Niente di nuovo

La promessa più azzardata del Bitcoin potrebbe consistere non nell’essere una valuta, ma un riavvio di reti finanziarie complesse le cui origini e pratiche risalgono a 500 anni fa.
“Se la storia è una guida, è qua che risiede il potenziale reale del bitcoin: nella sua tecnologia ibrida di strumento di pagamento. Come dimostrano i banchieri mercanti medievali, un nuovo mezzo brillante di registrare e di verificare i trasferimenti monetari può essere un evento rivoluzionario, non solo economico, ma politico.”
Si tratta di piattaforma, di protocolli, non la valuta. La MONETA va e viene (come sempre, mi dispiace ma anche il $ americano se ne andrà, non SOLO oggi), ma le regole dell’impegno SOCIALE rimangono le stesse, mosse dalla necessità a lungo termine di fare cose secondo le NOSTRE stesse condizioni.
Si legga sotto, potrà suonare familiare:
“I mercanti iniziarono a contare i loro debiti gli uni verso gli altri nella loro unità di conto privata, internazionale — l’écu di marc. Non avevano bisogno di coniarla per rappresentare la nuova moneta, questo era il gioco di ieri. Invece ostentavano lettere di cambio — scritture contabili di saldi creditizi. Tale era la fiducia che ognuno aveva nell’altro che non era richiesto alcun collaterale per coprire questa cartamoneta senza Stato – un conclave trimestrale alla grande fiera di Lione, dove i saldi positivi potevano convenientemente essere compensati. Fu una realizzazione straordinaria, niente meno che la creazione di una moneta privata per effettuare i pagamenti su scala continentale. Non era insolito, scrisse un osservatore dell’epoca, vedere “un milione di lire saldate in una mattinata, senza un solo soldo che passasse di mano in mano.”

https://nicolettaforcheri.wordpress.com/2017/12/06/bitcoin-e-il-suo-precedente-del-xvi-secolo-lecu-de-marc/

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Cronache Buranesi

IL CENTRO DI BURANA NEL 1955, ovvero
FUNERALE CIVILE NELLA “PICCOLA RUSSIA” !

