Chi di RAI ferisce, di RAI perisce

Non so come finirà la fiction sul presidente della Rai, se Foa resterà comunque alla guida, magari da consigliere anziano come accadde nel 2004 al berlusconiano Alberoni o se gli subentrerà Giampaolo Rossi, competente di rai e new media, in discontinuità con la precedente dominazione Rai e in sintonia con le idee di Foa. Forse lo capiremo oggi. Ma sul piano politico si può già dire una cosa: il veto finale su una firma del Giornale alla presidenza della Rai è la conclusione peggiore della parabola berlusconiana. Finire nel rancore, bruciando Foa, allinearsi al pd e alla sinistra sparsa, separarsi dalla Lega e da Fratelli d’Italia, mostrare solo capacità di far fallire, è un miserabile epilogo per Berlusconi. Quel declino che prosegue ormai da anni, ha raggiunto un punto di non ritorno e di rottura di B. col suo popolo e i suoi alleati.

Nessuno pretendeva che Forza Italia si allineasse al governo giallo-verde. È giusto, e perfino utile, che Forza Italia mantenga una linea critica verso le scelte economiche dei grillini, le riforme di Di Maio, il dilettantismo e il pauperismo punitivo di fondo, i grillosinistri genere Fico o le mezze calzette al potere, genere Raggi. Quella linea d’opposizione risponde all’indole dei suoi elettori, al mandato ricevuto e alla propria linea economica e politica.

Ma attaccare il governo per le scelte dell’alleato Salvini, oltretutto coerenti col centrodestra; protestare addirittura contro il metodo, lui Berlusconi che è sempre stato monarca assoluto quando disponeva dei numeri per farlo; e protestare contro Foa arrivando a dire che non è una figura di garanzia, dopo aver ottenuto di piazzare alla presidenza della commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai, un giornalista di Mediaset e dunque tutt’altro che di garanzia per la Rai, significa non avere pudore né senso della realtà. Foa poi rappresenta già come profilo, un forte segno di discontinuità e cambiamento rispetto alla Rai asservita al pd, ideologica e faziosa, capofila dei Mass Merda che falsificano la realtà e la riducono in bianco e nero (più nero che bianco), di cui sta fornendo un campione intensivo e rivoltante in questi giorni. Di fronte al disgusto ormai plateale degli utenti, la Rai prosegue a dedicare mezzo tg alle prediche sul razzismo e in favore dei migranti, tacendo episodi di violenza e di delinquenza compiuti da neri e migranti. Si sofferma tre giorni su un uovo lanciato su un’atleta nera – di cui si esclude la matrice razzista, e tace, ad esempio, su una rissa sanguinosa tra migranti avvenuta ad Andria l’altra sera in un parco in cui stavano giocando i bambini, con spranghe, bottiglie e diversi feriti, anche gravi. Un fatto che ho trovato solo nelle notizie locali dei quotidiani, tra le brevi del “corriere del mezzogiorno” ma che riportato in un mio post ha avuto ben 500mila visualizzazioni. A dimostrazione della fame di verità e dello schifo della gente verso l’informazione. La Rai amplifica le opinioni sul razzismo del Pd e dei sinistresi, campa per tre giorni su un episodio oggettivamente minore, relegando perfino la visita del presidente del consiglio al presidente Usa – la Rai è servizio pubblico! – a terza, quarta, fuggitiva notizia.

Marcello Veneziani

estratto da https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=60825

Propaganda

Inviato a raccontare la cerimonia di apertura e l’incontro inaugurale dei Mondiali 2018 fra Russia e Arabia Saudita, Aldo Cazzullo si è piuttosto esibito (vedi “Corriere della Sera” del 15 giugno) in quello che, senza eccessive forzature, si potrebbe classificare come un esempio di propaganda di guerra nell’epoca in cui la guerra si combatte (almeno per il momento) sui media più che sul campo. Per giustificare tale affermazione citerò alcuni passaggi significativi dell’articolo in questione. <<Ieri i russi hanno acclamato il loro capo, interrompendolo con un’ovazione nonostante il discorso né breve né brillante>> (notare l’uso del termine capo al posto di presidente e l’allusione al servilismo di un popolo che plaude al duce a prescindere dai contenuti del discorso). <<Gli unici fischi vengono dal settore della stampa>> aggiunge l’autore poche righe sotto (il popolo è bue ma a noi giornalisti non la si fa).

