Riscatto o ricatto?

Il principio che regge l’assegnazione delle pensioni deve ridiventare parzialmente retributivo con l’aggiunta di una bella fetta di redistributivo/sociale, mentre il contributivo deve ritornare da dove viene: il settore privato bancario assicurativo. In tale sistema, il contributivo servirà unicamente ad alimentare un fondo pensioni PRIVATO per chi volesse, o potesse, farsi la pensione complementare.

Soprattutto perché, trasferendo il principio contributivo al settore previdenziale, abbiamo trasferito principi di diritto privato e bancario a un diritto che dovrebbe essere sociale e pubblico, in ossequio alla Costituzione: diritto al reddito minimo e diritto a una congrua pensione. Il risultato? Abbiamo distrutto il previdenziale: un servizio pubblico ispirato ai principi di solidarietà economica e sociale, dell’articolo 2 della Costituzione,

Come se non fosse bastata questa ignominia, ce n’è stata un’altra: il passaggio al contributivo secco, come è stato operato dai traditori del popolo italiano, mieterà ancora tanta macelleria sociale ed è consistito in una spoliazione pura e semplice dei nostri diritti, in un contesto recessivo che dura da decenni, di disoccupazione galoppante e di suboccupazione, occupazione precaria e contrattini stagionali, temporanei, a cottimo e quant’altro, che non assicurano la continuità dei contributi tale da raggiungere, in moltissimi casi, pensioni decenti o pensioni tout court.

In tutti i paesi europei, laddove esiste prevalentemente il contributivo, non solo esiste il sussidio alla disoccupazione, ma esiste, inclusa in esso, la continuità contributiva alla pensione.

Ora noi in Italia ci troviamo nella peculiare situazione in cui, non solo NON esiste il sussidio generale alla disoccupazione e suboccupazione (che i 5S vogliono realizzare con il “reddito di cittadinanza” sebbene da come lo descrivono mi sembra poco universale), ma siamo passati al contributivo secco che sta penalizzando e penalizzerà almeno due se non tre generazioni di italiani: dai cinquantenni in giù. Siamo passati a un contributivo secco senza alcun ammortizzatore sociale, senza alcuna garanzia simile a quelle che esistono negli altri paesi europei. Una riforma pensionistica sporca, brutta e cattiva, attorno alla quale non si è riflettuto abbastanza sui principi che la reggono, e sulla loro conformità alla Costituzione.

Anzi, passare al contributivo secco in realtà, è assolutamente incostituzionale, in quanto non assicura e non assicurerà quelle pensioni decenti per la dignità del cittadino, in un frangente di disoccupazione, licenziamenti, recessione e deflazione, oltre che di fuga di materia grigia all’estero. Il contributivo è contrario alla solidarietà economica e sociale.

Siamo l’unico paese inoltre in cui l’istituto previdenziale nazionale richiede un riscatto ai suoi cittadini scappati all’estero a studiare e/o a lavorare e ritornati in patria in un’età non ancora pensionabile. “Riscatto”, una parola che quando mi è stata proposta, non conoscevo in tal veste. Riscatto de che? Sicuri che non sia piuttosto un “ricatto”? O paghi, e SALATO, o sei FUORI!!

Tutto questo perché, in questa Europa fandonia, dove sono riusciti a imporci una NON moneta NON unica, non sono neanche riusciti a trovare un accordo tra Stati membri per una continuità pensionistica dei cittadini che si spostano, una uniformità di principi, al fine di tutelare la tanto vantata libera circolazione dei lavoratori.

Sarebbe quindi il caso di riflettere a quale tipo di società desideriamo anche per i nostri anziani, e per noi quando saremo anziani, a quale principio vogliamo che si ispiri la redistribuzione pensionistica e, last but not least, quali debbano essere gli strumenti per tale redistribuzione.

