Islanda: un monito, un esempio

DI ALESSIO MANNINO
ilribelle.com

Una nazione minuscola che ha avuto la forza di ribellarsi allo strapotere bancario. Una rivoluzione, che passa anche da un nuovo testo costituzionale, finalizzata a impedire che gli interessi del Paese vengano sacrificati a quelli delle oligarchie della finanza internazionale

Piccola e dimenticata, l’Islanda ci fa da monito. L’isola solitaria fra il Polo Nord e la Gran Bretagna, appena 300 mila anime, una piccola patria di pescatori, ha osato l’inosabile: ribellarsi alla plutocrazia globale.

Ecco la storia. Alla fine del 2008 la crisi finanziaria si abbatte come un ciclone sugli islandesi, che nell’ottobre decidono di nazionalizzare la banca più importante del paese, Landsbanki.

Seguono a ruota la Kaupthing e la Glitnir. I debiti degli istituti falliti sono in gran parte con la City di Londra e con l’Olanda. La moneta nazionale, la corona, è carta straccia e la Borsa arriva a un ribasso del 76%. Il governo conservatore di Geir H. Haarden chiede l’aiuto del Fondo Monetario Internazionale, che approva un prestito di 2 miliardi e 100 milioni di dollari, integrato da altri 2 miliardi e mezzo di alcuni Paesi nordici. Le proteste popolari si susseguono in un crescendo che porta alle dimissioni del primo ministro nel gennaio 2009 e a elezioni anticipate nell’aprile successivo. Dalle urne esce vincitrice una coalizione di sinistra, che non riesce a frenare la caduta dell’economia. L’anno si chiude con una diminuzione del 7% del Pil.

Il nuovo esecutivo propone la restituzione dei debiti a Regno Unito e Olanda mediante il pagamento di 3 miliardi e mezzo di euro, somma che pagheranno tutte le famiglie islandesi mensilmente per i prossimi 15 anni al 5,5% di interesse. Nel gennaio 2010 il capo dello Stato, Ólafur Ragnar Grímsson, si rifiuta di ratificarla e dà soddisfazione al popolo che reclama un referendum sulla questione. Il risultato della consultazione che si tiene a marzo è schiacciante: il 93% dei votanti dice no. La ragione è semplice: perché dover pagare tutti gli effetti di una crisi di cui sono responsabili i banchieri, protetti e coccolati dall’Fmi e dal sistema finanziario che tiene sotto ricatto il paese? La rappresaglia non si fa attendere: l’Fmi congela immediatamente gli aiuti.

Solo a questo punto il governo di sinistra, coi forconi puntati davanti al parlamento, si decide al gran passo: denuncia e fa arrestare i bankers. L’Interpol emana un ordine internazionale di arresto contro l’ex-Presidente della Kaupthing, Sigurdur Einarsson. In questo clima da resa dei conti, lo scorso novembre si riunisce un’assemblea costituente per scrivere una nuova Costituzione che rifondi il piccolo Stato islandese sottraendolo allo strapotere del denaro virtuale. Il criterio con cui essa viene eletta vuol dare il segnale di un rinnovamento reale, profondo: si scelgono 25 cittadini senza appartenenza politica tra i 522 che hanno presentato la loro candidatura, per la quale era necessario solo essere maggiorenni ed avere l’appoggio di trenta persone. La nuova magna charta sta per essere presentata proprio in questo periodo.

Nulla si è saputo da noi di questa Rivoluzione d’Islanda. Pacifica ma dura e determinata. A rileggerne i punti fondamentali, nel paragone con l’immobilismo conservatore che vige dalle nostre parti c’è di che farsi venire un brivido lungo la schiena: dimissioni in blocco di un governo, nazionalizzazione delle banche, referendum perché il popolo decida sulle decisioni economiche fondamentali, carcere per i responsabili della crisi, riscrittura della costituzione da parte dei cittadini. L’unica ombra che grava sul corso politico dell’isola è la richiesta di ingresso nell’Unione Europea. Perché voler buttare nel gelido mare del Nord tutto il magnifico lavoro fatto finora, esempio per gli uomini liberi d’Europa, per aderire a un superstato controllato da banchieri e manager delle multinazionali? Perché i fieri islandesi non provano a perseverare nella retta via, imitando i loro ovini e cavalli, lasciati liberi di in ampi pascoli senza recinti e senza cani da guardia?