Segue la sarcastica descrizione di una tribuna d’onore che <<sembra un vertice di partiti fratelli dell’Unione Sovietica più che una vetrina del mondo libero>>. A parte la qualifica di <<mondo libero>> (riferita a quelle nazioni occidentali che appoggiano il regime neonazista di Kiev; hanno negato al popolo greco il diritto di decidere democraticamente del proprio destino; dichiarano, con le parole del commissario europeo al bilancio, che <<i mercati insegneranno agli italiani come votare>>; contestano ai cittadini “incompetenti” il diritto di decidere su temi “complessi” come la Brexit, il referendum italiano sulle riforme costituzionali, ecc.), l’elenco dei “nemici” totalitari e antidemocratici  comprende: i leader delle ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale, il <<caudillo rosso>> Maduro, nonché l’ex leader socialdemocratico Schroder (<<ormai un famiglio>>). Quanto al principe ereditario saudita (esponente di un regime liberticida tenuto in piedi dalle potenze occidentali!) è lì <<per concordare con Putin il calo delle estrazioni di petrolio in modo da far ulteriormente aumentare i prezzi>>. E qui si tocca il nervo scoperto: il nemico non si definisce in base all’ideologia (a Davos il presidente cinese è stato applaudito come paladino del libero mercato globale) ma allo scontro di interessi (l’affacciarsi della Russia sul teatro mediorientale mette in discussione la secolare egemonia occidentale).

Nel vecchio Corriere – ai tempi in cui la stampa non era ancora ridotta a volgare coro del pensiero unico neoliberista – il compito di parlare senza ipocrisie dei conflitti di interesse era affidato al cinismo disincantato degli Ostellino e dei Romano, oggi tocca all’ipocrisia di “firme” che dissimulano la posta in palio dietro le battute sul folklore: la statua di Lenin accanto ai marchi degli sponsor, Putin che canta (male) qualche nota de la Donna è mobile, gli spettatori obbligati a sfilare fra due ali di militari, <<tipo prigionieri di guerra>> (e qui l’ipocrisia si fa eccesso di zelo antirusso: qualsiasi altro Paese, in tempi di paranoia sul rischio attentati, avrebbe schierato migliaia di agenti e soldati per proteggere un simile assembramento di massa, ma se, malgrado tutto, si verificasse un attentato, scatterebbe immediatamente il coro delle denunce sull’inadeguatezza del sistema di sicurezza).

Finiamo con l’inno russo: musicalmente è meraviglioso ma, a parte le nuove parole, resta quello <<commissionato da Stalin in piena guerra mondiale>>. Insomma, l’accostamento fra Putin e Stalin (come quelli che. in un recente passato, accostarono senza vergogna Saddam Hussein e Milosevic a Hitler per giustificare i bombardamenti “umanitari” su Iraq e Serbia) è di rigore. Putin gode del consenso della schiacciante maggioranza del suo popolo? Ciò durerà solo finché <<la società civile non si farà sentire con maggior forza>>. Quale società civile? Gli oligarchi? Le infime minoranze filo occidentali?

Ma ha davvero senso parlare di propaganda di guerra? Non si tratta semplicemente di un brutto articolo, macchiato da un eccesso di tendenziosità? Purtroppo penso ci sia di peggio e di più. La martellante propaganda antirussa orchestrata dai media occidentali eredita argomenti e stile dalla vecchia propaganda antisovietica per costruire una narrazione che associa vecchia e nuova Russia sotto la categoria del dispotismo e della barbarie orientali; una mistificazione ispirata da una duplice paura: 1) quella per l’ondata populista che, assumendo il ruolo un tempo svolto dal blocco socialista, sfida il dominio delle élite finanziarie e delle caste politiche occidentali (sfida sempre più spesso rappresentata come un rischio di crollo della civiltà democratica e di guerra civile); 2) quella di una crisi geopolitica che rischia di sancire la fine della globalizzazione, ridisegnando i rapporti di forza fra Stati Uniti, Europa, Russia, Cina e una serie di potenze regionali (papa Francesco la chiama la terza guerra mondiale strisciante). E quando cominciano a spirare venti di guerra arriva puntuale la propaganda di guerra.