Inutile dirvi che la mia risposta è sempre quella. Con la sovranità monetarie noi avremmo il potere di creare potere di acquisto da redistribuire ai nostri anziani, non solo, ma alla sanità, alla ricerca, alla scuola, alle opere pubbliche ecc ecc ecc

Per arrivarci dobbiamo sicuramente riprendere la crescita, con un sistema di aiuti di stato come hanno paesi come Francia e Germania in barba alle regole Antitrust UE, ricreare l’IRI (come la Francia) e rinforzare il comparto pubblico industriale e DEL TURISMO. Dobbiamo anche e soprattutto liberarci della mafia degli idrocarburi, che poi è quella della moneta, che ci sta imponendo la globalizzazione che conosciamo, con immissione di merci e forza lavoro in dumping.  Sembra impossibile, ma con la nostra consapevolezze ci arriveremo.

Dobbiamo infine liberarci soprattutto dei nostri steccati mentali e, a giudicare da quanto questa tematica sia così lontana dalla mente di tutti, mi sembra la cosa più difficile di tutte: dal retributivo ne siamo appena usciti dopo decenni in cui ce l’hanno dipinto come pessimo. La propaganda è riuscita, inutile dirvi che è quella strumentale ad accettare l’euro e la progressiva cessione di qualsiasi sovranità. La quale fa il paio con la progressiva spoliazione di qualsiasi diritto sociale ed economico, della persona.

Se vogliamo ricuperarli, dobbiamo rimettere in discussione tutti i frame errati che ci hanno inculcato. Uno di questi è senza dubbi, il contributivo, assolutamente.

Nicoletta Forcheri

https://nicolettaforcheri.wordpress.com/2018/07/14/il-contributivo-e-incostituzionale/

Islanda: un monito, un esempio

DI ALESSIO MANNINO
ilribelle.com

Una nazione minuscola che ha avuto la forza di ribellarsi allo strapotere bancario. Una rivoluzione, che passa anche da un nuovo testo costituzionale, finalizzata a impedire che gli interessi del Paese vengano sacrificati a quelli delle oligarchie della finanza internazionale

Piccola e dimenticata, l’Islanda ci fa da monito. L’isola solitaria fra il Polo Nord e la Gran Bretagna, appena 300 mila anime, una piccola patria di pescatori, ha osato l’inosabile: ribellarsi alla plutocrazia globale.

Ecco la storia. Alla fine del 2008 la crisi finanziaria si abbatte come un ciclone sugli islandesi, che nell’ottobre decidono di nazionalizzare la banca più importante del paese, Landsbanki.

Seguono a ruota la Kaupthing e la Glitnir. I debiti degli istituti falliti sono in gran parte con la City di Londra e con l’Olanda. La moneta nazionale, la corona, è carta straccia e la Borsa arriva a un ribasso del 76%. Il governo conservatore di Geir H. Haarden chiede l’aiuto del Fondo Monetario Internazionale, che approva un prestito di 2 miliardi e 100 milioni di dollari, integrato da altri 2 miliardi e mezzo di alcuni Paesi nordici. Le proteste popolari si susseguono in un crescendo che porta alle dimissioni del primo ministro nel gennaio 2009 e a elezioni anticipate nell’aprile successivo. Dalle urne esce vincitrice una coalizione di sinistra, che non riesce a frenare la caduta dell’economia. L’anno si chiude con una diminuzione del 7% del Pil.

Il nuovo esecutivo propone la restituzione dei debiti a Regno Unito e Olanda mediante il pagamento di 3 miliardi e mezzo di euro, somma che pagheranno tutte le famiglie islandesi mensilmente per i prossimi 15 anni al 5,5% di interesse. Nel gennaio 2010 il capo dello Stato, Ólafur Ragnar Grímsson, si rifiuta di ratificarla e dà soddisfazione al popolo che reclama un referendum sulla questione. Il risultato della consultazione che si tiene a marzo è schiacciante: il 93% dei votanti dice no. La ragione è semplice: perché dover pagare tutti gli effetti di una crisi di cui sono responsabili i banchieri, protetti e coccolati dall’Fmi e dal sistema finanziario che tiene sotto ricatto il paese? La rappresaglia non si fa attendere: l’Fmi congela immediatamente gli aiuti.

