Può anzi significare maggiore cooperazione. Per esempio, l’attuale peso della tassazione sui lavoratori di tutto il mondo è di migliaia di miliardi di dollari maggiore che se si introducesse un opportuno sistema internazionale di coordinazione, in cui vengano identificati i redditi da capitale e si impedisca una corsa al ribasso sulla tassazione di questi ultimi. Ma la tassazione è solo l’esempio più ovvio di un ambito nel quale la corsa al ribasso interferisce con il raggiungimento di obiettivi nazionali. Altri ambiti potrebbero riguardare la regolamentazione del lavoro o della finanza e gli standard ambientali.

estratto da http://vocidallestero.it/2016/07/11/summers-sul-financial-times-gli-elettori-meritano-un-responsabile-nazionalismo-non-un-globalismo-di-riflesso/

Facili profezie

Circa due anni fa, PRIMA del voto alle politiche che videro l’affermazione del Movimento 5 stelle, scrivevamo (potete controllarlo qui):

“Sembra che la novità di queste ultime ore, a detta dei commentatori, sia la ascesa, nei sondaggi, del movimento 5 stelle, per il quale alcuni citano la Jacquerie.

A dire il vero il paragone più affine mi sembra quello col poujadismo, ma, a giudicare da quello che è successo ad entrambi, pur vittoriosi al momento, non credo che i partiti tradizionali debbano preoccuparsi.
Anzitutto l’elettorato non sa nulla di chi non è passato per la TV, poi la debolezza dei movimenti (si pensi solo alla Lega dell’inizio della seconda repubblica): si sono rivelati sempre incapaci di gestire la politica, in quanto privi del tradizionale apparato e in tutto dipendenti dal capo carismatico, che non può essere dappertutto a gestire situazioni che il semplice militante non è assolutamente in grado di fronteggiare”.

A distanza di due anni abbiamo visto sciogliersi nell’inazione il movimento che non ha saputo (o voluto) radicarsi nel territorio e costituire una valida alternativa ai partiti che si proponeva di sostituire.

Chi credeva nel movimento e ha tentato di sganciarsi dal suo leader è stato completamente ignorato dall’elettorato e penalizzato da una legge definita incostituzionale alla quale il parlamento sta rimediando eliminando(pardon riformando)  la costituzione.

Venerdì notte, la Camera dei Depu­tati — senza le oppo­si­zioni che ave­vano abban­do­nato l’aula — ha modi­fi­cato, nell’ambito della riforma della seconda parte della Costi­tu­zione, anche l’ex arti­colo 78, quello che norma le moda­lità della dichia­ra­zione dello «stato di guerra».

Ora basterà, con la modi­fica appro­vata, un voto della Camera dei Depu­tati (e non più, anche del Senato), con la mag­gio­ranza asso­luta dei com­po­nenti. Addi­rit­tura in una prima ver­sione, il governo aveva pre­vi­sto la mag­gio­ranza sem­plice, cioè dei pre­senti.(1)
Come previsto, tra un po’ avremo ben altro di cui preoccuparci!

Tengo famiglia

La situazione è gravissima e compromessa al punto che occorrerebbe un fronte comune di tutti gli Italiani. Purtroppo, nel nostro Paese esiste un limite culturale enorme: l’assenza del concetto di bene comune. “Extra ecclesia nulla salus”, diceva S. Agostino. E l’Italiano vive all’interno della sua ecclesia, famiglia o conventicola, dove entra o per diritto di nascita o per cooptazione, e poco gli cale che il suo orticello, il suo “particulare”, si trovi nel Lazio, in Italia, in Europa, o nel mondo. Ecco perché la colonizzazione ha sempre avuto buon gioco nel nostro sventurato Paese, ecco perché l’Italiano non ha mai fatto una rivoluzione, ed ecco perché l’Italia non offre – ne offrirà mai – alcuna resistenza al progetto del mondialismo, che vedrà presto la creazione di un’area di libero scambio tra Ue e Usa. L’impossibilità di salvare l’Italia è una impossibilità antropologica. Sulla bandiera dell’Italia, come chiosava Longanesi, dovrebbe esserci scritto: “Tengo famiglia”.

estratto da: http://tempesta-perfetta.blogspot.it/2013/05/storia-di-un-romanzo-criminale-la.html