Alessio Mannino
Fonte: http://www.ilribelle.com
Link: http://www.ilribelle.com/la-voce-del-ribelle/2011/3/11/islanda-un-monito-un-esempio-free.html
11.03.2011

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NOTA: l’articolo è del 2011, nel frattempo il sito è diventato www.comedonchisciotte.net/, ma non avendo pagato per il prefisso https, viene considerato “non sicuro” da Chrome; se avete pazienza potete vederlo con Firefox o con Opera e fare una ricerca per argomenti sull’Islanda: troverete tutti gli aggiornamenti sul tema.

Di Maio sa cosa sono “i costi della politica”?

Qui viene qualche dubbio. Sui 5 Stelle. Di Maio proclama come priorità “la riduzione dei vitalizi”  per tagliare “i costi della politica”.  Ma come nota Bagnai, i veri “costi della politica” sono  determinati dalle grandi scelte politiche sbagliate. Giusto per fare un elenco rapido e incompleto: l’inserimento in Costituzione il limite del 3 per cento al deficit; la modifica del Titolo 5° per volontà PD, che ha reso le regioni del Sud un buco nero di sprechi senza limiti e irresponsabilità della locale classe dirigente, o anche l’entrata dell’euro, o l’accettazione delle condizioni imposteci dall’Europa, motivo della disoccupazione giovanile al 50%, la generazione perduta.  Giù giù fino alla gestione criminale di Montepaschi e altri banchieri, fino all’accoglienza immigrati senza limiti, di cui l’Europa ci rifonde solo il 2,7 %.

Costo della politica”, 1,7 miliardi l’anno.

Su questi punti  cosa hanno dati dire i grillini di governo?  Il Fico è per  l’accoglienza senza limiti, per esempio.  Inoltre è “de sinistra”, ha espresso disprezzo per Salvini “razzista” (mostrando la stessa intelligenza politica  della gelataia in prova, o di Bossi), il che significa che farà di tutto, da posto di potere cui l’abbiamo insediato, per ostacolare ogni “convergenza” con la Lega e “convergere” invece con il PD- ossia coi responsabili delle  scelte politiche sbagliate. Per giunta è  laureato in Scienze della Comunicazione – una scienza che notoriamente non esiste – il che significa: non ha  alcuna minima nozione di  economia pubblica, nè di diritto, nè di storia economica.  Niente di male se  consultasse ogni tanto Micalizzi o Bagnai.

Non che la presidenta del Senato  berlusconiana sia meno inquietante: rappresenta le “leggi ad personam” ossia la distorsione del diritto. Ma Roberto Fico temo diventi subito una Boldrini che propone lo jus soli e  simili piddiate, al solo scopo di far divergere le due formazioni populiste che  possono e devono governare insieme su un programma minimo di riforme e unite di fronte alla UE.  C’è il rischio che  l’Italia perda una occasione storica – la propria liberazione –  che non si ripresenterà.

https://www.maurizioblondet.it/guardate-governa-sempre-gentiloni/

 

La prova del nove

Il tratto conteso

Non è casuale la data del 21 marzo 2018, non lo è proprio. La vicenda era nota da tempo: non si sa come e perché, sulla base di uno sconosciuto “Trattato di Caen” la Francia aveva deciso d’acchiapparsi 400 Km2 di mare italiano, da sempre italiano, prima e dopo le guerre mondiali, ossia fino a ieri. Per quello che si sa, questo sconosciuto “Trattato di Caen” è il solito ludibrio europeo che ha solo un senso: dopo essersi prese le industrie e la distribuzione italiana (due nomi: Thyssen e Parmalat, tanto per ricordare), il nuovo Asse Franco-Tedesco aveva concesso alla Francia aree molto ambite per la pesca del gambero (Liguria) e del Tonno Pinna Rossa in Sardegna, che sul mercato di Tokyo è battuto all’asta a peso d’oro. Pare anche che ci sia, nelle aree che letteralmente ci volevano rubare, un giacimento di gas.

