Elogio dei dazi

Presumibilmente ce n’era uno anche a Bondeno, visto che il nome è rimasto a un quartiere, io ricordo l’ufficio in viale Repubblica negli anni ’50 (uno degli impiegati era il padre di Romano Gallerani); chiedo soccorso a Edmo Mori e/o Marco Dondi per altre notizie.

Riporto qui invece un lungo estratto di un ex-addetto ai lavori che ne parla in modo positivo:

Ci sono tracce dell’importanza della dogana pubblica e della riscossione di tasse sin da 2.500 anni fa, allorché le merci in entrata nel porto greco del Pireo erano sottoposte a una gabella del 2 per cento sul valore: i primi dazi all’importazione, chiamati pentekostès. Fu Roma a inventare la parola datium, ciò che è dato, per definire l’imposta di transito su merci e persone. Lo stesso termine dogana ha una storia antichissima. Proviene dal turco diwan, che designava sia il luogo del Bosforo ove venivano riscosse le tasse sulle merci in transito, sia il mobile (divano) su cui sedeva il dignitario incaricato. La prima tariffa doganale organica italiana, un elenco di prodotti provvisti di una denominazione e descrizione a fini fiscali è del XVIII secolo, per il settore tessile, protagonista della prima rivoluzione industriale in Inghilterra, seguita alle invenzioni di macchinari come il filatoio (1770) e il telaio meccanico (1786).

Oggi è adottata a livello mondiale una tariffa doganale di migliaia di pagine, organizzata in capitoli e “voci doganali”, che individua ogni manufatto o prodotto della natura. La tariffa dell’Unione Europea con l’indicazione del trattamento tributario all’importazione e all’esportazione di ciascuna tipologia merceologica è unica per i 28 Stati, area di libero scambio non gravata da dazi interni titolare di una politica doganale comune verso i Paesi terzi.

I dazi, insomma, sono una cosa molto seria, tant’è che la reazione isterica a Trump del partito di Davos, il circolo esclusivo e dittatoriale dei globalisti interessati al mercato libero planetario, è stata davvero forte. Si sono ascoltate piccate lezioni di libero scambio da un gigante, la Cina, formalmente comunista che non incoraggia certo libere importazioni nel suo immenso mercato interno. Non è mancata l’intemerata di Angela Merkel, uno strappo rabbioso dopo tre quarti di secolo di sudditanza dei vinti. Il fatto è che la Germania, in tandem con la Cina, è la nazione esportatrice per eccellenza, e vanta un avanzo commerciale annuo di ben 287 miliardi di euro, il che, tra l’altro, è in contrasto con le regole europee. Chi comanda, si sa, fa quello che gli conviene. Altrettanto seccate le reazioni di parte francese ed italiana. I conversi sono i più accaniti: gli ex comunisti riciclati in acerrimi difensori del libero mercato e dell’abolizione dei dazi farebbero tenerezza se non lavorassero contro gli interessi del loro stesso elettorato.

Cerchiamo allora di fare chiarezza, a partire dalla circostanza che, piaccia o no, la politica economica di Trump ha due obiettivi in linea con le promesse elettorali che lo hanno portato alla Casa Bianca. Il primo, da realizzare attraverso imponenti sgravi fiscali, è reindustrializzare l’America, restituendole quel ruolo di regina della manifattura che ha perduto. Non dimentichiamo che negli anni successivi alla vittoria del 1945 l’economia Usa rappresentava il 50 per cento degli scambi mondiali e tale quota si è ridotta della metà.

L’altro scopo è quello di contenere l’avanzata, sinora irresistibile, del Dragone di Pechino, detentore di una larga fetta dello sterminato debito pubblico americano. I dazi posti rappresentano una tipica misura di politica commerciale nei confronti dei competitori diretti dei comparti industriali che si sceglie di rafforzare. Le lagne dei finti o veri liberoscambisti lasciano dunque il tempo che trovano. Altra cosa è prendere atto che una nazione tanto potente, paladina del liberismo e del mercato padrone, allorché si vede minacciata negli interessi, reagisce esattamente come ogni potenza ha sempre fatto nel corso della storia, proteggendo se stessa, erigendo barriere tariffarie, difendendo il mercato interno.