Al di là dell’evento socio-politico di cui parlerò dopo, è molto significativa e preziosa questa prima foto, in quanto raro documento che ci rappresenta dal vero il nostro centro-paese nel luglio del 1955. Alla destra della strada provinciale già asfaltata, notiamo la pesa pubblica davanti all’officina dei f.lli Chiarabelli, seguita dalla tipica sagoma della cabina di proiezione, posta davanti del cinema teatro Fulgor del signor Lodi, con i tabelloni che pubblicizzano i film in programmazione. Segue poi la sequela dei Bar, Galliera, Freddi, Nerina e degli altri negozi di cui ho già dettagliato precedentemente. In fondo, nel Palazzone, sono abbastanza evidenti le tre attività commerciali, Tabacchi, Osteria e Drogheria della famiglia di Eugenio Berlato. Trovo interessantissima la visione degli edifici sulla parte sinistra. Da notare che il primo ad essere edificato fu la Casa del Fascio, attuale caserma CC, nel 1936, quando tutta questa parte era ancora terreno agricolo della grande possessione Zanluca, divisa dalla strada da una folta siepe di rovi che costeggiava un ampio fossato, rimasuglio dell’antico corso del canale Bondiolo che si gettava nel Burana attraverso la storica chiavica del Malaguzzo, a quell’epoca già scomparsa da tempo e nei pressi dov’era la quale, in questa foto di inizio luglio del 1955, vediamo il grande edificio che ha ospitato le famiglie di Umberto e Bruno(Astolfo) Bergamini, con le loro attività di macelleria e forno/panetteria. Tornando verso l’osservatore, si intravvede la Caserma, vuota perchè proprio 5 mesi prima, nel gennaio ’55, la celere intervenuta in massa, aveva sgombrato l’edificio dagli “ocupanti” che ne avevano fatto, dal primo dopoguerra, la sede della Casa del Popolo del paese. Più in qua possiamo osservare la palazzina dove si insediarono i conosciutissimi meccanici mantovani, i fratelli Bianchini, Franco(Luciano) e Lino(Napoleone). Troviamo poi la nuova costruzione dell’invalido di guerra Coletti Orfeo, il quale sarà designato ufficiale di posta del paese e che allestirà e gestirà per alcuni decenni, l’ufficio pubblico proprio al piano terra di questa sua dimora. Accanto si può notare la casa negozio che fu la drogheria dei mantovani Buelloni e attuale Zaniboni. Non era ancora stata edificata l’altra parte di questo edificio che diverrà poi la ferramenta dell’invalido Alfio Grechi, al suo posto ancora le piante di alberi da frutto. Non si vede l’abitazione che esiste a sinistra della strada in primo piano, di cui si vede però il cancello d’entrata, sulla soglia del quale si distingue inconfondibile la sagoma di Giuseppe Mori (Jusfon per gli amici) che con la sua bici sta facendo ritorno presso la sua dimora e officina, essendo egli stato lo storico fabbro del paese, cresciuto professionalmente presso la grande azienda dell’indimenticato Achille Sani che fu appunto anche una preziosa fucina dei tanti artigiani del paese che si fecero le ossa proprio al servizio dello storico magnanimo proprietario terriero della Cà Verde.
Ora veniamo all’evento documentato nella foto, trattasi del funerale di Saverio Bagnolati, morto a soli 49 anni e che era cugino del Luigi Bagnolati che nel ’21 a Livorno, assiema a Gramsci, Togliatti e all’altro buranese della via Bassa, Spero Ghedini, fondarono il Partito Comunista d’Italia. Come si vede non ci fu il supporto religioso alla mesta cerimonia che era accompagnata dalle bandiere rosse del partito, abbrunate. Viene inevitabilmente alla mente un altro funerale simile ma molto più movimentato, sempre di quel periodo. Per l’estremo saluto alla salma di un certo Casari, era stato garantito al prete di allora, il dinamico Don Enzo Beccati, che al rito funebre non sarebbe stato presente alcun simbolo di partito. Non fu così. Quando al corteo si accodarono le badiere rosse con la falce e martello, un inviperito Don Enzo prese energicamente per un braccio il chierichetto che gli stava accanto, l’attuale vivo e vegeto C.DV. (che proprio ieri mi ha confermato la sequenza nei dettagli) e una volta recuperato l’altro chierichetto che apriva il corteo con il Crocefisso, furente se ne tornò in canonica, abbandonando il mesto corteo al suo destino. Il nostro indomito “Don Camillo buranese” non aveva dunque niente da invidiare al suo più famoso collega di Brescello descritto dalla penna di Guareschi. La nomea di “Piccola Russia” il paese di Burana non se l’è conquistata a caso e ce lo conferma pure, nel suo libro sulla storia della nostra frazione, “Burana 1861-2011”, scritto con il comandante Edmo Mori, l’ex sindaco Bracciano Lodi : “Burana paese, a causa del folto gruppo antifascista di area socialista e poi comunista, politicamente guidato prima da Luigi Bagnolati e poi da Spero Ghedini, ancor più di Pilastri, Gavello e Scortichino, nei quali la reazione al regime è stata ugualmente tenace, nella convinzione collettiva e di chi ha retto il potere dopo gli anni Venti, si è guadagnato il titolo di “Piccola Russia”. Tale convincimento potrebbe essere una delle cause, se non la principale, in forza della quale, a metà degli anni Trenta, quando il Partito Nazionale Fascista, ….., ha decretato, che proprio a Burana, doveva essere costruita una Casa del Fascio”.
Ma anche dal primo dopoguerra erano in molti quelli che consideravano Burana una sorta di enclave comunista, arrivando a marchiare indelebilmente con la “falce e martello” addirittura la chiesa del paese del “povero” Don Enzo che indomito celebrò il primo matrimonio del dopoguerra unendo la coppia buranese Ido Poletti e Onelia Paganini che posaro per questa storica foto davanti il portone della chiesa, sotto l’egida del simbolo comunista, come mostra chiaramente la foto.

* Ringrazio vivamente l’amico Alan Vincenzi per la gentile concessione delle prime due foto, riguardanti il funerale di suo nonno.