I “galletti” hanno subito fatto marcia indietro:

“…essa (la riunione dove si doveva decidere la “combine”, del 25 marzo 2018 N.d.A.), come informa l’ambasciata di Francia a Roma, riguarda semplicemente ‘una consultazione pubblica nel quadro della concertazione preparatoria di un documento strategico sul Mediterraneo che si riferisce al diritto ed alle direttive europee esistenti e che non è volta in alcun modo a ‘modificare le delimitazioni marittime nel Mediterraneo’.” (1)

Concorda la Farnesina:

A sentire il sottosegretario agli Affari Europei, Sandro Gozi, l trattato non è operativo perché il Parlamento non l’ha ancora ratificato. Per Gozi “nessuno intende modificare i confini marittimi tra Italia e Francia”. (2)

Sono tutti d’accordo, non si tocca nulla ma – chiediamo – come mai le carte marittime francesi erano già state aggiornate a nuovi confini e perché un peschereccio italiano fu sequestrato dalla Guardia Costiera Francese?

nel gennaio 2016 il peschereccio italiano Mina era stato fermato dalla gendarmeria marittima francese e scortato fino al porto di Nizza, con l’accusa di praticare la pesca del gambero in acque francesi. Solo dopo il pagamento di una cauzione di 8300 euro era stato rilasciato. Dunque, quelle che sembravano essere acque italiane erano diventate francesi.”(1)

La vicenda non è conclusa:

Ad oggi, spiega l’ammiraglio De Giorgi (ex Capo di Stato Maggiore della Marina Militare dal 2013 1l 2016) i confini tra acque italiane e francesi rimangono incerti.

La faccenda è oscura. E poi: in cambio di che cosa? Non ci sono indicazioni di contropartite diplomatiche: forse, erano “contropartite” su “fondazioni” private? La Francia ci ha abituati a comportamenti del genere, si veda l’affaire Sarkozy/Gheddafi.

Questa vicenda è singolare, e ci precipita direttamente nell’attuale Parlamento Italiano laddove, seppur con i tempi ed i modi della schermaglia parlamentare, si nota che gli schieramenti che hanno tentato la cessione delle acque italiane alla Francia, ovvero gli “svenditori”, sono il “blocco” che sosteneva Gentiloni, ossia il centro sinistra e quello berlusconiano, gli stessi che oggi tentano disperatamente di bloccare la nascita di un governo Lega-5Stelle. (corsivo nostro N.d.R.)

Va dato atto a Giorgia Meloni d’essersi battuta più di tutti contro questo vero e proprio furto: adesso, Fratelli d’Italia scelga: o con chi vuole svendere tutto all’UE oppure con chi desidera mantenere la sovranità nazionale, anche in un quadro d’accordi europei, ma di accordi, non di furti.

I furbetti del quartierino – Renzi e Berlusconi – non s’aspettavano una simile débacle elettorale e contavano di rimettere insieme il solito governicchio prono ai desiderata di Bruxelles: ci spiace -))) ma non è andata così. E’ stato costretto ad ammetterlo addirittura Napolitano, l’uomo che più “lavorò” alla sporca faccenda.

Adesso, dopo le necessarie fasi iniziali, ancor prima del Governo, il Parlamento metta all’ordine del giorno questa lercia faccenda e chiuda la porta con un no, sonoro e deciso. Questa volta vogliamo sentirlo tutti, “chiaro e forte”, mi raccomando.

 

(1) http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/italia-francia-farnesina-italia-non-h-aceduto-acque-territoriali-meloni-continueremo-a-vigilare-e810e296-323d-4d8e-9e5d-fcf69fcc0f78.html?refresh_ce

(2) http://www.ilgiornale.it/news/cronache/mare-ceduto-francia-si-fa-dietrofront-non-modifichiamo-1507763.html

Carlo Bertani in

http://carlobertani.blogspot.com/2018/03/il-primo-effetto.html

Di battaglie, perse e da vincere.