Il protezionismo, in definitiva, è la condizione normale della politica commerciale di tutti gli Stati. La situazione più desiderabile è vendere più di quanto si acquista e il termine mercantilismo rappresenta da secoli tale modello, di cui fu espressione la Francia del grande ministro Colbert, per oltre vent’anni al servizio di Luigi XIV, il Re Sole. La ricetta è apparentemente semplice: poiché la ricchezza della Stato è l’accumulo monetario, è essenziale acquisire valuta attraverso l’esportazione limitando l’esborso per importazione. Non deve essere una sciocchezza, se Germania e Cina, i grandi creditori commerciali, sono tanto nervosi per i dazi americani.

Non dimentichiamo l’importanza della leva valutaria, che ha alimentato il boom italiano negli anni del dopoguerra sino alla gabbia dell’euro. La svalutazione competitiva della lira metteva il vento in poppa alle nostre esportazioni, insieme con la geniale capacità di lavoro e di problem solving (ah, la neo lingua dei sapienti anglofoni!), alimentando una delle stagioni migliori della nostra storia. Oggi tocca agli Usa, accusati non senza fondamento di manipolare al ribasso il valore del dollaro e alla Cina, che mantiene artificiosamente ai minimi lo yuan. Con la moneta unica europea, al contrario, la Germania ha realizzato con altri mezzi la svalutazione del vecchio, fortissimo marco e si sta mangiando le economie di chi non ha capito il gioco, in primis l’Italia.

Del resto, la politica tariffaria nostra si è lungamente basata sulla utilizzazione selettiva della leva daziaria. Da noi, i paesi del mondo erano divisi in tre zone, A, B, C. A quest’ultima apparteneva il solo Giappone, che per decenni fu nostro concorrente diretto, nei confronti del quale erano posti dazi elevatissimi e divieti di importazione, il più severo dei quali ha tenuto la Fiat al riparo della concorrenza nipponica nel settore automobilistico. Adesso Marchionne ha voltato le spalle all’Italia e si giova dei vantaggi della politica fiscale e commerciale degli Usa con la Fca a Detroit. La zona B comprendeva gli Stati del blocco comunista, nei confronti dei quali vigeva una politica di chiusura con eccezioni, rappresentata dal regime delle autorizzazioni ministeriali e degli interessi della grande industria. La Fiat costruì un grande stabilimento in Unione Sovietica, con la fondazione della città chiamata Togliattigrad in onore del leader comunista italiano.

La zona A era a sua volta divisa in tre gruppi. Il primo comprendeva il Mercato Comune Europeo dell’epoca, il secondo il resto d’Europa e i paesi più ricchi come gli Usa, mentre il terzo riuniva Africa e Sudamerica nel gruppone dei PVS, Paesi in Via di Sviluppo, con trattamento doganale unilaterale di favore, sul modello della clausola di nazione più favorita ben noto al diritto internazionale. I livelli dei dazi erano modulati per sostenere il nostro ruolo di economia di trasformazione, evitando dazi sulle materie prime, difendendo nel contempo con imposte elevate in entrata quei settori industriali che sarebbero stati danneggiati da massicce importazioni.

Contemporaneamente, veniva sostenuta l’esportazione, abolendo divieti e dazi in uscita, nonché fiscalizzando il cosiddetto drawback, ovvero la restituzione alle imprese esportatrici dei dazi sopportati all’importazione di prodotti e materiali riesportati o lavorati. Venne trattata come un’opportunità anche la cronica lentezza dei rimborsi IVA attraverso il meccanismo del plafond, che permetteva agli esportatori l’acquisto di beni di estera provenienza senza imposta a sconto dei versamenti IVA.

I residui divieti all’esportazione vennero – e restano- mantenuti per motivi politici. Non si vendono armi, sistemi informatici o prodotti chimici a Stati con cui siamo in cattivi rapporti; in più c’è il sistema dell’embargo e delle autorizzazioni ministeriali. Oggi assistiamo a gravi perdite per le imprese italiane che lavorano sul mercato russo ed è più costoso l’approvvigionamento energetico, il che dimostra quanto sia importante la sovranità nazionale. Ben difficilmente un’Italia indipendente avrebbe elevato sanzioni nei confronti della Russia, da cui non ci dividono né controversie territoriali, né contese economiche o insanabili contrasti politici, fornitrice di energia a buon prezzo, acquirente di prodotti di punta della nostra economia. Sappiamo chi ringraziare.