Solo a questo punto il governo di sinistra, coi forconi puntati davanti al parlamento, si decide al gran passo: denuncia e fa arrestare i bankers. L’Interpol emana un ordine internazionale di arresto contro l’ex-Presidente della Kaupthing, Sigurdur Einarsson. In questo clima da resa dei conti, lo scorso novembre si riunisce un’assemblea costituente per scrivere una nuova Costituzione che rifondi il piccolo Stato islandese sottraendolo allo strapotere del denaro virtuale. Il criterio con cui essa viene eletta vuol dare il segnale di un rinnovamento reale, profondo: si scelgono 25 cittadini senza appartenenza politica tra i 522 che hanno presentato la loro candidatura, per la quale era necessario solo essere maggiorenni ed avere l’appoggio di trenta persone. La nuova magna charta sta per essere presentata proprio in questo periodo.

Nulla si è saputo da noi di questa Rivoluzione d’Islanda. Pacifica ma dura e determinata. A rileggerne i punti fondamentali, nel paragone con l’immobilismo conservatore che vige dalle nostre parti c’è di che farsi venire un brivido lungo la schiena: dimissioni in blocco di un governo, nazionalizzazione delle banche, referendum perché il popolo decida sulle decisioni economiche fondamentali, carcere per i responsabili della crisi, riscrittura della costituzione da parte dei cittadini. L’unica ombra che grava sul corso politico dell’isola è la richiesta di ingresso nell’Unione Europea. Perché voler buttare nel gelido mare del Nord tutto il magnifico lavoro fatto finora, esempio per gli uomini liberi d’Europa, per aderire a un superstato controllato da banchieri e manager delle multinazionali? Perché i fieri islandesi non provano a perseverare nella retta via, imitando i loro ovini e cavalli, lasciati liberi di in ampi pascoli senza recinti e senza cani da guardia?

Alessio Mannino
Fonte: http://www.ilribelle.com
Link: http://www.ilribelle.com/la-voce-del-ribelle/2011/3/11/islanda-un-monito-un-esempio-free.html
11.03.2011

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L’URL per questa storia è:
http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=8065

NOTA: l’articolo è del 2011, nel frattempo il sito è diventato www.comedonchisciotte.net/, ma non avendo pagato per il prefisso https, viene considerato “non sicuro” da Chrome; se avete pazienza potete vederlo con Firefox o con Opera e fare una ricerca per argomenti sull’Islanda: troverete tutti gli aggiornamenti sul tema.

Pasto gratis

Che prima della Fornero il sistema pensionistico italiano fosse perfettamente sostenibile, soprattutto nel lungo periodo, a causa delle riforme precedenti (anzi perfino troppo sostenibile visto che il sistema contributivo attuale garantisce, per chi arriverà a prenderla, una miserabile pensione da fame incompatibile con i diritti sanciti dalla Costituzione) e che tutta la martellante propaganda mediatica in proposito si fonda su menzogne e fakenews, ce lo dice perfino un rapporto della Commissione Europea dell’epoca in cui si parla, a pag. 50, di “debito implicito”, cioè debito dello Stato di lungo periodo comprensivo degli impegni assunti in materia previdenziale.

Come si vede nella figura, i debiti impliciti degli Stati dell’Unione Europea secondo lo stesso modo becero di pensare della Commissione, sono considerati tutti “non sostenibili”, eccetto (incredibile ma vero!) proprio quello dell’Italia (simbolino IT cerchiato in blu a sinistra della linea rossa di non sostenibilità) e della Lituania.D’altronde, nonostante TG, giornali, talk show (e Boeri) ripetano all’unisono 24/7 che la spesa per pensioni è insostenibile, in crescita esponenziale e minacciando scenari apocalittici se non verranno attuate le “sacre” prescrizioni di Governo e UE, gli stessi dati del Governo ci raccontano tutt’altro: la spesa è destinata a calare vistosamente pur in presenza di un numero di anziani con un trend in forte crescita.

L’obiettivo della Fornero dunque non era tanto e solo aumentare l’età pensionabile ma

  1. Avviare il processo di taglio retroattivo delle pensioni in essere scardinando l’art.38 della Costituzione
  2.  Favorire il colossale business dei fondi pensione privati, sulla pelle dei lavoratori, che saranno anche scippati del proprio TFR per far fronte ai tagli

 

Se infatti la Fornero avesse, fin dal 2011, tagliato i trattamenti dei pensionandi del 30%, la cosa sarebbe stata dichiarata incostituzionale dalla Consulta. Invece ha agito in 2 fasi: prima ha aumentato l’età a livelli assurdi e poi ha consentito di tornare circa all’età di prima con un taglio del 30%, tramite il meccanismo perverso dell’APE.

