Malattia come salvezza

Perciò tireremo a campare con le piccole associazioni, le confraternite, le riunioni parrocchiali, le catene solidali, il clientelismo, il familismo amorale. Perché siamo adusi a reificare il potere in dimensioni sempre più piccole: regionali, campanilistiche, familiari, personali. La nostra verve individualistica, che viene liquidata con tanta facilità come un vizio, è solo un’esclusione dello Stato dagli affari privati, e oggi che lo Stato non è più sovrano, significa escludere anche qualsiasi altra forma di intrusione da parte delle istituzioni sovranazionali. Perciò questa arretratezza medievale, questo realismo pre-ideologico e pre-moderno, è un bacillo che ci vaccina da un’altra malattia, quella europeista, esterofila, cosmopolita. Il nostro campanilismo, che è poi una sorta di pluralismo – tradito invece dalla democrazia – resiste alla reductio ad unum del vortice centripeto europeo. L’Ue si illude di poter fare finalmente gli italiani in chiave europeista, quando hanno fallito nel tentativo vent’anni di fascismo e 50 anni di inglesismi e di colonizzazione culturale americana. L’Italia sarà fatta quando gli immigrati supereranno gli autoctoni. Forse a quel punto spariranno i dialetti, qualcuno parlerà l’idioma nazionale e si avrà più senso civico. Ma fino ad allora, per fortuna, siamo malati.

Lorenzo Vitelli estratto da “L’intellettuale dissidente”

riportato in http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=50747