Carlo Formenti

http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/?p=25323

RAI servizio pubblico?

La questione RAI è un problema politico e di democrazia di prima grandezza.

Dimostra come i cittadini siano presi in giro, e per di più con i loro soldi del canone, ricevendo invece di un pubblico servizio, l’arroganza della casta politica che esercita un potere assoluto, spartitorio, omissivo, diventato disinformazione di massa, estremamente simile alle televisioni private.

Questo sistema è irriformabile e solo una diversa visione del problema può portare ad un cambiamento radicale, che è vitale per la nostra democrazia che non possiede un contrappeso dalla parte dei cittadini, una “public company” televisiva, senza pubblicità, finanziata solo dal canone, dove i cittadini che lo pagano, siano i soli azionisti con il potere di eleggere il presidente (con tutti i poteri e responsabilità ), in regolari elezioni da abbinare alle politiche (canone pagato alla mano), tra personaggi indipendenti da economia, politica, religioni. Dura in carica 5 anni ed è rieleggibile una sola volta.

E’ necessario che sia dichiarato solennemente, chiaramente e giuridicamente, che la RAI è proprietà dei cittadini che autogestiscono, fuori dai partiti, una informazione che sia all’altezza di proteggerli da tutti gli inganni e imbrogli che il potere economico e politico tramano a loro danno, soprattutto per ciò che riguarda la salute, l’ambiente, l’alimentazione, l’economia e le banche.

Una televisione che ci parli della realtà e non sia portavoce delle ignobili balle che raccontano i politici e della pubblicità che ormai è il fattore dominante del pensiero unico edonista e consumista.

E’ vero che internet ha rotto il monopolio dei media e dato la possibilità a molti di far circolare il proprio pensiero, ma vi sono milioni di persone che si affidano solo alla televisione, e questi milioni sono decisivi per vincere le elezioni senza che mai sia offerto loro un punto di vista serio, documentato, indipendente.

Una testimonianza di grande maturità democratica sarebbe quella di abolire l’obbligatorietà del pagamento del canone, lasciando i cittadini liberi di decidere se sostenere o meno una informazione seria e indipendente, senza pubblicità di cui hanno diritto, come azionisti effettivi, di eleggere il presidente.

Sempre in nome di una democrazia più matura, sarebbe corretto che nessun soggetto, nè privato né pubblico, possedesse più di una rete nazionale, smantellando in parte il monopolio di Rai e Mediaset.

Paolo De Gregorio

Il decalogo di Chomsky

Le tecniche di manipolazione dei  media non sono cambiate ( e le abbiamo già ricordate) ma al contrario si sono consolidate tanto da divenire una scienza applicata ; un ripasso può essere utile:

– 1-La strategia della distrazione L’elemento primordiale del controllo sociale è la strategia della distrazione che consiste nel deviare l’attenzione del pubblico dai problemi importanti e dei cambiamenti decisi dalle élites politiche ed economiche, attraverso la tecnica del diluvio o inondazioni di continue distrazioni e di informazioni insignificanti. La strategia della distrazione è anche indispensabile per impedire al pubblico d’interessarsi alle conoscenze essenziali, nell’area della scienza, l’economia, la psicologia, la neurobiologia e la cibernetica. Mantenere l’Attenzione del pubblico deviata dai veri problemi sociali, imprigionata da temi senza vera importanza. Mantenere il pubblico occupato, occupato, occupato, senza nessun tempo per pensare, di ritorno alla fattoria come gli altri animali (citato nel testo “Armi silenziose per guerre tranquille”).

2- Creare problemi e poi offrire le soluzioni. Questo metodo è anche chiamato “problema- reazione- soluzione”. Si crea un problema, una “situazione” prevista per causare una certa reazione da parte del pubblico, con lo scopo che sia questo il mandante delle misure che si desiderano far accettare. Ad esempio: lasciare che si dilaghi o si intensifichi la violenza urbana, o organizzare attentati sanguinosi, con lo scopo che il pubblico sia chi richiede le leggi sulla sicurezza e le politiche a discapito della libertà. O anche: creare una crisi economica per far accettare come un male necessario la retrocessione dei diritti sociali e lo smantellamento dei servizi pubblici.