Quindi i classici 2 piccioni con una fava: si tagliano retroattivamente le pensioni bypassando la Consulta perché ora fanno apparire il meccanismo come una “opportunità” e si fa un colossale regalo a banche e assicurazioni che incasseranno dall’APE una rendita parassitaria miliardaria (e a rischio zero, visto che il tutto è garantito dallo Stato), dunque abbiamo il cosiddetto “pasto gratis” (per la finanza N.d.R.)  che, secondo le teorie neoliberiste, non dovrebbe esistere.

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Pacta servanda sunt

La sentenza con cui la “consulta”  ha dichiarato “legittima” la misura del governo  circa la rivalutazione  parziale delle pensioni escludendo quelle che eccedono 6 volte quella minima  ha del clamoroso, e merita un commento.

Premetto che sono persona interessata e colpita in pieno da tale sentenza che non sancisce alcuna  rivalutazione in base al perso potere di acquisto negli ultimi  anni ( circa il 10%), e che non sono un giurista ma che conosco la nostra Costituzione per averla studiata all’università ( nell’ambito dell’esame di Diritto Pubblico) e per averla ripresa in mano qualche anno fa, all’interno di  un simposio, in una delle aule del Parlamento dedicate a iniziative culturali, che vedeva studiosi di varie discipline ( la mia parte riguardava l’Economia Politica)  guardare alla nostra Magna Carta  dal punto di vista di queste ultime.

Per amore di sintesi la sentenza in predicato può riassumere la sua “ratio” nel fatto che il blocco del meccanismo di adeguamento all’inflazione delle pensioni in essere  risulta “equilibrato”, tenendo conto delle stringenti esigenze del bilancio statale ,ed è a favore di queste,  e della gradualità delle rivalutazioni delle pensioni, in funzione del loro rapportarsi a quella minima, sino al totale annullamento di tale rivalutazione come appena ricordato, in ragione della “progressività” della tassazione sancita in Costituzione.

Un vero scandalo intellettuale e morale!

Dal punto di vista “intellettuale” va sottolineato che la Consulta nella fattispecie confonde il principio della progressività testé ricordato che ha carattere UNIVERSALE, riguardando tutti i cittadini e non già una sola categoria – per cui la richiamata “ragion di Stato” diventa politico-“partitica”.

Dal punto di vista  dell’etica pubblica, perché  a quanto appena detto va aggiunta la considerazione che la sentenza colpisce vigliaccamente una categoria di persone particolarmente debole sul piano sociale ( e delle energie e risorse mobilitabili): in quanto fuori dai processi lavorativi i pensionati sono per definizione disarmati rispetto all’unica arma  che hanno i lavoratori :lo sciopero.

Ferme rimanendo le  più che condivisibili motivazioni dei ricorrenti (che non staremo qui a ripetere) una di queste va ribadita con forza e sdegno: nelle scelte di vita le prospezioni della futura pensione e della sua certezza ( pensione = salario differito), può aver portato a non opzionare altre fonti di reddito e attraenti alternative professionali  dal punto di vista pecuniario, per coerente impegno nel proprio lavoro e nel proprio ruolo sociale. Nel mio caso come professore universitario e specie nella mia disciplina la circostanza appena vista è stata fondamentale:  risentendo fortemente i vincoli di una missione che storicamente (da Bacone in poi, “knowledge is power”, e più recentemente da Julien Benda in poi)  corrisponde a quella del ruolo degli “intellettuali nella storia”.