L'immagine può contenere: una o più persone, cielo, albero e spazio all'aperto
L'immagine può contenere: 5 persone, persone in piedi, folla e spazio all'aperto
L'immagine può contenere: 21 persone, persone che sorridono, persone in piedi e matrimonio
Lorenzo Berlato

I moderati, sive de grege

Dopo i risultati delle elezioni siciliane, praticamente tutti i giornali titolavano”Vittoria dei moderati”; abbiamo ripescato un articolo del marzo 2016 che li definisce.

di Il Pedante (http://ilpedante.org/post/i-moderati-sive-de-grege)
Wenn alle das gleiche denken, denkt keiner richtig. (Georg Christoph Lichtenberg)*

C’è un paradosso. Che quasi tutti gli eventi più estremi e sovversivi degli ultimi 150 anni di storia nazionale hanno contato sull’appoggio sicuro del cosiddetto pubblico moderato. I moderati: quelli che hanno applaudito i colpi di stato (la Marcia del ’22, la cacciata del governo nel 2011), che acclamano le guerre (prima e seconda mondiali, regionali in Serbia, Iraq, Afghanistan, Libia), che accettano la tortura (le camicie nere, i manganelli di Sceiba, la macelleria del G7), la discriminazione (gli ebrei prima, gli islamici poi) e le tirannidi purché amiche. Quelli che giustificano le scorciatoie dell’uomo forte al comando, subordinano i diritti e la dignità dei popoli alle favole economiche, sempre pronti a sottoscrivere deroghe allo stato di diritto in nome di un’emergenza (?), che spalancano le porte all’ingerenza straniera e sognano la dissoluzione dello Stato nazionale nell’abbraccio servile con le altre nazioni: Berlino, Washington, Bruxelles o-come oggi-tutti e tre assieme.
Giudicando gli esiti, i moderati sono tutto fuorché moderati. Dunque perché li chiamano così? Innanzitutto perché a loro piace farsi chiamare così. La moderazione – o temperanza,  σωφροσύνη, (aurea) mediocritas – è da millenni tra le virtù morali prescritte ai saggi. La lodava Aristotele nell’Etica Nicomachea, la raccomandava Cicerone nel libro sui doveri (De Officiis) e Tommaso d’Aquino ne fece una virtù cardinale del Cristianesimo. Sicché attribuire all’interlocutore il pregio della moderazione equivale a concedergli le insegne della saggezza e della rettitudine, con l’effetto – e quasi sempre anche l’intenzione – di blandirne l’amor proprio per guadagnarne l’assenso. In quanto al messaggio, poi, poco importa se sia davvero moderato e non viceversa foriero dei succitati cataclismi. Anzi, quanto più è estremo tanto più è d’uopo la captatio benevolentiae, via obbligata per carpire la fiducia dei semplici.
La moderazione ha un altro vantaggio per chi manovra il consenso. È un’etichetta vuota, una connotazione relativa che rimanda a un riferimento non dichiarato in modo da accomodarsi secondo la suggestione di ciascuno. In fondo, dirsi moderati senza specificare rispetto a cosa è come definire una lunghezza come il doppio della sua metà. Non dice nulla se non il bisogno di affermare il proprio equilibrio e la propria presunta superiorità e distanza rispetto a un’altra categoria ugualmente vuota ma specularmente infamante: l’estremismo.
Manipolare l’opinione di chi ama qualificarsi come moderato è quindi semplice:basta fissare d’ufficio gli estremi della dialettica con la certezza che il soi-disant moderato vi si collocherà disciplinatamente nel mezzo, in perfetta equidistanza dalle sponde. In questo modo il messaggio che si desidera accreditare non ha bisogno di essere esplicitamente asserito -come accadeva e accade nei regimi manifesti – ma è suggerito per induzione. Se volessimo far sì che il moderato pensasse al numero 8, gli diremmo di sceglierne liberamente uno tra 4 e 12. E lui cascherebbe prevedibilmente nella media:
Nella realtà, lo spin doctor accorto sa che si deve ridurre il più possibile la distanza tra gli estremi, per evitare un’eccessiva libertà di pensiero e la dispersione delle idee rispetto all’esito prestabilito. Il che spiega l’odierno Drang nach der Mitte, la centrizzazione del pensiero dove i cosiddetti estremi si qualificano sempre più come caute sfumature di un’opinione unica e centrale. Ad esempio, chi oggi chiede di tutelare la sovranità nazionale passa per nazionalista di ultradestra, mentre chi vorrebbe qualche protezione in più per i lavoratori è un comunista. Si tratta chiaramente di rappresentazioni parossistiche e strumentali al mainstream, laddove il vero estremismo è casomai quello di chi non riconosce in queste richieste un invito al rispetto della legalità costituzionale.