I dazi assomigliano alle chiuse di un fiume. A seconda delle necessità, le paratie possono funzionare a regimi diversi: passa più o meno acqua in base alle scelte delle autorità o alla disponibilità della risorsa idrica. Ciò che non si può fare è chiudere completamente il flusso; in tutti i tempi e sotto ogni cielo, l’uomo ha commerciato con i vicini e anche con i lontani. La dogana, sempre, si è identificata con un confine, una linea di divisione, un luogo di decisione, dentro o fuori. Oggi è di moda, in ossequio al liberismo economico unito al suo doppio, l’universalismo culturale, la stucchevole espressione “costruire ponti, abbattere muri “. Noi affermiamo che si tratta di una sciocchezza travestita da virtuoso senso comune. Gli uomini hanno sempre gettato ponti, ma nel momento stesso in cui univano due rive, ne riconoscevano l’esistenza distinta, prendevano atto delle distanze e delle convergenze di chi viveva ai lati.

Una frontiera riconosciuta e rispettata, dalla quale sorgono doveri di identificazione e limitazioni commerciali di cui i dazi sono il simbolo, è un luogo di conoscenza, cinghia di trasmissione, presa d’atto di differenze che vengono insieme riconosciute e neutralizzate dalla presenza di una sbarra mobile, che si apre, ma che può anche chiudersi, la linea doganale, il confine. La filologia mente di rado: confine deriva da cum –finis, avere in comune un limite. E’ ovvio che ogni confine debba aprirsi, ma a determinate condizioni, osservati criteri stabiliti. L’economia, il commercio sono parte della vita degli uomini, i quali talvolta alzano muri o barriere per proteggere se stessi. Aprire indiscriminatamente, abolire il limes, il limite, la barriera, espone a rischi incalcolabili. Non a caso esistono opere dell’ingegneria come la Grande Muraglia cinese e il Vallo di Adriano.

La moneta euro, al riguardo, presenta una simbologia che non lascia dubbi: nessuna immagine di grandi uomini, re o regine, nessuna iconografia legata a opere d’arte riconoscibili del genio europeo, solo stilizzazioni di ponti e finestre. Nessun limes, nessuna linea di confine, basta dogane. Tutto e tutti possono entrare e uscire senza controllo e in assenza di giudizio politico, anzi il pre-giudizio è che non debbano esistere limiti. Follia culturale che diventa impotenza pratica e libero dispiegarsi delle forze distruttrici. John Keynes li chiamò spiriti animali del capitalismo e Joseph Schumpeter, più immaginifico, distruzione creatrice.

Roberto Pecchioli

in https://www.maurizioblondet.it/elogio-dei-dazi/

Chi ha orecchie per intendere, intenda

IN ITALIA? PER ORA SOLO OCHE STARNAZZANTI
ma…IL NORD EUROPA TAGLIEGGIA E SFRUTTA COME FA DA SECOLI

LA7 ore 8:15 – OMNIBUS La Germania ha sforato perché ha fatto le riforme sul lavoro…le chiamano riforme …un dibattito inascoltabile

E allora andiamo a vedere questi campioni di tedeschi cui hanno seguito i francesi e gli italiani cosa hanno combinato e cosa ci vende invece la propaganda dell’informazione spiccia…

