Quanto ci costa la UE

Sorgente: http://ilpedante.org/app/counter_ue

In questi giorni i viaggiatori di alcune grandi stazioni ferroviarie italiane, già ridotte a Sodoma pubblicitarie e suk in franchising, sono accolti da un contatore su maxi-schermo che li aggiorna «in tempo reale» sull’incremento del debito pubblico italiano. L’idea è dell’Istituto Bruno Leoni, già autore di un widget sullo stesso tema.

Il senso di angoscia che questa inesorabile caduta nel gorgo dell’indebitamento genera in coloro che, tra l’obliterazione di un biglietto e un caffè, si scoprono vieppiù schiacciati dal «macigno» dei soldi dovuti, si spiega solo omettendo ciò che nei maxi-schermi non è spiegato. Cioè, che ad esempio:

  1. il’Italia si indebita perché è obbligata a farlo. Diversamente da quanto accade nei Paesi che hanno una banca centrale di Stato (quasi tutti), il Trattato di Maastricht (artt. 7 e 21.1) non prevede altri strumenti per immettere liquidità nell’economia pubblica;
  2. spende regolarmente meno di ciò che incassa (saldo primario positivo), sicché si indebita solo per pagare i debiti non potendoli onorare in altro modo (vedi punto precedente);
  3. ha il debito pubblico più sostenibile d’Europa;
  4. il debito pubblico italiano è un credito, cioè ricchezza, per due terzi in mano a imprese e cittadini italiani.

I numerini che dovrebbero ossessionare pendolari e capitreno non sono quindi altro che la conferma sintetica e un po’ pacchiana di un sistema di finanza pubblica disfunzionale. E del fatto che, nonostante quel sistema e nonostante gli appelli di chi identifica la «virtù» con la serenità degli speculatori, il nostro Paese si sforza ancora di mantenere livelli di spesa compatibili con la propria civiltà. A ciascuno scatto del contatore dell’Istituo Bruno Leoni corrisponde infatti un mancato «taglio» a cure mediche, scuole, forze dell’ordine, strade, ricerca e altri servizi pubblici già drammaticamente sottofinanziati.

Ogni aumento del contatore leonino, stanti le attuali norme di finanza pubblica, è quindi un’ottima notizia.

https://nicolettaforcheri.wordpress.com/2018/02/15/quanto-ci-costa-lue/

4 pensieri su “Quanto ci costa la UE

  1. L’Europa esisteva quando Goethe riusciva a seguire, sia pure per sommi capi, la rappresentazione delle Baruffe Chiozzotte di Goldoni , quando Byron faceva il carbonaro o Shopenhauer si batteva, eccezione assoluta nella sua vita di misantropo, per l’unità di Italia o quando i moti di libertà e lotta si ripercuotevano lungo il continente. Oggi esiste solo un consiglio di amministrazione che parla inglese.
    https://ilsimplicissimus2.com/2018/02/14/cera-una-volta-leuropa/

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  2. Eppure non stiamo parlando di inezie: l’adesione allo SME, abbiamo visto, comporta la necessità per lo stato di trovare 25 miliardi l’anno per i prossimi 4 anni; l’approvazione del Fiscal compact comporta l’obbligo di riportare il rapporto debito/PIL al 60% entro i prossimi vent’anni, il che – a meno di un’improbabile ripresa economica a tassi di crescita più che cinesi – rappresenta un ulteriore fabbisogno di 50-60 miliardi l’anno.
    Cui vanno aggiunti gli 80-90 miliardi che dobbiamo mettere in conto per pagare gli interessi a servizio del debito, senza i quali non potremmo rifinanziarci.
    L’allocazione a priori di 170 miliardi a destinazioni improduttive mette definitivamente fine alla possibilità per lo Stato, chiunque stia al governo, di esercitare una qualunque politica di stimoli economici che non sia fumo negli occhi, e la dice lunga sul tenore che potranno avere le leggi di stabilità a venire.
    Detta altrimenti, mette lo Stato, chiunque stia al governo, nell’impossibilità di fare politica.
    http://appelloalpopolo.it/?p=9917

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  3. Probabilmente Berlino, se ragionasse in termini meramente egoistici, procederebbe con l’integrazione politica della sola area euro-marco (Austria, Olanda, Slovenia, Lussemburgo, Slovacchia, Estonia, Finlandia), ma ragioni di natura geopolitica la inducono a sobbarcarsi anche la storica rivale: la Francia dispone ancora di un seggio permanente nel consiglio di sicurezza dell’ONU, è dotata di testate atomiche e, se abbandonata a se stessa, rischia di scivolare verso pericolose posizioni revanchiste-nazionaliste. Ad ogni modo, qualsiasi proposta di ulteriore integrazione europea, come l’introduzione di obbligazioni comuni1, è ormai circoscritta all’asse franco-tedesco e gli ultimi sviluppi politici in Germania, dove la destra nazionalista è in forte crescita, chiudono la porta a qualsiasi integrazione a 27 (complicando persino la convergenza tra Emmanuel Macron e Angela Merkel).

    Il “resto” dell’Europa ha, in ottica franco-tedesca, valore modesto: non dispiacerebbe, se possibile, annettere al neo-impero carolingio la Catalogna, regione sviluppata e contigua alla Francia. Farebbe gola anche quella “Padania” che Gianfranco Miglio sognava di federare alla Germania: il Triveneto, in particolare, è il naturale sbocco della Germania sul Mar Adriatico e non è un caso se Luca Zaia, esponente della vecchia Lega Nord, abbia presentato il recente referendum sull’autonomia come “una risposta al plebiscito del 1866”, che separò Venezia ed il suo retroterra all’orbita germanica.
    http://federicodezzani.altervista.org/2018-italia-al-bivio-commissariamento-o-uscita-dalleuro/

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  4. La Germania risucchia nella sua economia tutto quello che perde l’Italia in competitività ed in buona parte anche in fuga dei cervelli e delle tecnologie industriali più di nicchia che emigrano dal “bel paese” in fuga da burocrazia, imposte e vessazioni varie. Della debolezza italiana approfittano le grandi multinazionali per acquisire le aziende più importanti del Made in Italy ed in questi ultimi anni abbiamo assistito all’acquisizione di quasi 500 marchi nostrani finiti in mano straniera, in un saccheggio delle aziende e del patrimonio industriale italiano che non accennano a fermarsi. L’Italia è divenuta il Paese dello “shopping”: non tanto per i turisti che vengono a spendere nei nostri negozi ma alle aziende del ‘Made in Italy‘ che finiscono nelle mani di holding straniere, finendo per perdere la loro identità (e spesso anche i poli produttivi che traslocano all’estero).
    https://www.controinformazione.info/litalia-irrilevante-in-europa-qualunque-governo-si-prospetti-dopo-il-4-marzo/

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