Il cosiddetto centro non è che lo stesso concetto di moderazione applicato ai movimenti politici. Ugualmente privo di significato in sé e ugualmente estremo negli atti, vive di ciò che i commentatori – cioè gli influencer- politici definiscono di volta in volta come massimalista. E poiché nessuno vuole portare l’onta dell’estremismo, tutti si accalcano verso il punto centrale di un recinto sempre più stretto – quello del pensiero unico – mentre il dibattito politico si riduce alni-rilevanza dei simboli e del gossip, in una bassa democrazia che discute del colore e della forma del cappio a cui andrà ad appendersi.
Tra i tanti esempi applicativi di questa tecnica di manipolazione di massa mi sovviene una prima pagina del 2003, all’alba della seconda guerra del Golfo. In un’Italia tentennante tra interventismo e astensione (essendosi in realtà già deciso altrove per la prima opzione), mi imbattevo in un doppio editoriale dal titolo “Opinioni a confronto”. Qui il primo articolista sconsigliava il ricorso alle armi proponendo di limitarsi (!) a un inasprimento delle sanzioni contro l’Iraq, mentre il secondo invocava una più esemplare azione di forza punitiva. La dialettica era naturalmente falsata e unilaterale: entrambi gli articoli accettavano infatti la necessità di colpire duramente uno stato sovrano, cosicché al moderato non restava che posizionarsi nello stretto margine tra l’estremo e il più estremo, escudendo dal suo orizzonte intellettuale l’ipotesi stessa di noninfliggere sofferenza e caos a milioni di persone innocenti. Che poi sarebbe il minimo per chi coltivasse davvero la virtù della moderazione.
La complessità mentale del moderato è quella di un organismo monocellulare. Prevedibile e manovrabile al millimetro, ha l’ulteriore vantaggio di prediligere lacosmesi del simbolo rispetto agli atti. Plasmato da decenni di retorica, egli si pasce di suggestioni, rappresentazioni e slogan, minimizzando così lo sforzo di chi si candida a manipolarne l’opinione. Un tailleur, un loden, un discorsetto sui diritti gay e un eloquio pacato valgono più di mille cronache per accendere in lui l’illusione di un equilibrio sobrio e meditabondo. Al contrario, uno scampolo di turpiloquio, un’intemperanza o una deviazione sia pur minima dal conformismo etico e parolaio dei più lo fanno gridare all’estremismo, purché opportunamente serviti con contorno di editoriali salottieri e distaccatamente indignati.
Una volta confezionato per via mediatica, l’estremo da cui rifuggire si trasfigura nella suggestione dell’opinione moderata in esiti apocalittici e spaventosi. Esiti di cui ovviamente non c’è traccia nella realtà e che pertanto ne travalicano i confini lambendo i territori dell’incubo e del grottesco: “Di questo passo – chiosa il benpensante – dove andremo a finire?”. Nel suo microcosmo culturale gli euroscettici sono folli promotori di un’Europa fratricida e pronta a ripetere i massacri delle guerre mondiali, chi mette in discussione la moneta unica un pericoloso fomentatore di miseria e inflazione a due cifre, chi critica le politiche migratorie un nostalgico dei muri spinati di Auschwitz, chi si oppone alla privatizzazione e liberalizzazione di tutto uno stalinista nemico della libera iniziativa economica, chi fa politica dicendo le parolacce un ambasciatore di barbarie, chi declama il primato della famiglia tradizionale un bigotto a la Torquemada, chi si interroga sulle vaccinazioni un untore, chi denuncia le politiche israeliane un antisemita, chi predilige i prodotti nazionali un autarchico ecc. A conferma del fatto che il moderato è necessariamente- non eventualmente – un estremista, in quanto appunto allevato nella rappresentazione ossessiva dell’estremo.