3- La strategia della gradualità. Per far accettare una misura inaccettabile, basta applicarla gradualmente, a contagocce, per anni consecutivi. (la finestra di Overton) E’ in questo modo che condizioni socioeconomiche radicalmente nuove (neoliberismo) furono imposte durante i decenni degli anni ‘80 e ‘90: Stato minimo, privatizzazioni, precarietà, flessibilità, disoccupazione in massa, salari che non garantivano più redditi dignitosi, tanti cambiamenti che avrebbero provocato una rivoluzione se fossero state applicate in una sola volta.

4- La strategia del differire. Un altro modo per far accettare una decisione impopolare è quella di presentarla come “dolorosa e necessaria”, ottenendo l’accettazione pubblica, nel momento, per un’applicazione futura. E’ più facile accettare un sacrificio futuro che un sacrificio immediato. Prima, perché lo sforzo non è quello impiegato immediatamente. Secondo, perché il pubblico, la massa, ha sempre la tendenza a sperare ingenuamente che “tutto andrà meglio domani” e che il sacrificio richiesto potrebbe essere evitato. Questo dà più tempo al pubblico per abituarsi all’idea del cambiamento e di accettarlo rassegnato quando arriva il momento.

5- Rivolgersi al pubblico come ai bambini. La maggior parte della pubblicità diretta al gran pubblico, usa discorsi, argomenti, personaggi e una intonazione particolarmente infantile, molte volte vicino alla debolezza, come se lo spettatore fosse una creatura di pochi anni o un deficiente mentale. Quando più si cerca di ingannare lo spettatore più si tende ad usare un tono infantile. Perché? “Se qualcuno si rivolge ad una persona come se avesse 12 anni o meno, allora, in base alla suggestionabilità, lei tenderà, con certa probabilità, ad una risposta o reazione anche sprovvista di senso critico come quella di una persona di 12 anni o meno” (vedere “Armi silenziosi per guerre tranquille”).

6- Usare l’aspetto emotivo molto più della riflessione. Sfruttate l’emozione è una tecnica classica per provocare un corto circuito su un’analisi razionale e, infine, il senso critico dell’individuo. Inoltre, l’uso del registro emotivo permette aprire la porta d’accesso all’inconscio per impiantare o iniettare idee, desideri, paure e timori, compulsioni, o indurre comportamenti.

7- Mantenere il pubblico nell’ignoranza e nella mediocrità. Far si che il pubblico sia incapace di comprendere le tecnologie ed i metodi usati per il suo controllo e la sua schiavitù. “La qualità dell’educazione data alle classi sociali inferiori deve essere la più povera e mediocre possibile, in modo che la distanza dell’ignoranza che pianifica tra le classi inferiori e le classi superiori sia e rimanga impossibile da colmare dalle classi inferiori”.

8- Stimolare il pubblico ad essere compiacente con la mediocrità. Spingere il pubblico a ritenere che è di moda essere stupidi, volgari e ignoranti …

9- Rafforzare l’auto-colpevolezza. Far credere all’individuo che è soltanto lui il colpevole della sua disgrazia, per causa della sua insufficiente intelligenza, delle sue capacità o dei suoi sforzi. Così, invece di ribellarsi contro il sistema economico, l’individuo si auto svaluta e s’incolpa, cosa che crea a sua volta uno stato depressivo, uno dei cui effetti è l’inibizione della sua azione. E senza azione non c’è rivoluzione!

10- Conoscere gli individui meglio di quanto loro stessi si conoscono. Negli ultimi 50 anni, i rapidi progressi della scienza hanno generato un divario crescente tra le conoscenze del pubblico e quelle possedute e utilizzate dalle élites dominanti. Grazie alla biologia, la neurobiologia, e la psicologia applicata, il “sistema” ha goduto di una conoscenza avanzata dell’essere umano, sia nella sua forma fisica che psichica. Il sistema è riuscito a conoscere meglio l’individuo comune di quanto egli stesso si conosca. Questo significa che, nella maggior parte dei casi, il sistema esercita un controllo maggiore ed un gran potere sugli individui, maggiore di quello che lo stesso individuo esercita su sé stesso.

di  Noam Chomsky

Fonte: http://www.visionesalternativas.com

UE#3

Moriremo Europei, ma viviamo da Italiani.

