Contro riforme

Nel Novecento. Il Mali, Paese povero di mezzi ma ricco di cultura, fu spinto  ad abbandonare la seconda in cambio della promessa di un po’ di benessere materiale, che sarebbe «sgocciolato in giù» qualora i grandi colossi dell’agrobusiness, dei trasporti, delle telecomunicazioni, dell’industria energetica, cosmetica, farmaceutica e mineraria fossero stati lasciati liberi,  e anzi incoraggiati  tramite apposite riforme istituzionali, di arricchirsi nel Paese.
Fu allora che incominciai a interrogarmi sul senso della locuzione «riformismo» cominciando  a guardare  a quanto  stava avvenendo nel nostro Paese alla luce di due esperienze  apparentemente lontanissime, al centro e in periferia,  che mi avevano portato  a contatto con la forza ideologica dell’universalismo riformista.
Negli Stati Uniti avevo visto l’ambiente, del tutto avulso dalla realtà,  in cui nello splendido  palazzo di metallo della World  Bank l’élite  accademica  produceva, in totale  irresponsabilità e inconsapevolezza dell’impatto umano e sociale della propria  ideologia universalistica, ricette istituzionali coerenti con gli interessi del potere  che ne finanziava  i dipartimenti. ln Mali avevo documentato l’impatto devastante (letteralmente genocida) delle ricette ivi elaborate sui valori costituzionali profondi di quella società informata alla solidarietà e all’organizzazione incentrata sul gruppo. Cominciai allora a essere sempre piu pervaso da un semplice dubbio che in poco tempo si trasformò in ipotesi di ricerca. Forse che anche in Italia, tutto questo parlare di riforme non sia sovversivo dell’ordine costituzionale fondato sui valori di solidarietà e uguaglianza da cui è permeata la Costituzione del 1948?
Dalla metà degli anni Ottanta, il concetto (da noi antico) di «riformismo» ha conosciuto una nuova pri­mavera. Tutti i politici desiderosi di assumere cariche di governo, dimostrandosi responsabili e affidabili agli occhi della comunità internazionale, si devono necessariamente  dichiarare «riformisti». Il riformismo è oggi qualcosa di più di una scelta politica, ancorché interamente  bipartisan.  In questa stagione, anche i cosiddetti tecnici «prestati  alla politica» continuano a ripetere come un mantra: «Bisogna fare le riforme!» Poche affermazioni possono competere in popolarità con questa,  tanto che pressoché tutti  i parlamentari in carica si dichiarano orgogliosamente riformisti (e quasi altrettanti liberali). Sono ben pochi coloro che si permettono  di far notare l’assoluta vacuità di questa nozione, anche perché chi lo fa è tacciato di estremismo,  marginalizzato  dal circuito mediatico­politico dominante e certamente  perde delle ottime opportunità di carriera. Chi mai potrà non volere le riforme?  Quale inguaribile  ottimista privo di ogni contatto  con la realtà può pubblicamente rallegrarsi dello status quo fino al punto  da non considerare le riforme necessarie? E all’opposto,  quale pericoloso e violento disegno utopistico o rivoluzionario potrà covare chi non condivide che le riforme siano una strada giusta ed equilibrata che ogni politico o intellettuale responsabile e realista deve percorrere senza indugio per preparare un mondo migliore? In effetti, il riformismo è oggi uno di quei valori tanto condivisi da poter essere difficilmente messo in discussione ma che, proprio per questo, è dovere del pensiero critico sottoporre a una rigorosa verifica. Che cosa significa davvero fare le riforme? Quale visione di società porta avanti o favorisce, consapevole o piu spesso inconsapevole, chi si dichiara riformista? Quali rapporti di forza e quali strutturazioni del potere accompagnano il discorso sul riformismo?
In questo libro intendo  sostenere che le riforme non sono altro che ideologia. Una falsa coscienza, il vestito buono adottato dai saccheggiatori neoliberali per portare avanti il loro disegno reazionario volto all’accumulo nelle mani di pochi di risorse appartenenti a tutti.