Dopotutto la “fine della storia”, annunciata con grande clamore da Fukuyama quasi trent’anni fa, si è dimostrata esser solo una smisurata, arrogante fake-news

Mauro Poggi

Sulla pagina facebook del professor Francesco Esparmer trovo la seguente riflessione:

“Politicamente le serate sono state neutralizzate. Anche i miei contatti più impegnati e lucidi le trascorrono a fare polemiche, spesso condivisibili ma del tutto inutili, contro la spazzatura che hanno visto in televisione, nei talk show in particolare, con conduttori squallidi e altrettanto squallidi ospiti. Così si fa il gioco del potere liberista, che intenzionalmente offre squallore in modo che lo squallore diventi l’unico oggetto del pensiero. Oppure non vi siete accorti che le loro cazzate stanno occupando le nostre menti e condizionando i nostri discorsi, tenendoci sulla difensiva e appiattendo i ragionamenti al livello infimo a cui li vogliono tenere?
La forza del marxismo fu proprio il suo proporsi come visione del mondo attiva, modellizzante, che costringeva anche chi gli si opponeva ad accettarne il linguaggio. Perché a contare davvero non è chi vince la battaglia ma chi…

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Comunità

Le strade sono sempre più colme di un assordante silenzio, interrotto solo dal rumore di qualche televisore, baby-sitter e governante insieme per gente trincerata in casa e isolata dal resto del mondo. Non esiste più l’abitudine della passeggiata in piazza, della convivialità e del ritrovarsi insieme; non esistono più i tanti negozi davanti ai quali soffermarsi, triturati nei vortice della grande distribuzione, o della sconsolante abitudine ad acquistare fuori dal paese; tante attività, anche storiche, hanno chiuso i battenti e altre sono sul punto di farlo, senza essere rimpiazzate. Il paese, così, sta gradualmente trasformandosi in un demoralizzante dormitorio, che sembra risvegliarsi solo in alcune occasioni in cui si cerca di rinverdire, senza riuscirci, momenti non solo felici e indimenticabili della vita di Finale, ma anche di un certo spessore culturale e comunitario. Mai un’iniziativa pubblica, mai una proposta ad hoc degna delle nostre migliori memorie. Solo, occasionalmente, qualche sprazzo di luce dovuto all’indefesso sforzo e alla strenua determinazione di volontari incalliti. Non esistono più in paese luoghi di aggregazione deputati e adatti ad una vita di socialità e di ritrovo, depauperato improvvidamente anche di quel “tendone”, un po’ scomodo e bruttino a dire il vero, che tuttavia svolgeva il suo ruolo primario e fondamentale, consentire cioè ai Finalesi di godere di una qualche forma di spettacolo senza dover andare nei paesi limitrofi, tutti attrezzati al riguardo; o di utilizzare la struttura per incontri o eventi di vario genere. Che fare allora? lo credo sia necessario che i cittadini tutti si risveglino da questo torpore e attivino le loro indiscusse qualità – fantasia, concretezza, impegno, determinazione-che, unite ad un maggiore coinvolgimento dei giovani, possano infondere nuova linfa alla rinascita del paese. Ma ancor più fermamente credo che serva la convinta e caparbia volontà di chi si è assunto l’onere e l’onore di governare la nostra cittadina per uscire da questo sconveniente stallo, che dura ormai da troppo tempo e che da troppo tempo avvilisce e mortifica il nostro Finale!

Isa Guidetti in Piazza Verdi, marzo 2018

Il popolo degli abissi si è messo in marcia

Il popolo degli abissi si è messo in marcia, ha reagito ad anni e anni di gioco di specchi e di disincanti. Niente è andato come previsto: come nel libro di Jack London, il popolo degli abissi si è levato, ha preso l’arma del voto come una bandiera e con calma risoluta ha detto basta a quattro mali che hanno disintegrato l’Europa e l’Italia.

Il primo è l’ordoliberismus, ossia l’austerity fondata su bassi salari e distruzione del welfare.

Il secondo è la cosiddetta liberalizzazione del mercato del lavoro, con il neoschiavismo dei contratti a termine e del precariato. E’ stata la sinistra blairiana a inventare questo infernale marchingegno con schiere di devoti giuslavoristi in conflitto d’interessi. Pochi giorni fa El Pais pubblicava l’articolo del presidente di Ciudadanos che illustrava la legge di iniziativa parlamentare in cui si abolisce il precariato con una tranquilla enfasi sulla difesa degli interessi della nazione e del tessuto industriale e dei servizi del Paese.