Se poi si tiene conto della remunerazione e dei privilegi dei giudici costituzionali e della diffusa  prassi, denunciata gia’ da organi di stampa, che li vede promuovere a loro presidente quello più vicino alla pensione, onde questi possa lucrare la maggiorazione pensionistica di un tale ultimo status,   (vedi nota a fondo pagina), si può parlare di scandalosa incoerenza da parte della illustre autrice della sentenza in oggetto, professoressa Silvana Sciarra,  che ha richiamato oggettivamente a sostegno fondamentale della sua decisione il principio della ragion di Stato   in termini di spesa pubblica. Viene anche da chiedersi se la professoressa di “diritto” appena nominata si sia mai imbattuta sull’eredità  giuridica di Grozio che è a fondamento del diritto e della stessa società civile, per cui PACTA SUNT SERVANDA :  buttato nella spazzatura dai nostri governanti di questa triste stagione  del panorama politico italiano. Come  anche non ricordare in proposito questo Stato esattore che mette sul lastrico e ha portato al suicidio non pochi contribuenti insolventi, ma che non paga ai suoi cittadini- creditori i suoi debiti rilevanti( decine di miliardi di euro ),  pagamento che avrebbe un senso tra l’altro, anche  in termini di politica economica e di  strategia anticrisi.

Last but not last la predetta giudice ha finito per “prendere partito costituzionale” anche in termini di  scienza economica ( del tutto fuori dai compiti della Consulta”), assumendo implicitamente la  irrevocabilità delle strategie  con cui si fronteggiano  le crisi economiche, e sposando implicitamente la ridicola dottrina dell’ “austerità virtuosa” , Di appartenenza alla  squalificata scuola “Neoclassica”, ispiratrice e alibi, senza ritegno  scientifico, della contemporanea ideologia conservatrice e reazionaria ( ricordando i Chicago Boys a servizio del boia Pinochet)  che è stata fatta propria dai governanti italiani, da Monti in avanti. Naturalmente avuto riguardo all’austerità degli altri e non  della propria.

Concludere non si può se non in termini di allarme politico-sociale: non c’è nulla che si salvi in questo paese in piena deriva neoautoritaria, che conferma ancora una volta che  è la violenza “la  levatrice della storia”. Atteso che la “modernità” e le molte techné,  insieme  alla vendita al potere dei cervelli, può fare a meno della obsoleta ( in termini di efficacia) violenza fisica,  attraverso  le mille trasfigurazioni storiche della violenza stessa: molto più produttive e dissimulate nel quadro della vantata ma tradita “democrazia”. Come è nel caso che qui denuncio con rabbia e sdegno civili.

Vittorangelo Orati

http://www.lafinanzasulweb.it/2017/la-deriva-filogovernativa-della-corte-costituzionale-ragion-di-stato-o-stato-della-ragione-giuridica/

Abolizione delle province

Così l’unica conclamata abolizione, l’unico sacrificio alla divinità della guerra alla burocrazia sembra essere quella delle province. Il fatto è che a essere aboliti siamo stati noi: in una serie di consultazioni passate sotto totale silenzio come atti impuri e vergognosi, a votare per il rinnovo di 45 Province non sono stati infatti i cittadini ma alcune migliaia di sindaci e consiglieri comunali, così aggiungendo le sedi in cui si è votato da un anno e le 10 Città Metropolitane che non sono Province solo perché hanno cambiato il nome, 107 erano e 107 sono, in compenso sono diminuiti i fondi, mentre restano competenze che le anime morte, gli zombi non possono affrontare, dalla viabilità alla sanità all’ambiente.

La Cgil ha opportunamente pubblicato dei dati: le risorse (nelle Finanziarie del 2015 e del 2016 hanno subìto un taglio pari a due miliardi) per la manutenzione ordinaria delle strade sono scese del 68% e i fondi per la manutenzione straordinaria dell’84%. La polizia provinciale, incaricata di vigilare sull’ambiente, è passata in otto anni da circa 2700 effettivi a 700. I fondi per quel 13% di scuole a carico delle Regioni sono scesi del 20% anche se gli istituti sono aumentati di un quinto. Ma a farla davvero da padroni sono oltre 350 organismi intermedi tra Ato (ossia Ambito territoriale ottimale) rifiuti, Ato idrici, autorità di bacino e consorzi di bonifica che arrivano a 496 considerando quelli creati dalle regioni autonome, per non parlare dei circa 3 mila enti tra consorzi e partecipate e delle 30 mila stazioni appaltanti, con costi di milioni di euro tra spese di funzionamento e stipendi per revisori contabili e dipendenti.