Credo che siamo davvero messi abbastanza male. Ma ho anche qualcosa più di un sospetto in merito alla scarsa “vocazione pedagogica” dei quotidiani nel nostro paese. Che sono nettamente schierati con specifiche parti politiche o che – anche se indipendenti – indulgono alla notizia sensazionale, allo scandalo, al pettegolezzo. Si cercano forsennatamente lettori (e clic sul Web per placare la fame degli sponsor) e quindi eccovi serviti:

“La fame ci fa sentire irritati”: una ricerca spiega perché quando siamo affamati “non siamo in noi” (L’Huffington Post);
Natalie Portman e Joaquin Phoenix i vegetariani più sexy del mondo (La Repubblica);
Beyoncé fulmina la sua assistente: «Smettila di sistemarmi il vestito» (Il Corriere della Sera);
Si sbottona: assunta. L’imbarazzante provino della conduttrice di Tg: “Mondo competitivo” (Il Fatto quotidiano);
Dayane Mello, foto hot nuda davanti alla finestra (Libero).

Mi fermo, ma questi splendidi esempi di giornalismo parlano da soli.

http://ilsaltodirodi.com/2015/10/28/hellzapoppin-e-qui-ma-non-fa-ridere/

Qualcosa nell’acqua

In principio fu Laura Boldrini: ministro? Assolutamente no. Chiamatemi Ministra. Combattete il patriarcato insito nei vostri neuroni volgendo al femminile ogni termine vi salti in mente.
Non più avvocatessa, avvocata. Non architetti, architette. Non più italiano, italiese.
E vabbè, se così si fan contente delle persone con così poco, che ti costa, pensavo. Pensavo anche al viceversa. Il gorillo, l’anestesisto, il pediatro. Otorino, se è maschio. Laringoiatra, se è femmina. Che culo scegliere una specialità dal vocabolo double-face, eh? Comunque non avevo né tempo, né spazio, né testa, e non ci ho fatto particolarmente caso.
Ad un certo punto devo essermi distratta quel paio d’anni, e quando son tornata sul pianeta ho trovato che veramente son diventati tutti serissimi. Molto seri. Troppo seri. Troppissimo seri. Guai a scherzare. Rauss ironia, pussa via sorriso, altolà leggerezza!
E tutti completamente ostaggi del politicamente corretto, ma proprio correttissimo, ma ocio che sia C O R R E T T O, totalmente. Talmente totalmente che ormai le cose non so più come definirle per non rischiare di offendere qualcuno.

“Mamma ti ricordi il mio amico Paul?” “No, Paul chi?”
Si apre il baratro. Quello africano? Uhm. Razzista che discrimini la gente a seconda della geografia. Quello nero? Uhm, brutto termine nero, bandito. Il migrante? Il migrato? Quello che viene da lontano? (Fa tantissimo Babbo Natale). Il diversamente italico? Quello che pare Obama?

Alla fine opto per “Quello che sorride sempre”.
Risposta: “Quale sarebbe quello che sorride sempre, sorridono tutti sempre i tuoi amici, sono una manica di deficienti.”