Il discorso riformista è nella realtà un gigantesco quanto  complesso dispositivo volto  alla massima estensione e concentrazione della proprietà privata, producendo involuzione politica, sociale e culturale. Questo scritto vuole essere un grido d’allarme per impedire l’uso indiscriminato di una formulazione che, nel passaggio tra la prima e la seconda Repubblica, ha cambiato interamente  senso. Dietro  l’uso della retorica delle riforme si cela una strategia  che utilizza la sovversione di significato di questo termine per produrre risultati sociali sempre piu irreversibili. La strategia riformista, che questo volume vuole portare allo scoperto sperando in un effetto  Dracula, per cui essa potrebbe morire se portata  alla luce del sole, conduce alla sistematica distruzione di ogni istituzione sociale che non sia perfettamente coerente con la massima estensione della proprietà privata e dell’attività di consumo, il brodo di coltura in cui essa prospera fin dalle sue origini nella rivoluzione borghese. L’individualizzazione  sociale e la riduzione di ogni rapporto umano allo scambio di mercato, scopo ultimo della logica capitalistica dell’accumulo e dello sfruttamento senza fine, sono progressivamente strutturati tramite un insieme di trasformazioni istituzionali, le riforme appunto, che sortiscono il loro effetto socialmente nefasto tanto nel caso in cui siano effettivamente realizzate quanto nell’ipotesi che non lo siano.nel Novecento. Il Mali, Paese povero di mezzi ma ricco di cultura, fu spinto  ad abbandonare la seconda in cambio della promessa di un po’ di benessere materiale, che sarebbe «sgocciolato in giù» qualora i grandi colossi dell’agrobusiness, dei trasporti, delle telecomunicazioni, dell’industria energetica, cosmetica, farmaceutica e mineraria fossero stati lasciati liberi,  e anzi incoraggiati  tramite apposite riforme istituzionali, di arricchirsi nel Paese.
Fu allora che incominciai a interrogarmi sul senso della locuzione «riformismo» cominciando  a guardare  a quanto  stava avvenendo nel nostro Paese alla luce di due esperienze  apparentemente lontanissime, al centro e in periferia,  che mi avevano portato  a contatto con la forza ideologica dell’universalismo riformista.
Negli Stati Uniti avevo visto l’ambiente, del tutto avulso dalla realtà,  in cui nello splendido  palazzo di metallo della World  Bank l’élite  accademica  produceva, in totale  irresponsabilità e inconsapevolezza dell’impatto umano e sociale della propria  ideologia universalistica, ricette istituzionali coerenti con gli interessi del potere  che ne finanziava  i dipartimenti. ln Mali avevo documentato l’impatto devastante (letteralmente genocida) delle ricette ivi elaborate sui valori costituzionali profondi di quella società informata alla solidarietà e all’organizzazione incentrata sul gruppo. Cominciai allora a essere sempre piu pervaso da un semplice dubbio che in poco tempo si trasformò in ipotesi di ricerca. Forse che anche in Italia, tutto questo parlare di riforme non sia sovversivo dell’ordine costituzionale fondato sui valori di solidarietà e uguaglianza da cui è permeata la Costituzione del 1948?
Dalla metà degli anni Ottanta, il concetto (da noi antico) di «riformismo» ha conosciuto una nuova pri­mavera. Tutti i politici desiderosi di assumere cariche di governo, dimostrandosi responsabili e affidabili agli occhi della comunità internazionale, si devono necessariamente  dichiarare «riformisti». Il riformismo è oggi qualcosa di più di una scelta politica, ancorché interamente  bipartisan.  In questa stagione, anche i cosiddetti tecnici «prestati  alla politica» continuano a ripetere come un mantra: «Bisogna fare le riforme!» Poche affermazioni possono competere in popolarità con questa,  tanto che pressoché tutti  i parlamentari in carica si dichiarano orgogliosamente riformisti (e quasi altrettanti liberali). Sono ben pochi coloro che si permettono  di far notare l’assoluta vacuità di questa nozione, anche perché chi lo fa è tacciato di estremismo,  marginalizzato  dal circuito mediatico­politico dominante e certamente  perde delle ottime opportunità di carriera. Chi mai potrà non volere le riforme?  Quale inguaribile  ottimista privo di ogni contatto  con la realtà può pubblicamente rallegrarsi dello status quo fino al punto  da non considerare le riforme necessarie? E all’opposto,  quale pericoloso e violento disegno utopistico o rivoluzionario potrà covare chi non condivide che le riforme siano una strada giusta ed equilibrata che ogni politico o intellettuale responsabile e realista deve percorrere senza indugio per preparare un mondo migliore? In effetti, il riformismo è oggi uno di quei valori tanto condivisi da poter essere difficilmente messo in discussione ma che, proprio per questo, è dovere del pensiero critico sottoporre a una rigorosa verifica. Che cosa significa davvero fare le riforme? Quale visione di società porta avanti o favorisce, consapevole o piu spesso inconsapevole, chi si dichiara riformista? Quali rapporti di forza e quali strutturazioni del potere accompagnano il discorso sul riformismo?
In questo libro intendo  sostenere che le riforme non sono altro che ideologia. Una falsa coscienza, il vestito buono adottato dai saccheggiatori neoliberali per portare avanti il loro disegno reazionario volto all’accumulo nelle mani di pochi di risorse appartenenti a tutti.

Il discorso riformista è nella realtà un gigantesco quanto  complesso dispositivo volto  alla massima estensione e concentrazione della proprietà privata, producendo involuzione politica, sociale e culturale. Questo scritto vuole essere un grido d’allarme per impedire l’uso indiscriminato di una formulazione che, nel passaggio tra la prima e la seconda Repubblica, ha cambiato interamente  senso. Dietro  l’uso della retorica delle riforme si cela una strategia  che utilizza la sovversione di significato di questo termine per produrre risultati sociali sempre piu irreversibili. La strategia riformista, che questo volume vuole portare allo scoperto sperando in un effetto  Dracula, per cui essa potrebbe morire se portata  alla luce del sole, conduce alla sistematica distruzione di ogni istituzione sociale che non sia perfettamente coerente con la massima estensione della proprietà privata e dell’attività di consumo, il brodo di coltura in cui essa prospera fin dalle sue origini nella rivoluzione borghese. L’individualizzazione  sociale e la riduzione di ogni rapporto umano allo scambio di mercato, scopo ultimo della logica capitalistica dell’accumulo e dello sfruttamento senza fine, sono progressivamente strutturati tramite un insieme di trasformazioni istituzionali, le riforme appunto, che sortiscono il loro effetto socialmente nefasto tanto nel caso in cui siano effettivamente realizzate quanto nell’ipotesi che non lo siano.

Dalla introduzione del libro “Contro riforme” di Ugo Mattei, disponibile anche in e-book 116pp. Einaudi 2013

Sconto 15% su IBS

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