IL MIRACOLO TEDESCO SULLA PELLE DEGLI ALTRI.
Sono anni che ci sentiamo ripetere che la Germania è stata brava nel portare avanti le riforme.
Vediamo in cosa consistono e quanti danni hanno provocato al popolo europeo.
Da circa venti anni lo stato tedesco porta avanti le politiche di flessibilizzazione e di precarizzazione del mercato del lavoro con tagli fortissimi allo Stato sociale.
Fu Gerhard Schröder,Cancelliere della Germania dal 1998 al 2005 e politico del Partito Socialdemocratico di Germania, che fra il 2000 e il 2005 introdusse gran parte delle leggi all’origine del “pieno impiego precario” trasformando lavoratori inattivi e disoccupati nell’esercito impressionante dei “working poors” o lavoratori poveri.
Nel gennaio 2003 furono introdotti i contratti chiamati “mini job” attraverso la famosa legge HARTZ II la quale sollevando i datori di lavoro dalle contribuzioni sociali e non garantendo agli assunti né la copertura per la disoccupazione né la pensione legalizzava una sorta di lavoro nero.
Un anno dopo la legge HARTZ III impone la ristrutturazione per le agenzie nazionali e federali per l’impiego. L’obiettivo? Intensificare il controllodei comportamenti e dunque della vita dei lavoratori poveri.
Ecco che nel 2005 ancora una volta la sinistra tedesca vota a favore della legge HARTZ IV riducendo la durata delle indennità da tre anni a un anno irrigidendo le condizioni di accesso e obbligo di accettare qualunque lavoro proposto e salutando in finale l’indennità di disoccupazione sostituita da una sorta di reddito di solidarietà (374 euro).
Naturalmente chi rifiuta di accettare lavori sotto-qualificati vede vede la riduzione delle indennità versate ai disoccupati e chi accetta si confronta con una remunerazione di anche 1 euro l’ora – la cosiddetta addizionale al sussidio disoccupazione -.
Ma la ciliegina sulla torta arriva con la possibilità di ridurre gli indennizzi di disoccupazione per coloro che hanno dei risparmi.
Neppure l’alloggio è più sicuro poiché se considerato fuori dallo standard statale verso l’assistito può essere oggetto di trasferimento.
Le cifre:
Circa 7 milioni sono stimati i beneficiari dell’HARTZ IV
I pensionati stimati costretti a consolidare le loro pensioni con i mini-job sono circa un milione.
Il part-time riguarda il 25% della popolazione
Ecco il miracolo tedesco!
Una proliferazione crudele e selvaggia della precarietà: sotto-impieghi e sotto-salari
Viene così razionalizzata la povertà in un mercato del lavoro di poveracci che spingono anche i più fortunati nell’inferno che porta il nome di Agenda 2010 (un programma micidiale che ha ridotto l’aspettativa di vita per le persone a basso reddito.
Il primo paese a importare dagli Stati Uniti il famigerato “progresso liberista” è dunque la Germania
La povertà è divenuta finalmente una variabile strategica della flessibilità del mercato del lavoro dietro al ricatto del debito e ciò possiamo riscontrarlo anche in Italia, Grecia, Portogallo, Spagna, Irlanda, Francia.
La logica statutaria e istituzionale della regolamentazione del lavoro è passata così dai “diritti uguali per tutti” a una logica contrattuale e discrezionale (occorre firmare un contratto preventivo che legittima in sintesi l’esercizio del potere).
Hanno già il controllo
Vogliono il plebiscito
È una legge spirituale che lo chiede altrimenti non potranno mai farci davvero soccombere
continua….

A.R. Stralci di ricerca da “Dietro il ricatto del debito”

L'immagine può contenere: spazio all'aperto
Anna Rossi

Pasto gratis

Che prima della Fornero il sistema pensionistico italiano fosse perfettamente sostenibile, soprattutto nel lungo periodo, a causa delle riforme precedenti (anzi perfino troppo sostenibile visto che il sistema contributivo attuale garantisce, per chi arriverà a prenderla, una miserabile pensione da fame incompatibile con i diritti sanciti dalla Costituzione) e che tutta la martellante propaganda mediatica in proposito si fonda su menzogne e fakenews, ce lo dice perfino un rapporto della Commissione Europea dell’epoca in cui si parla, a pag. 50, di “debito implicito”, cioè debito dello Stato di lungo periodo comprensivo degli impegni assunti in materia previdenziale.

Come si vede nella figura, i debiti impliciti degli Stati dell’Unione Europea secondo lo stesso modo becero di pensare della Commissione, sono considerati tutti “non sostenibili”, eccetto (incredibile ma vero!) proprio quello dell’Italia (simbolino IT cerchiato in blu a sinistra della linea rossa di non sostenibilità) e della Lituania.D’altronde, nonostante TG, giornali, talk show (e Boeri) ripetano all’unisono 24/7 che la spesa per pensioni è insostenibile, in crescita esponenziale e minacciando scenari apocalittici se non verranno attuate le “sacre” prescrizioni di Governo e UE, gli stessi dati del Governo ci raccontano tutt’altro: la spesa è destinata a calare vistosamente pur in presenza di un numero di anziani con un trend in forte crescita.

