Identità paesana 2

Nei”Quaderni di Bondeno” abbiamo notato che non è stato dato molto rilievo a Monsignor Guerrino Ferraresi; in occasione del trentennale della sua scomparsa abbiamo trovato una testimonianza su FB che qui riportiamo:

“Avevo 6 anni quando i miei traslocarono dalla campagna di Ponte Rodoni in Canonica a Bondeno, con le povere masserizie sopra un carro agricolo trainato da un cavallo, in una calda giornata estiva del 1960. Pur così giovane sapevo già come si scuoiava un coniglio, avevo vissuto più volte la drammatica esperienza delle diverse fasi per “disfare” un maiale, dall’uccisione al cotechino, parlavo correttamente e fluidamente il dialetto ferrarese, poco l’italiano. Ed in quell’assolato pomeriggio di di fine estate, mi accolse in Canonica con l’invitante offerta di un ghiacciolo, che rese buona la partenza. Per diverso tempo i miei occhi ingenui rimasero impegnati a scoprire cose mai viste prima, come il trinciapollo, il moderno cavatappi e persino il vater, che a lungo ritenni un’apposita invenzione per evitare ai sacerdoti di sporcarsi la tonaca.
Solo più avanti in età mi resi conto che quella persona, spesso schiva e scontrosa, era buona d’animo, generosa, altruista, e forse solo per l’eccessiva timidezza e riservatezza poteva sembrare distaccato, freddo e scostante, ma che racchiudeva una sensibilità ed una umanità immensa e spesso affiorava affabilità e buona dose di spirito. Lo ricordo uomo di estrema cultura: un artista in cui poesia, pittura e musica formavano un trittico intellettuale.
Molti i pomeriggi da adolescente trascorsi in canonica, mia madre spesso in ospedale, mio padre al lavoro, ed ebbi la fortuna di averlo come insegnante in un forzato doposcuola; quante lezioni di ogni materia che altri avrebbero pagato profumatamente e quanti compiti fatti insieme: fu il mio mèntore, arricchendomi di discrete capacità linguistiche, ma soprattutto trasmettendomi il gusto dell’arte, la passione per il latino ed una curiosità a 360°.
Ma fu un maestro di un esagerato altruismo; la Canonica, sempre aperta, ospitava tutti coloro che chiedevano aiuto e spesso era contrastato in questa sua estrema “misericordia” dalla sua cognata e perpetua, che non vedeva di buon occhio la sua benevolenza. Oggi si direbbe che aveva le “mani bucate” e molti, compreso alcuni sacerdoti allora in difficoltà, attinsero dalla sua generosità. Spesso mi mandava di nascosto dalla sua famiglia a portare aiuti a persone in difficoltà, fossero alimenti, vestiti o denaro, sempre poca la riconoscenza che ne riceveva.
Negli ultimi anni mi confidò che accoglieva ed aiutava tutti perché era il Cristo che lo metteva alla prova, confermando la sua devozione alla Divina Provvidenza, e ripeteva che ogni volta che dava qualcosa a qualcuno, gli ritornava sempre in “numero, peso, misura e tempo opportuno”. Ma gli devo qualcosa anche come insegnante di religione, la trasmissione del senso dello Spirito Santo, la capacità di comprendere con semplicità il catechismo di Pio X, che mi valse anche alcune medaglie del premio “Veritas”; ma oggi apprezzo quei suoi insegnamenti che, in un mondo sempre più povero di valori, definirei veri e propri “fondamentali” di vita.
Tante le serate estive trascorse nel cortile assieme alla mia famiglia ed a un gruppo di fedeli amici, e lui, ogni tanto e con non poco imbarazzo, si toglieva la tonaca rimanendo con il clergiman che ne cambiava la fisionomia. Spesso intratteneva noi ragazzi nascondendo alcune monete sotto vasi o nei pertugi e poi iniziava con una serie di “acqua , acqua” e “fuoco, fuoco” finchè non scoprivamo quelle 50 lire, che noi accettavamo con estremo piacere perché erano le uniche che avremo potuto possedere.
Per diversi anni la sua televisione era la sola nostra possibilità di vederne i programmi; molte le serate d’inverno trascorse guardando i programmi di Mike Buongiorno, un’ occasione per lui di mettersi alla prova e dare sfoggio di cultura e di memoria, anticipando sistematicamente ogni risposta.
Col trascorrere degli anni appresi aneddoti a lui riferiti (sempre però da ambienti extra canonica) come l’episodio del novembre 1948, che lo fece benvolere da molti anticlericali, in quanto intervenne in soccorso di alcuni dimostranti feriti nei pressi della Canonica, raccogliendo anche il corpo esanime del povero Ferdinando Ercolei, sfortunato manifestante troppo duramente caricato dalla polizia.
E ricordo anche intere serate passate a sfogliare libri e manoscritti per scrivere la storia di Bondeno, quattro volumi di ricerca che hanno dato lustro alla cittadina. Che la gente gli volesse bene, lo dimostrano le foto scattate dal suo grande amico fotografo Grechi alla sua entrata come Parroco in Bondeno, e testimoniano di una folla interminabile che lo accompagnò alla Chiesa Arcipretale, partendo dalla Chiesa di San Giovanni. Vi rimase fino alla morte, prima Arciprete poi Monsignore. Anche l’Amministrazione Comunale ne riconobbe il valore, conferendogli la terza “cittadinanza onoraria” della storia di Bondeno, dopo personaggi come Giuseppe Garibaldi ed Arrigo Minerbi, il (poco conosciuto) scultore del monumento ai caduti della prima guerra mondiale.
Gli ultimi anni lo videro insofferente verso tutto e tutti, indebolito e trasformato dalla sua malattia; diverse volte io e mia moglie gli abbiamo proposto di lasciare la Parrocchia e ritirarsi a vita privata. L’avremmo ospitato con noi a Piacenza, accolto come uno di famiglia, ma la sua “missione” e testardaggine era più forte della nostra logica.
E così, come uno di famiglia, mi piace ricordarlo il 19 maggio di ogni anno; rivivo il disagio di quel sabato, in cui, arrivato a Bondeno, appresi dalla piazza che se n’era andato in maniera silenziosa. L’affetto del paese si era già spento alla sua morte, che forse sopraggiunse anche perché non accettava il nuovo mondo, che si affacciava anche in canonica, creando il vuoto, che lo aiutò a spegnersi…
Roberto Marchetti

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Un pensiero su “Identità paesana 2

  1. Aggiungo qualche ricordo personale: prima di essere Monsignore, Don Guerrino (sembra a seguito della vicenda Ercolei) fu “esiliato” nella parrocchia di San Giovanni che restaurò con la sua madonna all’esterno e con la riproduzione in legno della basilica di S.Pietro, opera del falegname Cavallini che allora lavorava nel Borgo.
    Nel tempo libero capitava spesso a casa nostra, specialmente a maggio, per vedere la fioritura delle rose di cui mio nonno aveva la passione e fu per quella confidenza che gli chiese una vetrinetta con ante scorrevoli per custodire i primi reperti del Neolitico che stavano emergendo nell’area della Fornace Grandi.
    Si può dire quindi che il primo nucleo del museo Archeologico sia partito dal negozio di mio padre!

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