Il terzo male è l’inerzia delle parti sociali, che vedono spogliare questa nazione delle sue risorse e nulla fanno come le borghesie commerciali sudamericane e i sindacati che, pur essendo l’ultima istituzione che tiene, rinunciano alle battaglie sui punti fondamentali. Naturalmente questo implica correre il pericolo del nazionalismo della povera gente e della classe media in discesa con i fantasmi fascisti che ritornano.

Il quarto male è l’immigrazione incontrollata e non gestita con l’intelligenza della sicurezza e del rispetto della persona, non solo dei migranti, ma anche dei poveri e degli anziani che si trascinano una vita di stenti e non ne possono più di forti giovanotti con cellulare e venti euro in saccoccia: gli esempi australiani e tedeschi di accoglienza sono lì, ma noi nulla facciamo.

Si è disgregato lo Stato ed è inevitabile che forze come i Cinquestelle e la Lega di Salvini si presentino come alternative al sistema. Del resto, sono anni che studio e parlo dell’inversione della rappresentanza partitica: i ricchi votano la loro sinistra, ossia Pd, Pisapia, Bonino eccetera, mentre i poveri votano a destra, come sta accadendo in tutto il vecchio mondo neo-industriale.

Non c’è bisogno di scomodare Trump, basta guardare alla Germania e alla Francia. Lì non votano e Macron viene eletto dal 23% degli aventi diritto. In Italia la partecipazione elettorale è alta, ma tutto travolge dei vecchi schemi destra/sinistra. Beninteso, sinistra, destra e centro sono ben presenti nel sociale e nell’universo simbolico del popolo degli abissi, ma quel popolo ha già compreso che le vecchie casacche vestono i morti: “le mort saisit le vif” diceva il filosofo di Treviri.

Bisogna non perdere la speranza che i nuovi universi simbolici siano educati dalle istituzioni e da una rinascita del ruolo degli intellettuali, che ora pasolinianamente al popolo si avvicinino senza più tradirlo. E’ un voto di speranza e di trasformazione: non bisogna avere paura, come diceva il formidabile Santo del Novecento.

Giulio Sapelli

https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=60263

Il punto

I problemi sono come le ciliege, uno tira l’altro.

In campagna elettorale Salvini ha fatto della riforma della legge Fornero uno dei suoi punti fermi, il guaio è che è uno dei punti fermi anche delle élite: bisogna partire da Mario Monti, nel cui governo la Fornero aveva l’incarico di ministro del lavoro.

Nel 2010 è inoltre divenuto presidente europeo della Commissione Trilaterale, un gruppo di interesse di orientamento neoliberista fondato nel 1973 da David Rockefeller[22] e membro del comitato direttivo del Gruppo Bilderberg[23]. Da questi incarichi si è dimesso il 24 novembre 2011, a seguito della nomina a presidente del Consiglio[14].

Tra il 2005 e il 2011 è stato international advisor per Goldman Sachs e precisamente membro del Research Advisory Council del Goldman Sachs Global Market Institute[24][25], presieduto dalla economista statunitense Abby Joseph Cohen. Tra gli organismi internazionali di cui fa parte, Monti è membro del comitato esecutivo dell’Aspen Institute Italia, un’organizzazione internazionale non profit, fondata nel 1950[26]. È stato inoltre advisor della Coca Cola Company[25], membro del “Senior European Advisory Council” diMoody’s[27] ed è uno dei presidenti del “Business and Economics Advisors Group” dell’Atlantic Council[28]. È editorialista de Il Corriere della Sera e autore di numerose pubblicazioni.

Il 9 novembre 2011, durante la XVI legislatura della Repubblica Italiana, è nominato senatore a vita dal Presidente della RepubblicaGiorgio Napolitano, ai sensi del secondo comma dell’articolo 59 Cost., avendo illustrato la Patria per altissimi meriti in campo scientifico e sociale[29][30].

Già questo dovrebbe dire tutto, poi c’è la questione INPS:

https://bondenocom.wordpress.com/2017/10/22/cicero-pro-domo-sua-3/

dove rispunta il nome di Padoan , cui si contrapponeva, nel collegio di Siena, Borghi per la Lega:

https://bondenocom.wordpress.com/2018/03/05/come-al-solito/

Abbiate pazienza e leggete i link perché la questione è complessa ma la pelle (e i soldi) sono nostri.