Come tutti i pensatori elementari, il moderato avverte il bisogno di dare un volto alle sue paure. Egli cerca il cattivo per conferire senso alle vicende del mondo, siccome l’orco e la strega danno senso alle fiabe. E i fabbricatori dell’informazione lo sanno bene, e sono più che pronti a soddisfarne la fame di orrore: con i Salvini, le Le Pen, i Gasparri, gli Orban, i corrottissimi autarchi delle steppe, i satrapi dissoluti del continente nero e gli sceicchi del terrore da mille una notte. Una galleria sinistra e letteraria popolata non dai protagonisti di storie da approfondire, ma da personaggi che incarnano l’estremo in quanto oggetto da odiare, mostri mitologici messi a guardia di un recinto mentale che non va oltrepassato affinché il gregge non si disperda nei pascoli del libero pensiero.
In questa allegoria i fatti si annullano e più spesso si ribaltano, essendone l’occultamento uno dei fini. Nelle presidenziali americane in corso il cattivo è Donald Trump: perché è intemperante, aggressivo e razzista. Il che è probabilmente vero, ma vieppiù inquietante è il fatto che la sua rivale, la signora Clinton, sia invece accreditata dall’opinione pubblica come il polo moderato della sfida. Mettendo così sullo stesso piano le sparate verbali di un Berlusconi al cubo con i fatti atroci e documentati ascrivibili alla cinica ambizione della donna. La stessa che dopo avere votato l’invasione dell’Iraq con un pretesto consapevolmente falso e lasciando sul terreno un milione di morti, nel 2011 si è fatta principale sponsor politico dell’intervento in Libia, ribattezzato dai giornali Hillarv’s war: la guerra di Hillary. Anche qui persero la vita decine di migliaia di persone innocenti e un paese florido e politicamente stabile fu devastato e consegnato all’anarchia. E lei? Se ne vantò ridendo in prima serata: “We carne, we saw, he died”.
Si scoprì poi che tra i fini della moderata Hillary, l’amica dei moderati italiani che ride della morte altrui, c’era anche quello di strapparci con le armi le concessioni petrolifere in Libia. Ma la signora è donna, si dice democratica e cosmopolita e dispensa carezze alle portoricane del Queen. E tanto basta per sostenerla.
II caso – e i moltissimi ascrivibili allo stesso paradigma – rivela un aspetto centrale della psicologia dei moderati, cioè l’inclinazione ad anteporre nella gerarchia dei pensieri le conseguenze immaginabili dei fatti ai fatti stessi. Ciò preoccupa perché integra una forma di alienazione o paranoia collettiva dove i diritti dell’immaginazione prevalgono sulla realtà e la potenza sull’atto. Mentre si chiedono angosciati di che cosa sarebbe capace un Trump, non si curano di ciò di cui è stata capace Hillary. O per fare un esempio a noi più vicino, mentre paventano le conseguenze di un’uscita dell’Italia dal baraccone europeo, non registrano che quelle stesse conseguenze – disoccupazione, diminuzione del potere d’acquisto, instabilità finanziaria, insicurezza dei risparmi, cessione di asset nazionali, delocalizzazioni produttive, emigrazione giovanile, aumento del debito pubblico, conflittualità tra gli Stati ecc. – si stanno verificando dentro l’Unione e a causa dell’Unione. Il moderato non è programmato per i fatti e non impara nulla dalla storia, neanche quella a lui contemporanea. A tutto vantaggio di chi lo manovra, che non potendo alterare gli eventi storici può invece comodamente scrivere e riscrivere le fantasie che lo orientano nel giudizio.
Spesso mi sono chiesto quali siano i moventi psicologici che spingono i sedicenti moderati a dichiararsi tali e a sottoporsi a un processo di manipolazione così umiliante. Oltre al già detto bisogno di affermare la propria degnità morale, la risposta credo sia da cercare nella qualità estetica dell’apparato mediatico che sostiene l’operazione. I protagonisti e le istituzioni dell’opinione moderata – i quotidiani storici, i salotti televisivi, le firme di Mieli, Mauro, Severgnini, Scalfari, Romano, Galli della Loggia, Ostellino e i volti di Vespa, Fazio, Floris, Mentana e mille altri, se non tutti – incarnano un rassicurante cliché altoborghese che non ha mai smesso di affascinare la nostra classe media. Un cliché senza tempo sotto i cui abiti di sartoria pare indovinarsi una cultura profonda ma non esibita, una proprietà di giudizio che si impone senza urla né insulti, una signorilità indulgente che sa sorridere delle debolezze umane. Ma soprattutto, il savoir-vivre degli uomini di mondo che con accorta eleganza scivolano da un sistema di potere all’altro senza sporcarsi il vestito e cadendo sempre in piedi, quasi appartenessero a una civiltà a sé che trascende gli accidenti storici e se ne immerge senza corrompersi. Ciò che qualcuno – incluso chi scrive – definirebbeprostituzione intellettuale è invece per molti un modello di realizzazione personale e sociale da imitare: di chi si piega (al padrone di turno) ma non si spezza.