L’obiettivo della Fornero dunque non era tanto e solo aumentare l’età pensionabile ma

  1. Avviare il processo di taglio retroattivo delle pensioni in essere scardinando l’art.38 della Costituzione
  2.  Favorire il colossale business dei fondi pensione privati, sulla pelle dei lavoratori, che saranno anche scippati del proprio TFR per far fronte ai tagli

 

Se infatti la Fornero avesse, fin dal 2011, tagliato i trattamenti dei pensionandi del 30%, la cosa sarebbe stata dichiarata incostituzionale dalla Consulta. Invece ha agito in 2 fasi: prima ha aumentato l’età a livelli assurdi e poi ha consentito di tornare circa all’età di prima con un taglio del 30%, tramite il meccanismo perverso dell’APE.

Quindi i classici 2 piccioni con una fava: si tagliano retroattivamente le pensioni bypassando la Consulta perché ora fanno apparire il meccanismo come una “opportunità” e si fa un colossale regalo a banche e assicurazioni che incasseranno dall’APE una rendita parassitaria miliardaria (e a rischio zero, visto che il tutto è garantito dallo Stato), dunque abbiamo il cosiddetto “pasto gratis” (per la finanza N.d.R.)  che, secondo le teorie neoliberiste, non dovrebbe esistere.

Leggi tutto su http://appelloalpopolo.it/?p=36773

E’ solo un’opinione

È “opinione della Banca Centrale Europea” che il programma di protezione dei depositi non sia più necessario:

 

La copertura dei depositi protetti e dei crediti  soggetti al programma di compensazione degli investitori dovrebbe essere sostituita da esenzioni discrezionali limitate concesse dall’autorità competente al fine di mantenere un certo grado di flessibilità“.

 

Per tradurre dal gergo “legalese” dei burocrati della BCE, questo può significare che l’attuale soglia dei depositi di 100.000 euro, attualmente protetti in caso di bail-in, potrebbe presto venire meno. Ma non preoccupatevi amici risparmiatori, perché la BCE è del tutto consapevole della rivolta che questo potrebbe causare, per cui sono stati così gentili da proporre quanto segue:

 

…durante il periodo di transizione, i depositanti dovrebbero avere accesso a un ammontare dei loro depositi garantiti adeguato a coprire il loro costo della vita entro cinque giorni lavorativi dalla richiesta

 

Che sollievo, dovrete aspettare solo cinque giorni prima che qualche “autorità competente” giudichi quale sia l’ “ammontare adeguato” che vi spetta del vostro denaro affinché possiate mangiare, pagare le bollette e andare al lavoro.

 

Quanto sopra è tratto da un documento della BCE pubblicato l’8 novembre 2017 e intitolato “Sulla revisione del quadro di gestione di crisi nell’Unione“.

http://vocidallestero.it/2017/11/21/zh-la-bce-propone-di-metter-fine-alla-protezione-dei-depositi/

I rimedi suggeriti non sono alla portata di un comune risparmiatore, ma li riportiamo per completezza, rimandando alla lettura dell’articolo originale.

Un po’ di storia

Dice infatti Lincoln negli anni ‘60, durante la guerra civile: “La moneta è la creatura della legge e la sua emissione originaria dovrebbe essere riservata come un monopolio esclusivo al governo nazionale. Avendo il potere di creare ed emettere valuta e credito in forma di moneta, e godendo del diritto di ritirare dalla circolazione valuta e credito per mezzo della tassazione o in altro modo, il governo non ha bisogno di prendere a prestito, né dovrebbe farlo, capitale a interesse come mezzo per finanziare opere ed imprese pubbliche. Il governo dovrebbe creare, emettere e far circolare tutta la valuta e il credito necessari a soddisfare il suo potere di spesa e il potere d’acquisto dei consumatori. Il privilegio di creare ed emettere moneta non solo è la prerogativa suprema del governo, ma è la sua più grande opportunità creativa. Con l’adozione di questi principi sarà soddisfatta l’esigenza sentita da sempre di un mezzo uniforme. Il contribuente risparmierà somme immense in interesse, sconti e scambi. Il finanziamento di ogni impresa pubblica, il mantenimento di un governo stabile e di un processo ordinato e la gestione del Tesoro diventeranno materia di amministrazione pratica. Il popolo può e vuole avere una moneta sicura come il suo governo. La moneta cesserà di essere il padrone e diventerà il servo dell’umanità.3