Utile, no?
Ho letto discussioni simili di madri virtuose che stanno insegnando ai figli a non discriminare, con il risultato che il figlio non riesce a farsi venire in mente una locuzione abbastanza efficace per indicare “Camilla, la mia compagna che tagliata a pezzi è normopeso”. Ho letto di una tizia la cui figlia ha detto “Oggi ho giocato col bambino buio”. Il bambino buio è del Senegal. Il bambino buio è una delle definizioni più belle che io abbia mai letto, ma non credo che possiamo iniziare a parlar tutti come bambini di tre anni. Grasso è una parola orrenda e va bandita (grasso è una parola orrenda davvero). Sovrappeso pure. Non si deve giudicare in base al peso. Giusto. Non giudichi, ma vedi. Non giudichi, ma quello che è sovrappeso sovrappeso rimane, e se nessuno in vita mia – e son stati tanti – m’avesse chiamata “nana”, io sarei comunque un individuo sotto il metro e sessanta. Giudicare, discriminare, sfottere, bullizzare una persona in base ad aspetto fisico, colore della pelle, status socio economico o provenienza è orribile. Ma veramente la soluzione è sotterrare le parole “per dirlo”? Eliminare, bandire, cancellare l’aggettivo, cancellerà veramente il punto di appoggio su cui si fa leva per far sentire l’altro una merda?
Perché il problema a mio modesto avviso non è la parola che usi: è il desiderio di far sentire male l’altra persona in quanto inadeguata secondo un TUO standard. E’ – e questo lo noto sempre più ed è una cosa che detesto – il ritenere che l’altra persona DOVREBBE sentirsi male (inferiore, sminuita, in difetto) perché fisicamente o economicamente o culturalmente non risponde al TUO cristo di “standard”, che poi sia perché non è magra, perché non è etero, perché non è giovane o perché non è bianca non cambia nulla.
Comunque la serietà ad oltranza sta dilagando ovunque. Mi hanno iscritta ad un gruppo facebook che parla di libri per bambini. Ci sono recensioni da mani nei capelli. Quel libro è diseducativo perché il papà è imbronciato. Il papà dovrebbe essere felice e sereno. Quel libro è diseducativo perché sminuisce la figura paterna, ovvero racconta di un padre che sala troppo il purè (giuro). Quel libro è orribile, il bambino viene definito piccolo mostro! Quel libro è da mettere al rogo, ci sono i cacciatori, uccidono il leone, il bambino africano viene definito moretto e la madre è, cito testualmente, vestita come una governante all’epoca degli schiavi. Il libro in questione, Pik Badaluk, che io da bambina avevo, e amavo, è stato scritto negli anni ’20. Io ho paura che ‘sta gente cerchi di creare un comitato per la liberazione degli Umpa Lumpa dal cioccolataio schiavista.
Quindi, le parole no.
I libri censurati, come conseguenza.

Buttiamoci sulla musica, dai. Ho cercato di iscrivere Mimosa ad un corso di musica per infanti. Apriti cielo. Il metodo signora mia, IL METODO! CHE METODO CERCA?
Un corso. Di Musica. Tipo che qualcuno canti canzoncine? Qualcuno suonerà qualcosa? Sono bambini piccoli perdio, mica mi aspetto Rachmaninoff. Sì signora, ma che metodo cerca? Psicoqualcosa, Motorio dell’altro, Scuola di Chicago, Maestri Musicoterapisti Giapponesi, Suono della ciotola armonica… eh?
EH? Signora perché guardi che lo sviluppo musicale dei bambini è UNA COSA SERIA, SA.
“Allora, quale metodo cerca, Signora?”
“Ma che ne so! Io sono stonata come una campana e mi piace Taylor Swift! Volevo una vita migliore per mia figlia! Cercavo solo un posto in cui qualcuno suonasse un tamburello!”
Per la cronaca non mi hanno mai più richiamata.

Sono passati quattro anni da quel post di sfogo sul rapporto diretto tra ignoranza e convinzione, ma la sensazione è che vada davvero sempre peggio. Magari è qualcosa nell’acqua.
L’ossigeno, per esempio.

https://verbasequentur.wordpress.com/2017/03/31/qualcosa-nellacqua/

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Il nulla avanza

sangiovanni71
Il 7 luglio 2013 pubblicavamo, su bondeno.com questa fotografia, ripresa (come si legge nel margine sinistro, nel maggio 1971 dal campanile della chiesa di San Giovanni.

Nell’articolo si faceva notare la scomparsa di tutte queste attività commerciali e si invitavano i lettori a compiere la stessa indagine nel loro quartiere.

La novità è che, grazie al potente mezzo della condivisione su FB da parte di un paio di amici, ci sono state ( l’1 e 2 marzo 2017 ) 332 letture dell’articolo “Bondeno è morta” del 24 settembre 2012.

Segno, forse, che qualcuno comincia ad accorgersi della realtà della situazione (che va aggravandosi), ma (col solito fatalismo italico) tira avanti.

Qui, ri-citando noi stessi, dovremmo suggerire la lettura di: https://bondenocom.wordpress.com/2016/03/09/che-fare-2/,

ma per l’oggi ci sentiamo di consigliare la politica dei piccoli passi: evitare i media tradizionali (giornali e televisione) e rileggere i vecchi articoli (quelli dal 2009 sono ancora qui in linea).

La risposta arriverà da sola

 

 

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