II moderato è quindi all’origine un conformista nel senso pieno del termine, in quanto desidera appunto conformarsi all’asettico decoro stilistico e materiale dei sempre-amici del principe, dei quali riconosce solo strumentalmente – cioè per viam imitationis – anche l’autorità intellettuale. Perché in fondo non vuole essere, non cerca un’identità propria. Vuole anzi non essere: provinciale, razzista, fascista, immaturo, populista, omofobo, impulsivo, semplicista, italiano-medio e insomma tutto ciò che nella vulgata del momento lo distinguerebbe dal modello astratto a cui occorre uniformarsi per non stonare nella mandria dei “buoni”.
La fortuna di questa operazione di marketing mediatico e sociale non ha mai conosciuto crisi. Dall’Unità nazionale ad oggi vi si è coltivato un serbatoio di consensi a cui i potenti di turno hanno attinto per legittimare se stessi e i loro atti, anche e soprattutto i più osceni. Un serbatoio di consensi pregiati, perché espressione delle classi mediamente più colte e facoltose, le stesse che amano informarsi e dibattere, diffondere le opinioni e dare vita a movimenti, iniziative a supporto di un’idea e finanche scrivere libri. Non stupisce allora che i partiti politici e gli organi di informazione si contendano l’etichetta di moderati e l’attenzione di quel pubblico: perché i moderati sono la spina dorsale del potere, gli utili inconsapevoli sempre pronti a reggergli il gioco. Qualsiasi gioco.
Alcuni giorni fa il  Corriere della Sera,  organo indiscusso della categoria qui descritta, ripubblicava in occasione del 140° anniversario dalla fondazione il celebre editoriale di Eugenio Torelli Viollier “Al pubblico” apparso sul numero 1 del giornale. Rileggerlo oggi fa quasi spavento. La parola “moderato” vi appare 12 volte e, se non fosse per la prosa datata e i diversi riferimenti storici, potrebbe essere stato scritto ieri. Qui c’è già tutto.
La captatio benevolentiae:
Pubblico, vogliamo parlarti chiaro. In diciassette anni di regime libero tu hai imparato di molte cose. Oramai non ti lasci gabbare dalle frasi. Sai leggere fra le righe e conosci il valore delle gonfie dichiarazioni e delle declamazioni solenni d’altri tempi. La tua educazione politica è matura. L’arguzia, Yesprìt ti affascina ancora, ma l’enfasi ti lascia freddo e la violenza ti da fastidio.
L’epica dell’austerity:
Come il cavaliere templario della ballata di Schiller, il partito moderato mosse diritto almostro del disavanzo, con un mastino al fianco. Questo mastino si chiamava l’Imposta – bestia ringhiosa, feroce, spieiata; ma senz’essa era follia sperare di vincere. L’Italia unificata, il potere temporale de’ papi abbattuto, l’esercito riorganizzato, le finanze prossime al pareggio, – ecco l’opera del partito moderato.
La fregola di congiungersi con i popoli tedeschi:
In grazia loro [del Governo] si è udito Francesco Giuseppe d’Austria dire a Vittorio Emanuele: «Bevo alla prosperità dell’Italia», e Guglielmo di Prussia: «Bevo all’unione de’ nostri popoli».
Il fastidio per la democrazia:
E però ci accade […] di non voler il suffragio universale, se l’estensione del suffragio deve porci in balia delle plebi fanatiche delle campagne o delle plebi voltabili e nervose delle città.
Ma soprattutto, la definizione più precisa e rivelatrice dell’ethos politico moderato: essi sono “conservatori prima, moderati poi”, appartengono cioè al partito […] che ha avuto finora le preferenze degli elettori, – e per conseguenza il potere. Questo partito cadrà un giorno, perché tutto cade, tutto passa a questo mondo…
… ma non i moderati. Loro sono ancora qui, eterni anche nel nome, sempre pronti a schierarsi con il più forte, fieri di essere servi e penosamente illusi di custodire la coscienza civile di questo Paese.
Come si fa a non disprezzarli?
 * Se tutti pensano la stessa cosa, nessuno pensa correttamente