Non stupisce dunque che il 14 aprile Abraham Lincoln sia stato assassinato in un teatro di Washington, né che il suo assassino, John Wilkes Booth, sia stato ingaggiato dal tesoriere della Confederazione, e che questi fosse a sua volta socio del primo ministro inglese Benjamin Disraeli e intimo dei Rothschild di Londra.

http://appelloalpopolo.it/?p=35809

Il valore è il prezzo

Di conseguenza, la sfera pubblica – lo spazio in cui offriamo ragioni e contestiamo le ragioni degli altri – cessa di essere lo spazio della deliberazione, e diventa un mercato di click, like e retweet. Internet è la preferenza personale enfatizzata dall’algoritmo; uno spazio pseudo pubblico che riecheggia la voce dentro la nostra testa. Piuttosto che uno spazio di dibattito in cui facciamo il nostro cammino, come società, verso il consenso, ora c’è un apparato di affermazione reciproca chiamato banalmente “mercato delle idee”. Quello che appare pubblico e chiaro è solo un’estensione delle nostre preesistenti opinioni, pregiudizi e credenze, mentre l’autorità delle istituzioni e degli esperti è stata spiazzata dalla logica aggregativa dei grandi dati. Quando accediamo al mondo attraverso un motore di ricerca, i suoi risultati vengono classificati, per come la mette il fondatore di Google, “ricorrentemente” – da un’infinità di singoli utenti che funzionano come un mercato, in modo continuo e in tempo reale.

 

A parte l’utilità straordinaria della tecnologia digitale, una tradizione più antica e umanistica, che ha dominato per secoli, aveva sempre distinto fra i nostri gusti e preferenze – i desideri che trovano espressione sul mercato – e la nostra capacità di riflessione su quelle preferenze, che ci consente di stabilire ed esprimere valori.

 

Un sapore è definito come una preferenza su cui non si discute”, ha scritto una volta il filosofo ed economista Albert O Hirschman. “Un gusto che si può contestare, con se stessi o con gli altri, cessa ipso facto di essere un gusto – diventa un valore“.

http://vocidallestero.it/2017/10/19/neoliberalismo-lidea-che-ha-inghiottito-il-mondo/

Dormiamo tranquilli

La finanza sembra innocua: non la si vede, non è opprimente, non è invasiva; vive e ci lascia vivere; in fondo, è buona, o, almeno, la si può considerare umana. O no? Sì, è vero: controlla la pubblicità e le bollette, i governi e le grandi organizzazioni sovranazionali; mette al posto giusto i suoi uomini, sulle poltrone più alte, nelle posizioni più importanti; ma insomma, bisogna pur fidarsi un poco, non si può mica vivere nella cultura del sospetto. Non bisogna pensare troppo male della finanza: che cosa sarebbe di noi, senza di lei? Chi finanzierebbe le campagne contro la fame nel mondo? Chi finanzierebbe le ricerche contro il cancro? E chi finanzierebbe le fondazioni culturali, che ci permettono di ascoltare a viva voce la conferenza del pensatore o del sociologo o dell’autore di best-seller di turno?

Via, bisogna pure ammetterlo: siamo fortunati che la finanza c’è. È la finanza che sovvenziona gli studi, i sondaggi, le ricerche, le previsioni, le inchieste; che colma i deficit di bilancio delle fondazioni private e delle università statali; che promuove i Rotary, che dà smalto al sapere. Non bisogna vedere tutto nero, non bisogna gridare sempre al lupo; non si deve fare del terrorismo psicologico. Avremo pure il diritto di vivere in santa pace e di dormire sonni tranquilli.

Leggi tutto su http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=51940