L’Italia Provinciale era diventata un problema, meglio era farla diventare l’Italia Europea, magari replicando su scala locale quella macchina mostruosa azionata per ridurre la democrazia incrementando la burocrazia, moltiplicando i livelli decisionali formali per estromettere i cittadini dalle scelte, avvelenando e facendo evaporare l’acqua pulita per affondarci nel fango tossico, togliendo l’ossigeno della libertà e dell’autodeterminazione.

estratto da https://ilsimplicissimus2.com/2017/07/30/ladri-dacqua/

I numeri della cittadinanza

Il Parlamento sembra intenzionato a riannodare i fili della legge sulla cittadinanza che dovrebbe sostituire quella basata sulla “ius sanguinis” ; infatti il 13 ottobre del 2015 la Camera aveva approvato lo ius soli “temperato”, cioè il diritto del suolo (mediante il quale si acquisisce la cittadinanza alla nascita se questa avviene nel territorio dello Stato, da genitori stranieri residenti in Italia da almeno 5 anni) e “ius culturae” (applicabile per i minori stranieri nati in Italia o arrivati
entro i 12 anni, che abbiano frequentato le scuole italiane per almeno cinque anni e superato almeno un ciclo scolastico).
Da allora però il testo è rimasto in commissione Affari costituzionali del Senato ed è ancora in vigore la legge n. 91 del 5 febbraio 1992 che prevede l’acquisizione della cittadinanza da parte dei nati in Italia da madre, o padre, straniera, qualora l’altro coniuge sia italiano.
Aumentano i nuovi italiani
In base alla legge attuale, gli immigrati possono chiedere la cittadinanza italiana solo se hanno la residenza in Italia da almeno dieci anni consecutivi (oltre a un reddito minimo e il regolare pagamento dei contributi negli ultimi 3 anni al momento della richiesta) o dopo 3 anni di matrimonio
con partner di cittadinanza italiana. Se invece il soggetto straniero nasce in Italia, deve comunque aspettare il compimento dei 18 anni per farne richiesta.
Nel corso del triennio 2013-2015, secondo dati Istat, sono state accolte positivamente 408.624 richieste di cittadinanza, come esposto in tabella 1.

Tra le prime dieci comunità straniere che hanno registrato il maggior numero di procedimenti conclusi favorevolmente, diverse sono a prevalenza musulmana (Marocco, Bangladesh, Pakistan, Tunisia, Egitto e Senegal). Tenendo conto della percentuale di appartenenza religiosa nei paesi di origine (stime del PEW Research Center), è possibile stimare in circa 190 mila li stranieri musulmani che sono diventati italiani nel triennio 2013-15.

Relativamente alla modalità di acquisizione, drasticamente in calo è quella per matrimonio, in aumento quella per residenza, stabile quella per trasmissione ed elezione (tabella 2).
Per quanto riguarda il 2016, i dati sono parziali ed ancora in fase di elaborazione. Tuttavia, il numero di richieste accolte è stato stimato dall’Istat in circa 200 mila, tra cui oltre 30 mila richieste accolte nelle comunità marocchina e albanese.
I possibili effetti della riforma Secondo un recente studio della Fondazione Moressa² i minorenni stranieri nati in Italia, figli di
genitori residenti da almeno 5 anni sono 634 mila, che con l’introduzione dello ius soli ‘temperato’, diventerebbe automaticamente italiani. A cui andrebbero aggiunti altri 166 mila ragazzi – che beneficerebbero dello ‘ius culturae’ – nati all’estero, e che hanno già completato un ciclo di studio in
Italia. Per un totale di 800 mila potenziali nuovi italiani.
E’ facile quindi comprendere che con l’entrata in vigore della proposta di legge, questa avrebbe un impatto importante anche, e soprattutto, sulla popolazione straniera musulmana³, ossia quel milione e quattrocentomila di musulmani stranieri residenti in Italia ( pari al 2,4% della popolazione totale).
Infatti, secondo il Ministero dell’Istruzione, sono circa 300mila[4] i ragazzi musulmani che frequentano il Sistema scolastico italiano, di cui oltre la metà nati in Italia. Questi senza aspettare il compimento dei 18 anni, vedrebbero applicarsi lo ‘ius temperato’ e lo ‘ius culturae’  immediatamente, diventando automaticamente Italiani.