Appello ai giovani

Una generazione di uomini ha distrutto la vostra giovinezza e la vostra patria. Traditi dalla frode, dalla violenza, dall’ignavia, dalla servilità criminosa, voi insieme con la gioventù operaia e contadina, dovete rifare la storia dell’Italia e costituire il popolo italiano. Non frugate nelle memorie o nei nascondigli del passato i soli responsabili di episodi delittuosi; dietro ai sicari c’è tutta una moltitudine che quei delitti ha voluto e ha coperto con il silenzio e la codarda rassegnazione; c’è tutta la classe dirigente italiana sospinta dalla inettitudine e dalla colpa verso la sua totale rovina.

Studenti: mi allontano da voi con la speranza di ritornare a voi maestro e compagno, dopo la fraternità di una lotta assieme combattuta. Per la fede che vi illumina, per lo sdegno che vi accende, non lasciate che l’oppressore disponga della vostra vita, fate risorgere i vostri battaglioni, liberate l’Italia dalla schiavitù e dall’ignominia, aggiungete al labaro della vostra Università la gloria di una nuova più grande decorazione in questa battaglia suprema per la giustizia e per la pace nel mondo[6].

Concetto Marchesi

[1] Il testo del discorso inaugurale dell’anno accademico 1943 – 1944 dell’Università di Padova, di cui il prof. Marchesi era Rettore, può essere letto qui: http://www.anpivittoria.it/docs/marchesi.pdf

Cuius regio, eius religio

Cuius regio, eius religio (“Di chi [è] la regione, di lui [si segua] la religione“, cioè i sudditi seguano la religione del proprio governante) è un’espressione latina che ebbe grande rilevanza all’epoca della riforma protestante e anche nei secoli successivi. Indica l’obbligo del suddito di conformarsi alla confessione del principe del suo stato, sia essa protestante o cattolica[1]. Comunemente si intende riferito alla storia europea del XVI e XVII secolo.

Venne definito nel trattato conseguente alla Pace di Augusta del 1555 dall’imperatore del Sacro Romano Impero Carlo V e dalle forze della Lega di Smalcalda per determinare la religione dell’Impero come coesistenza tra il luteranesimo e il cattolicesimo. Il principio sancito ad Augusta significava che i prìncipi e le città libere avevano la facoltà di introdurre la fede luterana (lo jus reformandi) nel loro territorio, pur godendo degli stessi diritti degli stati cattolici all’interno dell’Impero. La popolazione di confessione diversa da quella del principe, sia che fosse cattolica oppure protestante, doveva adattarsi alla confessione del principe oppure emigrare (grassetto nostro n.d.r.).

Esiste anche la variante “Cuius regio, eius et religio”, nella quale il termine et ha in questo caso funzione rafforzativa (nel senso di “anche”).

In senso lato, il principio del “cuius regio eius religio” implica l’inviolabilità della sovranità nazionale (una nuova concezione di sovranità, che emerge in seno al processo di territorializzazione di un popolo e della sua cultura) e la non ingerenza nella domestic jurisdiction degli stati-nazione[2]

Fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/Cuius_regio,_eius_religio

Ricerca soldati dispersi in Russia

Dall’avvio della sciagurata campagna di Russia dell’esercito italiano sono ormai trascorsi più di 70 anni e, appena un anno fa, una mostra che racchiudeva documenti inediti, immagini e materiali fu aperta a Bondeno per celebrare la triste ricorrenza. Oggi sarà finalmente possibile fare anche luce sulla sorte dei 65 soldati matildei caduti o scomparsi in Russia, attraverso un minuzioso lavoro di ricerca promosso da Comune e Lions Club di Bondeno. Sabato 12 aprile (alle 16.30 in pinacoteca) i parenti delle persone non più tornate dalla campagna dell’Armir (Armata militare italiana in Russia) sono stati invitati dalle autorità cittadine a un incontro in cui riceveranno, in busta chiusa, le ultime informazioni che è stato possibile raccogliere relative ai propri congiunti. Grazie «Ad una ricerca svolta in questi anni da Domenico Morandi e Associazione Unirr (Unione nazionale italiana reduci in Russia), sono state compiute verifiche incrociandoi dati di archivi ex sovietici e quelli nazionali, ed anagrafici locali – scrivono ai cittadini interessati il sindaco Alan Fabbri e il presidente del Lions, Marco Maffiolini -; verifiche che hanno consentito di acquisire ulteriori informazioni sui militari bondenesi caduti o dispersi in Russia, durante il secondo conflitto mondiale».

Nella busta che sarà consegnata o fatta recapitare ai parenti, vi saranno tutte le informazioni note riguardanti ogni giovane militare  disperso/caduto, comprese le foto del campo o del cimitero in cui sono stati sepolti i resti mortali e su cui, eventualmente, sarà possibile portare un fiore.