L’ascensore si è rotto

E’ definitivamente saltata la vecchia regola sociologica della società dei due terzi. Due su tre stavano più o meno bene, secondo le vecchie categorie di giudizio, e con aspettative positive (il cosiddetto ascensore sociale), l’altro terzo era in affanno. Le percentuali si stanno rapidamente rovesciando, rendendo più evidente l’effetto Clessidra, ossia la polarizzazione del reddito e delle opportunità nella fascia più alta, con una strozzatura sempre più accentuata al centro (la proletarizzazione progressiva del ceto medio di una volta) e una enorme massa alla base. Innanzitutto, è diventato chiaro a tutti che i giovani hanno non solo un reddito inferiore a quello dei padri e dei nonni, ma le loro prospettive sono disastrose. Dopo diverse generazioni, il destino è certamente quello di essere più poveri e meno sicuri di chi li ha preceduti. Ci permettiamo di affermare altresì che le ultime generazioni hanno una cultura materiale ampiamente inferiore ai loro padri. Possiedono diplomi, spesso lauree e persino master, ma lo scarto tra conoscenza, saper fare e istruzione certificata da titoli di studio attribuiti dalla scuola è imbarazzante.

Nel rapporto Istat, il disprezzo per “prima” si esprime nel basso reddito degli anziani, nella certificazione del loro abbandono e, per conseguenza, nell’aumento della povertà, che si è attestata, nel 2016, oltre il 4 per cento degli ultrasessantacinquenni. Essi, tuttavia, restano meno indigenti dei loro nipoti, in quanto comunque hanno una pensione, qualche risparmio e possiedono molto spesso la casa di abitazione. Il mondo di ieri, a giudicarlo con le categorie della statistica, batte quello di domani tre a uno. Per un nonno in povertà, ci sono tre nipoti in analoghe condizioni.

http://www.maurizioblondet.it/sempre-piu-giovani-poveri-la-societa-abortisce-stessa/

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4 pensieri su “L’ascensore si è rotto

  1. Eduardo Zarelli, benemerito editore controcorrente, nella prefazione ad un recente libro di Alain De Benoist, esprime un’altra verità sconcertante. Le ultime generazioni hanno competenze tecniche enormemente inferiori alle società tradizionali. In sostanza non sanno fare pressoché nulla, prigioniere della tecnologia. La tecnica, spiega Zarelli, “è il saper fare con scopo, mentre la tecnologia è un riduzionismo funzionale, una scienza applicata il cui fine è quello di fornirci una funzione senza passare attraverso il saper fare”. Una povertà che è tremenda responsabilità delle generazioni degli adulti e degli anziani. Esempi concreti, l’incapacità dei più a risolvere problemi di matematica e fisica in quanto ci pensa il computer, e la stessa perdita della memoria a lungo termine per cui non ricordiamo più neppure i numeri telefonici degli amici e parenti (stanno in rubrica!) e perdiamo progressivamente il senso dell’orientamento (tanto ci sono i GPS e Google Maps).
    Ibidem

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  2. Senza speranza, appunto. Senza voce, costretti a subire mille angherie da troppi osservatori strabici. Negli anni li hanno chiamati bamboccioni, li hanno dipinti come folli pronti a scannarsi per nulla, ubriaconi di internet e vittime di ogni moda. Loro hanno smesso di andare a votare. Poi hanno deciso di chiudere i libri, dato che le lauree servono solo a friggerci le patatine oltre che a riempire d’orgoglio mamma e papà. C’è chi ha scelto di andarsene all’estero e c’è chi invece è rimasto in paese. Stufo di aspettare una chiamata dal Comune, di dover lavorare rigorosamente in nero con la scusa della gavetta, di dover fare sei lavori per guadagnare come se ne facesse mezzo. Stanco di doversi rompere la schiena per guadagnare la miseria di duecento euro al mese, quando solo di benzina ne arrivi a spendere trecento. Gli rimproverano pure di non far figli. Con questi chiari di luna, chi li sfama i pargoletti? Il bonus bebé?

    Meglio svegliarsi a mezzogiorno, scendere al bar, farsi un Campari Gin e non pensare. Protestare non serve a niente, la speranza non è di questo mondo. La speranza l’è morta, e l’ideologia del “siamo tutti borghesi” morirà bulimica, d’inedia e d’avidità.
    http://www.barbadillo.it/67591-il-caso-record-neet-per-i-ragazzi-italiani-rivolta-silenziosa-di-una-generazione-invisibile/

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  3. Una società che non investe sui giovani se non in forme di facciata, nonostante la moltiplicazione delle Università (per motivi clientelari) e delle facoltà, fra le più improbabili, non è aumentato il livello della cultura e della conoscenza, anzi tende ad abbassarsi per il calo della lettura e per l’uso smodato di congegni elettronici e social media, in sostituzione dei libri: domina la pseudo cultura. D’altra parte curare ed investire sui propri giovani è un impegno che si riscontra nelle società sane ove le risorse giovanili (quelle si le vere risorse di un paese) vengano valorizzate con una scuola e formazione che siano all’altezza delle tradizioni culturali che l’Italia poteva vantare fino a quando non ha ceduto alla pseudo cultura massificata ed americanizzata del consumismo e delle ideologie liberiste. La realtà che viene fuori inevitabilmente da questo specchio sociale è quella che i giovani sono un tremendo problema, un costoso impegno ereditario: sono una categoria di persone che richiede processi lunghi di formazione e di crescita, diventano poi esigenti e richiedono molte attenzioni e costi sempre più esorbitanti . Nel sistema sociale sono poi una zavorra : necessitano formazione lunga e costosa, inesperienza, provengono da un sistema scolastico che non insegna né a vivere né a operare, scartano i lavori di fatica. Meglio, molto meglio quindi, ricorrere agli eserciti di riserva di manodopera, quella degli immigrati: sono già adulti, si accontentano di poco, lavorano in nero e senza protezione sociale. Il grande capitale ha già fatto le sue scelte: questa è la nuova mano d’opera di cui ha necessità e la classe politica si adegua, acconsente e favorisce (come sempre) in vista di ottenere da questa una nuova base dei suoi consensi.
    http://www.controinformazione.info/litalia-come-costantinopoli-nella-sua-ultima-fase-di-caduta/

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