Se attualmente i 2/3 dei musulmani in Italia hanno ancora un
passaporto straniero, con la nuova legge è possibile ipotizzare che nel corso del prossimo decennio, la gran maggioranza dei musulmani stranieri residenti oggi sul territorio sarà divenuta italiana.

FABRIZIO CIOCCA

Leggi tutto su http://www.neodemos.info/articoli/i-numeri-della-cittadinanza/

Ci riprovano

Il Parlamento italiano si appresta a ratificare il Ceta, un accordo internazionale che, come spiegato da Monica Di Sisto, vice presidente di “Fair Watch” e portavoce della campagna “Stop TTIP”, «decreterà la vittoria delle multinazionali e schiaccerà i diritti e la voce di cittadini e Stati». Il 5 luglio mobilitazione nazionale per dire no.

In che modo gli effetti di questo accordo si sentiranno sulla nostra vita quotidiana, sui nostri acquisti, il nostro stile di vita e sulla nostra salute?

Su quasi 1600 pagine di un accordo che è coinvolto in molti settori legati all’ambiente, alla salute e alla sicurezza alimentare, che contiene un capitolo su “commercio e ambiente” e stabilisce una Commissione competente per tali questioni, il CETA non una volta fa riferimento al principio di Precauzione, perla della legislazione europea, né riguardo agli obblighi delle parti o sotto le eccezioni ammissibili, o addirittura rispetto alle riserve dell’Unione europea e dei suoi Stati membri. Il principio di precauzione impone alle autorità pubbliche di garantire l’attuazione delle “Procedure di valutazione del rischio e l’adozione di provvedimenti provvisori proporzionati per escludere il verificarsi del danno ” ma l’articolo 24.8.2 del CETA prevede soltanto che una tale ipotesi “non sia usata come pretesto per rinviare l’adozione di misure efficaci per la prevenzione del degrado ambientale”. Non dice nulla sulla sicurezza alimentare, la salute pubblica, la sicurezza: ambiti invece coperti dal principio di Precauzione. L’articolo 24.8.2 per di più non impone alcun altro obbligo per le parti, anche in presenza di rischi gravi e irreversibili. Questa disposizione del Trattato non li obbliga a sospendere alcuni dei loro obblighi derivanti dal trattato, cioè l’accelerazione degli scambi, per prendere in considerazione il verificarsi di rischi gravi e irreversibili. Una mina sulla nostra salute.

Come possiamo difenderci a questo punto? Cosa si può fare?

Noi crediamo che sia importante informarsi e prendere la parola in Europa, fermando le ratifiche nazionali per lanciare un segnale di problematicità alla Commissione europea, che continuerebbe, altrimenti, imperterrita a moltiplicare questo tipo di accordi. Mercoledì 5 luglio dalle ore 10 Stop TTIP Italia sarà in piazza con Coldiretti, CGIL, Greenpeace, Slow Food e molte altre realtà della società civile che si oppongono alla ratifica dell’accordo con il Canada e chiedono un confronto ampio e pubblico con cittadini e parti sociali.

Chi non potrà partecipare direttamente, potrà fare tante cose anche da casa:

– diffondendo suoi suoi social e ai suoi contatti email il rapporto “Ceta: attacco al cuore dei diritti“;
– diffondendo suoi suoi social e ai suoi contatti email il libro bianco sul CETA, redatto a più mani da Coldiretti, Fairwatch, CGIL e molte altre realtà della società civile;
– partecipando al tweetstorm sui principali parlamentari interessati dalla ratifica (dalle ore 11.00 di mercoledì 5 luglio). Aderendo e partecipando alla campagna si potrà restare in contatto con la rete per tutte le altre iniziative. E fare la propria parte da cittadini responsabili e pensanti. Siamo già più di quanti si potesse immaginare, ma per fermare una macchina da interessi come questa ci vuole davvero l’aiuto di tutte e tutti.

http://www.ilcambiamento.it//articoli/ecco-cosa-si-rischia-con-il-ceta-il-5-luglio-mobilitazione-per-dire-no